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Sos Villaggi dei Bambini

Il Covid-19 ha frenato tante cose, ma non la violenza di genere

24 Aprile Apr 2020 1112 24 aprile 2020
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Il contributo di Vittoria Doretti, direttrice Uoc Promozione ed Etica della Salute dell’Azienda Usl Toscana Sud Est e responsabile Rete Regionale Codice Rosa della Regione Toscana che vede nel crollo delle chiamate, registrate dal numero antiviolenza 1522 nelle prime settimane di marzo, un segnale d’allarme «Una chiamata al 1522, al centro antiviolenza, è il primo passo per uscire da quella prigione che non è fatta solo di muri ma anche di solitudine» è il suo invito

Sos Villaggi dei Bambini è da anni in prima linea e anche davanti a questa emergenza sanitaria è attiva per offrire sostegno alle donne vittime di maltrattamenti, abusi e violenze, e ai loro figli (ne abbiamo scritto qui). Sono le donne sostenute dal Programma Mamma e Bambino, che nel 2019 ha accolto 60 nuclei per un totale di 145 mamme e bambini. In queste settimane di lockdown forzato arrivano sempre più segnali di come la violenza di genere continui e anzi rischi di aumentare come dimostrano anche i dati di chi dall’emergenza Covid-19 è passato prima di noi: nello Hubei, fonti locali lo scorso febbraio denunciavano il triplicarsi delle violenze tra le mura di casa.

L’organizzazione offre un contributo per comprendere la situazione con un’intervista a Vittoria Doretti (nella foto) direttrice dell’Unità operativa complessa Promozione ed Etica della Salute dell’Azienda Usl Toscana Sud Est e responsabile Rete Regionale Codice Rosa della Regione Toscana.

Il distanziamento sociale che l'emergenza Coronavirus ci impone costringe in casa madri e figli, vittime di uomini violenti e dispotici. Dal suo speciale osservatorio, è possibile notare se la tensione, l'ansia del futuro e la reclusione forzata, dovuti all'epidemia, stiano aumentando le violenze domestiche? Ci sono dati che lo confermano, o rimane un fenomeno perlopiù sommerso?
Sicuramente una convivenza forzata nella stessa casa, che non sempre è un posto sicuro, incrementa l’ansia e le discussioni che possono sfociare in atti di violenza. Il primo segnale d’allarme è stato dato, a livello nazionale, dal numero antiviolenza 1522 che ha registrato nelle prime due settimane di marzo un crollo del 55% delle richieste di aiuto. Anche nella Regione Toscana quasi tutti i centri antiviolenza hanno visto una riduzione delle richieste di aiuto. Ricordo che, anche in base alle normative governative, sin da subito è stata incrementata la possibilità di accesso telefonico laddove non era possibile tenere gli sportelli aperti. Ovviamente ci sono stati dei centri antiviolenza, per esempio a Pisa, dove la domanda non è diminuita, ma ci sono anche casi che registrano diminuzioni delle richieste di aiuto di oltre l’80%. Come rete regionale di Codice Rosa avevamo previsto in un’analisi questo fenomeno. Le poche situazioni che si si sono presentate in Pronto Soccorso erano particolarmente efferate e richiedevano una grossa azione della rete. Nell’Azienda Toscana Sud Est, dov’è nato il Codice Rosa 10 anni fa, abbiamo riattivato il nucleo operativo reperibile H24, 7 giorni su 7, per dare consulenza a tutti i nostri pronti soccorsi, sostenere i nostri operatori e gestire la fase successiva della presa in carico territoriale con una profonda sinergia con gli assistenti sociali, le operatrici dei centri antiviolenza e gli altri enti e istituzioni, trovando delle alleanze splendide per trasporto, capacità ricettiva, volontariato. Un’azione forte di rete.
La domanda è: perché non chiamano? Perché hanno paura? Perché sono più controllate? Sicuramente anche questo, però ricordo che sia sull’app 1522 che su YouPol, l’app della Polizia di Stato, si può chattare con un operatore e chiedere aiuto senza la necessità di parlare. È importante esserci, far capire a queste donne che non sono sole. Non chiedono aiuto anche perché sono molto preoccupate del loro futuro, in questo è importante la risposta delle Procure, che devono far sì che l’allontanamento sia del maltrattante - che dovrà comunque avere una soluzione abitativa - e non delle donne con i figli.
Si può dire che il Covid-19 abbia frenato tante cose, ma non la violenza di genere.

In questo momento i pochi spazi di uscita che potevano dare il lavoro o la scuola, si sono fortemente ristretti se non del tutto chiusi. Qual è il modo migliore per chiedere aiuto, anche in questa situazione, senza mettere a repentaglio la vita propria e quella dei figli?
Il numero antiviolenza o l’app 1522, a voce o in chat. Le occasioni per lanciare un messaggio di aiuto in questo momento possono essere quando si va a fare la spesa, si esce in giardino, quando si ha un attimo di privacy. Se si è in pericolo imminente di vita ci si può rivolgere ai numeri 118 e 112. Si può usare anche l’app della Polizia di Stato YouPol, che permette di essere rintracciati in tempo reale grazie alla geolocalizzazione.
Vorrei ricordare ciò che ha detto la ministra Bonetti: uscire di casa per recarsi a chiedere aiuto in Pronto Soccorso o alle Forze dell’Ordine è una giustissima causa, quindi se si è fermati non c’è nessuna multa. Se ci sono delle lesioni si può arrivare al Pronto Soccorso dichiarando di essere vittima di violenza di genere. Quasi ovunque ormai è applicato un modello tipo Codice Rosa che permette alle donne di essere seguite in via prioritaria. In Regione Toscana abbiamo rimodulato i percorsi, anche rispetto all’emergenza Covid-19, per mettere in sicurezza le donne vittime di violenza.
La cosa migliore è non essere sole. Se non si ricordano a memoria i numeri, il 1522 li potrà fornire. Ricordo che i centri anti violenza sono comunque attivi telefonicamente.

Una donna che è manipolata, fisicamente e/o psicologicamente, da un orco, come e dove trova le risorse per chiedere aiuto? I figli sono una molla importante, in questo percorso, o piuttosto un deterrente, per la paura che possano subire ritorsioni?
Entrambe le cose, sicuramente, nella mente e nel cuore delle donne vittime di violenza che hanno anche dei figli. Il pensiero mai sopito è che tutto possa cambiare, che lui non lo faccia più e che i figli possano non essere consapevoli di ciò che accade. Nella realtà sappiamo bene quanto danno, quanto trauma crea la violenza assistita. I bimbi ascoltano, i figli sentono. Parlare con un’operatrice di un centro antiviolenza, con un’assistente sociale, chiedere aiuto permette di sciogliere anche i possibili dubbi. Aiuta a trovare una strada comune di uscita anche per i bambini.

Nella sua esperienza ha conosciuto donne vittime di violenza che non hanno denunciato non solo per paura di ritorsioni peggiori da parte del partner, ma per il terrore di venire allontanate dai figli e non sapere poi che tipo di scenario si sarebbe aperto per loro?
Sì, assolutamente, tantissime, forse la maggior parte. Proprio in questo momento è questa la motivazione massima che frena qualsiasi percorso di uscita dalla violenza. È questa incertezza. Ed è su questo che le Istituzioni, lo Stato, devono dare certezze, altrimenti non serve a nulla creare una linea telefonica, fare gli spot, avere delle procedure in ospedale e con le Forze dell’Ordine. Noi dobbiamo dare una certezza a cui le donne vittime di violenza possano ancorarsi. Anche rispetto ai figli c’è bisogno di risposte istituzionali forti.

Molti bambini, figli delle vittime di violenza, hanno assistito per anni a episodi di violenza e hanno visto i loro genitori non più come "mamma" o "papà" ma anche come "vittima" e "carnefice". Nel percorso di recupero delle mamme e dei bambini, come si possono rimettere insieme i pezzi di un nucleo familiare così danneggiato? Le madri continuano generalmente a vivere con un senso di colpa nei confronti dei figli?
Sì, questo è possibile. Ecco perché il percorso di uscita dal tunnel richiede grande forza, e sicuramente le donne sono molto forti. È assolutamente doveroso e fondamentale considerare con attenzione tutti gli aspetti del percorso di recupero, altrimenti rischiamo di vanificare tutti gli sforzi. Gli episodi di vittimizzazione secondaria che le donne potranno subire, se non offriamo loro una strutturazione, un appoggio in vista della fase successiva, diventano molto pericolosi. Per recuperare la serenità del nucleo familiare c’è bisogno appunto di strutture, di supporto e di certezze.

Fidarsi: dopo esperienze violente e brutali pare impossibile tornare ad affidarsi a qualcuno. Chi prende in carico una donna vittima di violenze deve innanzitutto "scalare" la sua fiducia per poi aiutarla a ricominciare a vivere. L'esperienza di comunità, accanto ad altre donne che hanno subito un destino analogo, aiuta in questo senso?
Sì, la fiducia sicuramente è fondamentale, così come dare risposte certe alla donna. Il vivere e il convivere accanto ad altre donne che hanno vissuto la stessa esperienza aiuta sicuramente, aiuta a parlarne e ad abbattere quella più grande alleata della violenza di genere che è la solitudine. Aiuta a superare quel senso di colpa di cui parlavamo prima.

Quale messaggio si sente di lanciare alle donne e mamme che in questo momento si sentono segregate in casa con il loro aguzzino?
Quello di avere fiducia: nelle operatrici dei centri antiviolenza, nello Stato, nelle Istituzioni, fiducia di avere ottimi alleati per abbattere la violenza di genere e quella solitudine che è una carceriera ancora peggiore. Non sono sole, sicuramente c’è ancora tanto lavoro da fare, ma fare quel primo passo può cambiare la vita delle mamme, delle donne, dei figli che subiscono violenza in questo momento. Una chiamata al 1522, al centro antiviolenza, è il primo passo per uscire da quella prigione che non è fatta solo di muri ma, ripeto, anche di solitudine.

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