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#Fase2

Dopo Covid-19 e lo sterminio dei nonni, l'Italia dica basta alle strutture segreganti

25 Maggio Mag 2020 0700 25 maggio 2020
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«Dopo Covid-19, dai comodi salotti televisivi in cui vivono sicuri, i predicatori dell’austerity potranno ancora ripetere ai cittadini italiani che lo Stato sociale è un peso inutile e antiquato?», si chiede Ciro Tarantino, condirettore del protocollo operativo di ricerca su “Luoghi, forme e modi della disabilità segregata” del Garante Nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, con cui l'ISS ha realizzato la survey dell'andamento dell'epidemia nelle RSA. «Spero e lavoro perché il “pappocidio”, lo sterminio dei nonni di questi mesi, renda finalmente intollerabili le strutture segreganti»

Che ne è oggi della preoccupazione per la morìa di anziani nelle RSA? A metà aprile, a ridosso della notizia delle ispezioni dell’autorità giudiziaria al Pio Albergo Trivulzio e in altre RSA, gli occhi di tutti erano puntati lì, su anziani e RSA. Benché già dal 30 marzo Forum del Terzo Settore della Lombardia insieme a Ledha, Uneba Lombardia e Alleanza Cooperative Italiane-Welfare Lombardia denunciassero una “strage degli innocenti”. Oggi non ne parla più nessuno, o quasi. Nessun dato specifico ci viene più fornito. Ciro Tarantino insegna Sociologia all’Università della Calabria ed è condirettore del CeRC – Robert Castel Centre for Governmentality and Disability Studies dell’Università di Napoli “Benincasa” e della rivista Minority Reports. Cultural Disability Studies. È condirettore del protocollo operativo di ricerca su “Luoghi, forme e modi della disabilità segregata” del Garante Nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, l'Authority con cui l'Istituto Superiore di Sanità ha realizzato - nel periodo più caldo - la survey sull'andamento dell'epidemia nelle RSA.

L'ultimo report è del 14 aprile, su poco più di mille strutture. Ci sono ulteriori dati e novità?
Con la divulgazione del terzo report, quello del 14 aprile, la survey si è conclusa. L’indagine ha coinvolto 3.276 RSA, circa il 96% del totale. Hanno risposto al questionario 1.082 strutture, pari al 33% delle residenze contattate. Oltre che del poco tempo a disposizione, i dati risentono certamente del fatto che sono stati riferiti dagli stessi referenti delle RSA, peraltro su base volontaria, e del fatto che, come sottolinea lo stesso Istituto Superiore di Sanità, “in questa tipologia di studi esiste un bias di risposta e probabilmente le strutture in una situazione più critica non partecipano a queste iniziative”. Pur con questi limiti, dal report emergono in modo significativo alcune linee di tendenza.

Quali?
Penso, in primo luogo, alla caratterizzazione dei decessi: “il 40,2% del totale dei decessi (2.724 su 6.773) ha interessato residenti con riscontro di infezione da SARS-CoV-2 o con manifestazioni simil-influenzali”. E penso, in secondo luogo, all’uso della contenzione: dal 1° febbraio al 13 aprile, sono state effettuate un totale di 14.118 contenzioni fisiche complessive, a quanto dichiarato dalle strutture interrogate. Inoltre, nel 92,7% dei casi (983 su 1.060), le strutture dichiarano di essere dotate di un registro per la contenzione fisica e per il suo monitoraggio, il che significa che la pratica della contenzione è diffusamente in uso.

Dalla survey, per quanto parziale, è interessante notare che il 40,2% del totale dei decessi (2.724 su 6.773) ha interessato residenti con riscontro di infezione da SARS-CoV-2 o con manifestazioni simil-influenzali. L'altro dato riguartda l’uso della contenzione: dal 1° febbraio al 13 aprile, sono state effettuate 14.118 contenzioni fisiche, a quanto dichiarato dalle strutture. Il 92,7% delle strutture dichiarano di essere dotate di un registro per la contenzione fisica, il che significa che la pratica è diffusamente in uso

Si è detto che sarebbe dovuta partire anche una rilevazione sulle persone con disabilità che a volte sono nelle stesse RSA o comunque in altre strutture sociosanitarie residenziali. Di questo non vedo notizia. Cosa ci può dire? Com'è stata costruita l'indagine?
L’Istituto Superiore di Sanità ha condotto l’indagine sulle RSA in collaborazione col Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, sia per quanto concerne la definizione del questionario sia per quanto attiene al confronto col GNPL National Register, la banca dati realizzata dal Garante nazionale per la geolocalizzazione delle strutture sociosanitarie assistenziali sul territorio italiano. Sono allo studio ipotesi per una collaborazione sperimentale fra le due istituzioni che possa dispiegarsi su di un arco temporale più ampio e, effettivamente, possa prendere in considerazione diverse tipologie di strutture. Auspico che si concretizzi al più presto, per due ordini di ragioni. In primo luogo, perché quello della residenzialità è sostanzialmente un circuito: se lo si vuole monitorare, non bisogna fermarsi alle sigle e alle denominazioni delle strutture, che hanno un alto tasso di variabilità regionale, dovuta all’estrema frammentazione delle discipline territoriali. In secondo luogo, solo un’indagine ad ampio spettro ed effettuata ad intervalli ricorrenti permette la comparazione dei dati, elemento essenziale per intercettare andamenti e dinamiche. Faccio inoltre presente che, in base all’art. 31 della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità – legge dal 2009 – l’Italia si è impegnata a raccogliere le informazioni appropriate, compresi i dati statistici e i risultati di ricerche, che permettano di formulare ed attuare politiche allo scopo di dare applicazione alla Convenzione; impegno ancora largamente inattuato. Una collaborazione stabile fra le due istituzioni in questo senso sarebbe un segnale concretamente utile e simbolicamente importante. Ricordo come l’azione di monitoraggio - intrapresa nel 2017 dal Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale - stia portando un rilevante contributo verso l’implementazione dei diritti di libertà sanciti dalla Convenzione Onu.

L’emergenza ha evidenziato come le politiche sociali e sanitarie pubbliche siano fondamentali per la coesione e la sicurezza sociale di una comunità democratica. Le morti Covid e para-Covid di anziani e disabili sono notiziabili solo nel momento in cui viene avviata una nuova indagine da parte della magistratura. Non mi stupisce, succede normalmente così anche nei casi di abusi, maltrattamenti e violenze nei confronti di queste persone. In questo Paese determinate tipologie di persone, anziane e/o con disabilità, sono ancora largamente pensate come parte di un’umanità minore

Di RSA, delle morti che si sono succedute, di anziani... oggi non parla più nessuno, dopo giorni in cui erano al centro di tutta l'attenzione mediatica e politica: cosa possiamo dire, con un po' più di distanza? Cosa non ha funzionato? Che nodi sono venuti al pettine?
Da un punto di vista più generale, il pettine dell’emergenza ha intercettato il nodo dei nodi. L’emergenza, infatti, ha prima di tutto evidenziato come le politiche sociali e sanitarie pubbliche siano fondamentali per la coesione e la sicurezza sociale di una comunità democratica. Ricordo che, finché le terapie intensive non hanno pressoché saturato i posti-letto disponibili, il discorso pubblico trasudava ancora della retorica dei tagli e del contenimento della spesa pubblica, che ci domina ormai da molti anni. Dopo Covid-19, dai comodi salotti televisivi in cui vivono sicuri, i predicatori dell’austerity potranno ancora ossessivamente ripetere ai cittadini italiani che lo Stato sociale è un peso inutile e antiquato? Per quanto riguarda poi le morti silenti, nel Paese, le morti Covid e para-Covid di anziani e disabili sono notiziabili solo nel momento in cui viene avviata una nuova indagine da parte della magistratura. Non mi stupisce, succede normalmente così anche nei casi di abusi, maltrattamenti e violenze nei confronti di queste persone. In qualche modo, in Italia, la magistratura penale supplisce alla magistratura morale: la coscienza giudiziaria si attiva prima della coscienza civica. Ma questo, purtroppo, è solo il sintomo dello statuto sociale che attribuiamo ad anziani e disabili. È una questione culturale. Senza illusioni, in questo Paese determinate tipologie di persone, anziane e/o con disabilità, sono ancora largamente pensate come parte di un’umanità minore: degli inadatti, dei quasi-adatti o degli ex adatti. In sostanza, persone alle quali non è mai riconoscibile la piena cittadinanza o persone considerate come reduci della cittadinanza, e per questo sacrificabili prima di coloro che occupano il centro della cittadinanza sostanziale. In questo senso, lo stato di emergenza si è solo rivelato un piano di emergenza, una superficie di visibilità: tramite la morte fisica, ha messo in evidenza la morte sociale che ordinariamente colpisce una consistente frazione di nostri concittadini anziani e/o con disabilità, nell’indifferenza collettiva.

Una società è chiamata a decidere, in ogni epoca, le forme di convivenza che vuole praticare. L’Italia ha deciso, nel tempo, che una serie di istituzioni non erano più forme accettabili: i manicomi, i riformatori giudiziari, gli orfanatrofi, gli ospedali psichiatrici giudiziari. L’Italia non ha ancora deciso, invece, che le istituzioni segreganti per anziani e disabili siano una forma di convivenza inaccettabile. Ma gli strumenti operativi per attuare il passaggio dalle istituzioni alla vita di comunità sono da tempo disponibili

Due anni fa insieme a Giovanni Merlo lei ha firmato il volume "La segregazione delle persone con disabilità. I manicomi nascosti d'Italia". Oggi molti mettono in luce come proprio il modello residenze/strutture abbia mostrato tutti i suoi limiti, proponendo soluzioni diverse: supportare la permanenza di anziani e persone con disabilità a domicilio, in case che accolgano poche persone, con i piani personalizzati o i budget di salute... Il decreto Rilancio per il secondo semestre del 2020 ad esempio ha raddoppiato i fondi per l'assistenza domiciliare integrata degli anziani non autosufficienti. Lei che ne pensa? Per il futuro, quale proposte vede?
Per precisione, al momento non c’è evidenza di una correlazione fra strutture segreganti e mortalità da Covid-19 e, chiaramente, non tutte le strutture residenziali hanno caratteri segreganti. Entrambi i fenomeni però – alto tasso di mortalità e segregazione – sono la conseguenza diretta del modo in cui una società considera le persone anziane e/o con disabilità, se si vuole, della loro immagine pubblica: queste persone sono sacrificabili o segregabili perché interpretate come meno uguali delle altre. Non appartengono pienamente al soggetto collettivo “Noi” che una società reputa legittimo. Per questo, larghi strati della società reputano tollerabili, nei confronti di questi soggetti, comportamenti che mai accetterebbero su sé stessi. Come accennavo, è un immane problema culturale. Una società è chiamata a decidere, in ogni epoca, le forme di coesistenza e convivenza che vuole praticare. L’Italia ha deciso, nel tempo, che una serie di istituzioni non erano più forme di coesistenza accettabili e tollerabili: per esempio, i manicomi, i riformatori giudiziari, gli orfanatrofi, gli ospedali psichiatrici giudiziari. L’Italia non ha ancora deciso, invece, che le istituzioni segreganti per anziani e disabili siano una forma di convivenza inaccettabile. Gli strumenti operativi per attuare il passaggio dalle istituzioni alla vita di comunità sono da tempo disponibili; lei ne ha citati alcuni già sperimentati nel supportare altre forme dell’abitare, anche condiviso. Spero e lavoro perché il “pappocidio”, lo sterminio dei nonni di questi mesi, renda finalmente intollerabili le strutture segreganti.

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