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Caregiver familiare: ma lo stipendio non è una conquista

23 Luglio Lug 2020 1015 23 luglio 2020
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Il rischio? Che lo Stato così creda «di aver assolto il suo compito». Marco Espa (ABC): «bisogna spostare invece l’attenzione sulla possibilità che la persona con disabilità abbia un suo progetto di vita sostenuto con un congruo finanziamento. Abbiamo visto centinaia di donne rientrare al lavoro e uscire dai loro "arresti domiciliari" grazie ai piani personalizzati: perché sostenute, appunto, non perché stipendiate»

«La definizione di gratuità è fondamentale per inquadrare il profilo del caregivers». Questo non significa escludere eventuali interventi di sostegno anche monetari per chi si prende carico di un familiare con disabilità, ma il rischio è che «con la contribuzione al “servizio di cura” del familiare» lo Stato creda «di aver “assolto” il suo compito». Detto ancora in maniera ancora più diretta: «Formalizzare uno stipendio, mai. Dal nostro punto di vista, dopo tanti anni di battaglie non riteniamo che la possibile “retribuzione” della figura del caregivers possa essere una conquista. Abbiamo sempre ritenuto che i familiari nel loro ruolo di cura dovessero essere sostenuti dai servizi. Per questo possiamo in parte capire anche le motivazioni: in assenza di presa in carico da parte delle istituzioni, la soluzione più veloce sembra quella di disporre di ulteriori risorse per far fronte al ruolo di genitore lasciato solo a se stesso». Nella esperienza più matura dei piani personalizzati pubblici per le persone con disabilità invece «abbiamo visto centinaia e centinaia di donne rientrare al lavoro, uscire dagli arresti domiciliari senza aver compiuto nessun reato o fare quello che più gli aggrada grazie ai piani personalizzati: cioè perché sostenute, non perché stipendiate».

Così la Federazione ABC- Associazione Bambini Cerebrolesi, con il suo presidente Marco Espa interviene nel dibattito per il riconoscimento del caregiver familiare. Il disegno di legge 1461 - Disposizioni per il riconoscimento ed il sostegno del caregiver familiare (un testo base raggiunto la scorsa estate, con la firma trasversale di esponenti di varie forze politiche) ha da poco ripreso il suo iter in Commissione Lavoro del Senato: ieri era fissata la scadenza per la presentazione di emendamenti e ABC ha inviato il proprio contrbuto (in allegato in fondo all'articolo).

Il no allo stipendio per il caregiver (gratuità) è il loro primo punto, seguito da convivenza e continuità: «Da caregiver, riteniamo assolutamente incompatibile tale ruolo con uno stipendio». Il motivo? «Evitare che, come richiesto da qualche forza sociale, possano essere considerati caregiver dei professionisti». Per questo – scrivono - «sentiamo "scivoloso" togliere la parola "gratuitamente" dal testo di legge, come richiesto da molti: se per noi non deve essere mai un professionista del sociale essere individuato come caregiver, allo stesso tempo (salvi ovviamente tutti i provvedimenti di costruzione previdenziale , contributi figurativi, pensionistici ecc) non vogliamo che un genitore, un amico convivente, un coniuge, e tutte le forme previste giustamente nel testo, sia retribuito per il suo ruolo. Bisogna spostare invece l’attenzione sulla possibilità invece che la persona con disabilità abbia un suo progetto di vita sostenuto con un congruo finanziamento».

Il tema per ABC è che lo Stato individui «modalità per il riconoscimento, la valorizzazione e l’integrazione della figura del caregiver familiare quale risorsa nella rete dei servizi sociali, socio-sanitari e sanitari e delle reti territoriali di assistenza alla persona, nonché per prevenire le forme di isolamento familiare, l’abbandono dell’attività lavorativa e la marginalizzazione sui posti di lavoro e nelle relazioni sociali causate dall’attività del prendersi cura». L’esperienza a cui si fa riferimento, nell’ottica di quel welfare di comunità e di prossimità di cui tanto si sta parlando in queste settimane, dal Piano Colao in poi, è quella dei progetti personalizzati, che in Sardegna funzionano (e bene) fin dal 2000, mentre nel resto d’Italia esistono ancora solo a macchia di leopardo. Ovviamente ben vengano oltre ai contributi figurativi e a tutti i sostegni previdenziali adeguati anche delle indennità e dei contributi di natura economica ma legati al piano personalizzato di sostegno della persona con disabilità, sempre da rendicontare all'interno di un quadro progettuale co-firmato tra persona con disabilità o chi lo rappresenta per legge e il suo ente locale di riferimento.

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