Formazione

La scuola per una next generation europea

21 Dicembre Dic 2020 1936 21 dicembre 2020

La scuola dovrà dunque aiutare ad accompagnare la complessità del cambiamento, piuttosto che marginalizzarne alcuni aspetti come semplici “rischi”. La scuola può infatti aiutare gli studenti, e con essi i genitori, a costruire strategie positive per affrontare una disponibilità di tecnologie, di informazione e comunicazione senza precedenti.

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Scuola
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La scuola dovrà dunque aiutare ad accompagnare la complessità del cambiamento, piuttosto che marginalizzarne alcuni aspetti come semplici “rischi”. La scuola può infatti aiutare gli studenti, e con essi i genitori, a costruire strategie positive per affrontare una disponibilità di tecnologie, di informazione e comunicazione senza precedenti.

La scuola Italiana prima del COVID-19 era già una scuola da cambiare. Arroccata al suo tradizionale compito di alfabetizzazione si difendeva dai pericoli del digitale e i nuovi media faticavano ad essere accolti e dunque usati come strumenti educativi. Nonostante le argomentazioni dell’Indire, nonostante i corsi di “didattica digitale”, i docenti si ritenevano troppo impegnati per poter affrontare la questione dell’innovazione, troppo attenti alle valutazioni che rappresenterebbero un impedimento ai percorsi di cambiamento, appellandosi alla mancanza di risorse economiche, organizzative e strumentali per intraprendere la strada di una mutazione strutturata del processo di insegnamento.

Eppure il cambiamento della scuola era (e purtroppo in molto casi è ancora) indispensabile per costruire un luogo adatto al contesto e attento all’evoluzione non solo dei nuovi media, ma anche e soprattutto dei bisogni educativi. Gli studenti attualmente a scuola sono indubbiamente la generazione più immersa nelle tecnologie digitali sino ad oggi, non possono essere lasciati soli nella gestione dei profondi cambiamenti offerti dalle tecnologie di informazione e comunicazione.
Questo è a maggior ragione valido se consideriamo che le stesse tecnologie, di cui gli studenti sono intensi fruitori, sono state prodotte e promosse da sistemi creati, finanziati e gestiti da adulti.
Le tecnologie trascinano ramificazioni profonde per istituzioni, organizzazioni, norme sociali e persino comportamenti fino a poco tempo fa considerati immutabili: siamo di fronte quindi a un cambiamento estremamente pervasivo, per definizione ricco di implicazioni a causa della crescita esponenziale di connessioni e interazioni, che non può essere ignorato: quello che con coraggio e passione il prof. Franchini dell’Università Cattolica chiama “cambio di paradigma”. È lo stesso Franchini a ricordare che Thomas Kuhn definì “slittamento di paradigma” un mutamento profondo nella cornice concettuale che in un dato spazio-tempo supporta il sistema ordinario di credenze, dando luogo a una crisi e a conseguenti cambiamenti nel modo di pensare e di agire.


Proprio quello che probabilmente sta avvenendo nella scuola: le informazioni, le conoscenze e anche le opinioni hanno smesso di essere contenute in via esclusiva dentro la carta stampata e trasmesse seguendo un segmento orientato dal docente allo studente e ora irrompono in fasci multidirezionali attraverso i mille rivoli della comunicazione multimediale.
Non si legga quello che sta accadendo come un solo aumento quantitativo delle fonti: siamo davanti ad fenomeno qualitativo, in grado di cambiare le modalità stesse di fruizione della conoscenza. Come avvenne nel XV secolo, con l’invenzione della stampa: essa non rappresentò solo un aumento della disponibilità delle informazioni, ma ne modificò profondamente la “distribuzione”,
dalle modalità “produttive” della tradizione orale alle modalità “riproduttive” della tipografia.
Mentre allora si passò dall’educativo orale a quello cartaceo, oggi siamo di fronte ad misterioso quanto affascinante nuovo cambio di paradigma: l’educativo digitale.

La Raccomandazione Europea sulla modernizzazione dei sistemi di istruzione (2018) sinteticamente richiama un cambiamento sia negli obiettivi (dai contenuti alle competenze, dall’istruzione all’educazione) che nel metodo (attività educative multidimensionali): “[…] la scuola, per tradizione luogo di acquisizione del sapere, è oggi affiancata da numerose altre fonti di informazioni accessibili. Le tecnologie moderne hanno liberato l’istruzione, aperto opportunità per attività educative multidimensionali e creato uno spazio educativo. Una sfida importante consiste nel rendere la scuola il luogo più interessante di questo spazio. Il ruolo dei sistemi di istruzione è quello di formare una persona completa, che si realizzi in ambito professionale, sociale, culturale e civico in un ambiente diversificato e globale” Queste istanze erano già vive prima del Coronavirus, anche se molto spesso temute e rimosse. La scuola dovrà dunque aiutare ad accompagnare la complessità del cambiamento, piuttosto che marginalizzarne alcuni aspetti come semplici “rischi”. La scuola può infatti aiutare gli studenti, e con essi i genitori, a costruire strategie positive per affrontare una disponibilità di tecnologie, di informazione e comunicazione senza precedenti. Lo sviluppo di una piena cittadinanza digitale, infatti, passa anche e soprattutto dalla capacità degli studenti di appropriarsi dei media digitali, passando da consumatori passivi a consumatori critici e produttori responsabili di contenuti e nuove architetture.

Oggi, tuttavia, c’è un’altra pressante questione, che mina alla base l’ordinaria grammatica della scuola: i giovani possono tornare nelle aule alveare, stretti gli uni di fianco agli altri in spazi angusti, benché nei nuovi banchi monoposto, rigidi e diretti esclusivamente verso la cattedra, predisposti per il classico schema della lezione e dell’esercizio individuale controllato?
La risposta sembrerebbe scontata. La questione però a mio avviso è più complessa. Quando questa pandemia sarà terminata, la scuola dovrà aver vinto le sue endemiche malattie come la noia, la ripetitività e l’insignificanza. Indubbiamente, l’educativo digitale rappresenta una soluzione sostanziale all’astorico protrarsi dell’educativo cartaceo nel tempo dell’educativo digitale, stasi che produce le anomalie della demotivazione e del senso di inutilità difronte ad un insegnamento acritico e dottrinale. Questo non vuol dire che il digitale renderà la scuola efficace. Non è lo strumento che rende efficace l’insegnamento. La scuola di Barbiana, descritta dai suoi studenti nella “Lettera ad una professoressa”, era una scuola flessibile, non standardizzata, “digitale”, realizzata senza tecnologie da un grande educatore come don Lorenzo Milani.
Paradossalmente, invece, è vero anche che le tecnologie possono banalmente essere usate per replicare la didattica tradizionale, ignorando la rottura paradigmatica che esse in qualche modo implicherebbero. Non ci si scandalizza nel sapere che non pochi docenti stanno cercando di replicare quanto noiosamente ripetono in classe in modo frontale, davanti ad uno schermo, con le piattaforme digitali usate come contenitori di documenti da stampare per poi (aiuto!) leggere e ripetere.

L’approccio tradizionale, infatti, si dimostra molto resistente, anche durante l’emergenza, un approccio che nasconde attraverso la modalità sincrona del webinar, infatti, la folle replicazione dell’orario scolastico, fatto di un caleidoscopio di numerose discipline nell’arco di tempo di una sola mattinata: sullo sfondo l’inveterata esigenza del controllo, oltre che della trasmissione lineare delle conoscenze.


Una didattica digitale organizzata in modalità asincrona avrebbe potuto invece rappresentare un’opportunità per attivare gli studenti, non considerati ricettori passivi consentendo loro di lavorare a progetti e compiti di realtà secondo i loro ritmi, modalità e tempi, interagendo, attraverso i molteplici canali offerti dai nuovi media, non solo con i propri docenti, ma anche con altri adulti significativi, con i compagni e con altri potenziali partner di apprendimento. Insomma, la scuola piega la tecnologia ai suoi scopi e modalità consueti, invece di interrogarsi sul potenziale trasformativo che la tecnologia reca, potendo rendere la scuola più feconda nei suoi fini educativi più autentici.

Trasformare la drammaticità della pandemia in una opportunità per la scuola, implicherebbe che quelle che fino a ieri erano considerate “avanguardie educative” dallo stesso istituto INDIRE, diventino la quotidianità scolastica. È dunque necessario e indispensabile, citando il “Manifesto delle Avanguardie - L'Innovazione possibile” di Indire:
TRASFORMARE IL MODELLO TRASMISSIVO DELLA SCUOLA SFRUTTARE LE OPPORTUNITÀ OFFERTE DALLE ICT E DAI LINGUAGGI
DIGITALI PER SUPPORTARE NUOVI MODI DI INSEGNARE, APPRENDERE E VALUTARE CREARE NUOVI SPAZI PER L’APPRENDIMENTO
RIORGANIZZARE IL TEMPO DEL FARE SCUOLA RICONNETTERE I SAPERI DELLA SCUOLA E I SAPERI DELLA SOCIETÀ
DELLA CONOSCENZA INVESTIRE SUL “CAPITALE UMANO” RIPENSANDO I RAPPORTI (DENTRO/FUORI, INSEGNAMENTO FRONTALE/APPRENDIMENTO TRA PARI, SCUOLA/TERRITORIO, ECC.) PROMUOVERE L’INNOVAZIONE PERCHÉ SIA SOSTENIBILE E
TRASFERIBILE.
Per far questo non basta la buona volontà di uno o più docenti. Oggi è necessario dunque che insieme i docenti, i dirigenti, gli uffici scolastici, i comuni, la provincia e la regione, possano insieme dotarsi di strumenti atti a ristrutturare completamente la scuola, investendo sui piccoli istituti e non rincorrendo, per pura logica monetaria, i grandi numeri, accompagnando con adeguata formazione, cambiando in modo sistemico le linee guida sul dimensionamento concentrandole su un pensiero pedagogico, creando nuovi ambienti di apprendimento e lavorando perché il Ministero dell’Istruzione investa da subito nel metodo di reclutamento, oggi evidentemente non garante di una risposta efficace alla complessità del tempo che stiamo vivendo.

Oggi siamo chiamati non semplicemente ad amministrare una crisi difendendo lo status quo e giustificandosi con il sempre fallimentare “si è sempre fatto così” ma a trarre da essa quelle indicazioni che ci porteranno avanti L’opportunità dei fondi europei per il Ricovey sia centrata sulla scuola, come ha scritto Raffaela Milano, direttrice dei programmi Italia-Europa di Save the
Children, su VITA on Line del 28 agosto scorso, perché il “Piano nazionale per la ripresa e la resilienza” parta proprio dalla scuola, che per prima ha sofferto gli effetti di questa crisi: creare reti nazionali di scuole, digitalizzare tutti i servizi e dare accesso alla rete a tutti, aumentare in modo sinergico e partecipato i servizi educativi nei territori dove oggi sono pressoché assenti, costruire, secondo il nuovo paradigma educativo, nuovi plessi scolastici, sicuri e sostenibili.
Solo la scuola, una scuola nuova aperta e conduttrice del nuovo paradigma, può garantire una Next Generation Europe!

*Assessore alla Pubblica Istruzione Comune di Latina

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