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Welfare

RSA e anziani: un nuovo modello di cura senza cedere all'impressionismo

12 Febbraio Feb 2021 1839 12 febbraio 2021
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In attesa del documento conclusivo che la “Commissione Paglia” consegnerà al nuovo ministro della Salute, ecco il commento di alcune fra le principali realtà impegnate nell’assistenza agli anziani al «nuovo modello di cura e di assistenza» tratteggiato dalla Pontificia Accademia per la Vita

Un documento «forte e autorevole», «assolutamente condivisibile nei principi», accolto con «gratitudine» da chi è ogni giorno in prima fila nell’assistenza delle persone anziane. Ma anche con la voglia di marcare qualche distinguo e la preoccupazione per la pervasiva narrazione univoca delle RSA come capro espiatorio perfetto di quel che è accaduto la scorsa primavera, quando la prima terribile ondata del Covid ha colto tutti impreparati. Alla ricerca di quell’equilibrio che lo stesso documento della Pontificia Accademia per la Vita indica come obiettivo, senza «liquidare la questione della cura degli anziani con la ricerca di capri espiatori, di singoli colpevoli» e, di contro, senza che «si alzi un coro in difesa degli ottimi risultati di chi ha evitato il contagio nelle case di cura».

In attesa del documento conclusivo dei lavori che la “Commissione Paglia” consegnerà al nuovo ministro della Salute, abbiamo chiesto ad alcune fra le principali realtà impegnate nel nostro Paese nell’assistenza agli anziani una reazione al documento della Pontificia Accademia per la Vita, dal titolo “La vecchiaia: il nostro futuro. La condizione degli anziani dopo la pandemia”.

Don Marco Bove, presidente della Fondazione Sacra Famiglia

Don Marco Bove, presidente della Fondazione Sacra Famiglia, divide il documento in due parti: come se avesse idealmente una pars destruens e una pars costruens. «Mi ritrovo moltissimo nella pars costruens, propositiva, dove si delinea questa nuova visione di assistenza e si tratteggia la proposta di un modello che spero influenzerà quello che arriverà dalla “commissione Paglia”. È una via non solo condivisibile, ma necessaria! Benché questa personalizzazione della cura dentro un continuum assistenziale, non è tanto diverso da ciò che noi ma anche tanti altri facciamo da anni, pur chiamandolo con un linguaggio diverso: una filiera di servizi di presa in carico degli anziani. Quindi è da fare, sì, ma insieme si sta già facendo, riconosciamo anche questo dato di fatto». Su altri punti invece don Marco trova nel documento «uno sguardo di fondo che dà grandi pennellate un po’ impressionisitiche». È vero che c’è la cultura dello scarto «ma non c’è solo quella, noi vediamo ogni giorno come l’anziano per tante famiglie ma anche per tanti operatori e professionisti è un valore». Don Bove va a rileggere i passaggi in cui si afferma che secondo i dati statistici comparati «la “famiglia” a parità di condizioni, ha protetto molto di più gli anziani» e si chiede: «Ma sappiamo che caratteristiche ha la popolazione presente oggi nelle Rsa? Persone estremamente fragili, con comorbilità, perché finché basta la presa in carico a domicilio nessuno va più in Rsa. Non sono persone solo anziane ma con patologie che rendono impossibile la permanenza a domicilio. Se non si tiene conto di questo dato di realtà, è ideologico dire che la casa è il posto migliore per tutti. È vero per chi sta bene, ma altrimenti a casa la persona non solo non ci può stare ma ci sta male», sottolinea don Marco. «Dire quindi che l’istituzionalizzazione non ha garantito migliori livelli di assistenza, perché ha avuto un tasso di mortalità alto non è del tutto corretto. Di converso anche l’affermazione che la casa ha protetto di più è tutta da dimostrare. Nelle case è impossibile sapere quanti anziani sono morti di Covid nella prima ondata, banalmente perché nessuno poteva fare un tampone». E per concludere don Marco invita ad allargare lo sguardo: dobbiamo ripensare non solo “la condizione degli anziani dopo la pandemia” ma la condizione della fragilità dopo la pandemia. Altrimenti dimentichiamo ancora una volta la disabilità».

Oggi nelle Rsa vivono persone estremamente fragili, con comorbilità, perché finché basta la presa in carico a domicilio nessuno va più in Rsa. Non sono persone solo anziane ma con patologie che rendono impossibile la permanenza a domicilio. Se non si tiene conto di questo dato di realtà, è ideologico dire che la casa è il posto migliore per tutti. È vero per chi sta bene, ma altrimenti a casa la persona non solo non ci può stare ma ci sta male

don Marco Bove

Franco Massi, presidente nazionale di Uneba

«Dobbiamo cambiare, certo. Il punto è che non dobbiamo fare qualche aggiustamento per sopravvivere, dobbiamo cambiare per migliorare», dice Franco Massi, presidente di una federazione con 900 associati in cui lavorano complessivamente 45mila lavoratori. Parlare di RSA e case di riposo oggi risulta molto condizionato da quel che è successo nella prima ondata del Covid – anche il documento della Pontificia Accademia per la Vita parte da lì – «ma dobbiamo ricordarci però che in queste strutture si è fatto l’impossibile per curare gli anziani ospitati, con una disponibilità fuori dall’ordinario degli operatori. Il documento stesso ricorda “l’abnegazione e, in alcuni casi, il sacrificio del personale dedito all’assistenza”. Dobbiamo cambiare ma senza “buttare a mare” tutto il patrimonio di solidarietà e carità che si è accumulato nei secoli, nelle strutture che sono nate spesso proprio dentro le comunità cristiane e in ambito religioso, che hanno svolto una funzione storica fondamentale».

Massi parla di un documento «forte e autorevole», «indirizzato ai credenti ma non solo», che «richiama alla responsabilità personale e collettiva». E questa responsabilità «si deve tradurre in un impegno concreto per ridurre l’isolamento in cui spesso si trovano le persone anziane, abbiamo tutti l’imperativo di andare a scoprire le troppe solitudini e povertà nascoste». «L’ambiente familiare è certo l’ideale per far vivere con dignità le persone anziane, ma la famiglia non sempre c’è e soprattutto spesso le condizioni sanitarie e assistenziali dell’anziano richiedono un’attività continuativa. A quel punto non si può che ricorrere a strutture residenziali che però devono – questo è il cambiamento che dicevo prima – costruire ambienti sempre più famigliari, che significa innanzitutto ambienti che favoriscono le relazioni con l’esterno e fra generazioni. Ci sono già esperienze molto belle…».

In Italia – annota il presidente – i posti letto per anziani over70 in strutture residenziali sono meno della metà rispetto a Francia, Germania, Spagna… «Questo gap sia colmato innanzitutto non da nuovi posti letto residenziali ma dal continuum assistenziale. Un concetto bellissimo, ma tutto da costruire».

Dobbiamo cambiare, certo. E il punto è che non dobbiamo fare qualche aggiustamento per sopravvivere, dobbiamo cambiare per migliorare

Franco Massi

Fabrizio Giunco, direttore del Dipartimento cronicità della Fondazione Don Carlo Gnocchi

«Una bellissima prospettiva di lavoro, giusto dire che il Covid ci impone un ripensamento e che in questo ripensamento ci deve sicuramente essere un ridimensionamento del ruolo e del significato delle RSA così come dell’ospedale… In Italia non abbiamo ancora un sistema di long term care all’altezza di altri Paesi, non abbiamo il continuum delle cure, non abbiamo un chiaro orizzonte di riferimento: e questo lo sapevamo anche prima del Covid. Però rivendico il fatto che le RSA non devono essere demonizzate. Soprattutto oggi, abbiamo ormai dati più solidi ed è tempo di rileggere in modo più oggettivo ciò che è accaduto nel vivo della crisi di marzo-aprile. Ad esempio, non darei per scontato che le RSA siano state il motivo della crisi, in alcune regioni italiane più che in altre. Soprattutto nelle regioni dove le RSA sono più organizzate, anche in senso sanitario, la popolazione tipica è rappresentata da persone in età molto elevata, fragili, totalmente non autosufficienti e con molte malattie già in fase avanzata. Basti pensare che nelle RSA della nostra Fondazione l’età media di ingresso è di 89,8 anni. In molti se non tutti i territori più colpiti dalla crisi, le RSA hanno anche rappresentato un fattore di protezione: ad esempio, i tassi di letalità e gli eccessi di mortalità sono spesso stati più bassi di quelli che sono stati registrati nelle case e negli ospedali. Questo è accaduto ancora di più nel corso della seconda ondata, che ancora nessuno racconta. Nelle case troppi anziani sono morti o hanno dovuto gestire le difficoltà della malattia, senza diagnosi, senza tamponi, da soli o all’interno di reti familiari deboli e abbandonate a se stesse da un territorio impreparato o sovraccarico. La mortalità nelle case è stata estremamente più elevata di quella nelle strutture». Si appassiona Fabrizio Giunco, oggi direttore del Dipartimento cronicità della Fondazione Don Gnocchi ma anche uno dei primi in Italia ad aprire un centro diurno per anziani, a parlare di soluzioni abitative di vita indipendente e assistita e di cure domiciliari.

In qualunque modello e in ogni sistema le RSA serviranno sempre; servirà però – anche questo è ben descritto nel documento – un modello più evoluto di quello attuale

Fabrizio Giunco

Il dottor Giunco del documento della Ponitifica Accademia per la Vita apprezza soprattutto i paragrafi dedicati al “nuovo modello di cura e di assistenza degli anziani più fragili” e al “riqualificare la casa di riposo in un continuum socio-sanitario”. «L’abitare protetto è stato riconosciuto come punto di forza, in tutto il mondo. Occorre oggi investire con decisione sulle cure domiciliari intese nella loro globalità e non nella sola ADI – il documento lo sottolinea molto bene – ma anche sul fronte dell’abitare e delle soluzioni abitative sociali e protette, utili a garantire servizi di base ma anche la possibilità di vivere con altri, anche con soluzioni intergenerazionali. Ad esempio, nello scenario lombardo, fino a un terzo dei 60.000 degenti di RSA arriva perché non ha una casa, non ha una rete, ha problemi di disagio sociale grave, di dipendenze o di salute mentale. Molti di loro sono indirizzati alle RSA direttamente dai Comuni, che non trovano altre soluzioni sul territorio. Ecco, certo che loro potrebbero restare nella comunità e in una casa, ma a patto che questa casa sia fatta in un certo modo, dentro una certa rete… E oggi non è così», dice. «In qualunque modello e in ogni sistema le RSA serviranno sempre; servirà però – anche questo è ben descritto nel documento – un modello più evoluto di quello attuale». Dovranno essere pensate e realizzate come «sistemi integrati, non semplicemente aperti al territorio, ma come sistema organizzato a servizio del territorio, capaci di garantire risposte in continuità, in una diversificazione dell’offerta modellata sull’orizzonte dell’abitare più che della sola presa in carico delle malattie». Bisogna poi tenere conto dell’estrema diversificazione dei sistemi regionali, dove già le stesse soluzioni residenziali sono quanto mai eterogenee nelle definizioni e nella qualità delle cure che possono essere garantite, e dove faticano a trovare una collocazione sistematica le soluzioni abiattive sociali e protette e la costruzione di sistemi di cure domiciliari efficaci e ben integrate. Tenendo conto però che sono poche le regioni che hanno un servizio abitativo di vita indipendente e assistita non costruito a compartimenti stagni.

Soprattutto, sottolinea Giunco, la vecchiaia va ridefinita, perché è una realtà diversissima da quel che era 30 anni fa. «Oggi è normale morire a 90 anni, ma ci si arriva dopo un lungo percorso dove tu persona, tu famiglia, tu sistema devi riorganizzarti attorno ai cambiamenti propri della vecchiaia. Se osservo la vecchiaia nei suoi 30 anni di sviluppo, devo avere in mente che la stessa persona attraverserà nella sua esistenza fasi diverse e avremo la responsbailità di mettere a disposizione loro e delle loro famiglie un ampio ventaglio di risposte, ben collegate fra loro per garantire continuità esistenziale prima ancora che di cura. La RSA da sola, quindi, non basta, ma nemmeno l’ADI da sola basta. Bisogna creare un sistema che sia in grado di ripensare e orientare le risposte che i territorio sono in grado di dare, partendo dai bisogni e anche dai desideri delle persone. Un sistema centrato sulla persona, non sul paziente».

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