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Infanzia

Risorse per infanzia: basta con l'«annuncite», è l'ora della misurazione

16 Giugno Giu 2021 1334 16 giugno 2021
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Dallo ZeroSei alla povertà educativa ai divari territoriali, è forte la consapevolezza che i temi della governance, degli obiettivi di servizio, delle risorse strutturali e di una nuova cultura della valutazione siano fondamentali per non sprecare l'occasione rappresentata dal PNRR e dalla Child Guarantee. Il web talk del Gruppo CRC con Brando Benifei, Francesca Puglisi, Luca Bianchi, Tommaso Nannicini e Emmanuele Pavolini

Il 27 maggio 1991, con la legge 176/1991, l’Italia ratificava la Convenzione Onu sui diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza. Il Gruppo CRC – che riunisce 100 organizzazioni impegnate nel monitoraggio dell’attuazione della CRC in Italia – ogni anno redige un dossier proprio per documentare lo stato di attuazione, le criticità, i punti in cui siamo in ritardo. Quest’anno ha voluto cimentarsi in una mappatura delle risorse dedicate all’infanzia e l’adolescenza in Italia, perché mappare la spesa pubblica per i minori è la precondizione per valutarne l'efficacia e l'impatto e perché siamo alla vigilia di un momento storico in cui, per la prima volta, la battaglia da fare non sarà per avere le risorse ma per spenderle bene. Il Comitato Onu d’altra parte ha manifestato più volte, anche in passato, la preoccupazione per il fatto che la CRC in Italia non sia applicata al massimo livello consentito dalle risorse disponibili: non un tema di quantità, quindi, ma di efficacia della spesa.

Il dossier "I diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia – Le risorse dedicate all’infanzia e l’adolescenza in Italia” è stato presentato e discusso in un web talk il 14 giugno, che si può rivedere integralmente qui sotto. La data non è casuale, dal momento che proprio lunedì il Consiglio dell’Unione europea ha dato l’annuncio di aver adottato la raccomandazione sulla Child Guarantee.

«Il Consiglio ha adottato oggi una raccomandazione che istituisce una garanzia europea per l'infanzia. L'obiettivo della raccomandazione è prevenire e combattere l'esclusione sociale dei minori bisognosi garantendo l'accesso a una serie di servizi fondamentali, contribuendo in questo modo alla difesa dei diritti dei minori tramite la lotta alla povertà infantile e la promozione delle pari opportunità. In particolare, si raccomanda agli Stati membri di garantire un accesso effettivo e gratuito all'educazione e alla cura della prima infanzia, all'istruzione e alle attività scolastiche, ad almeno un pasto sano al giorno a scuola e all'assistenza sanitaria, nonché a un'alimentazione sana e a un alloggio adeguato», dicono da Bruxelles (qui il comunicato stampa e qui il testo della raccomandazione adottata dal Consiglio). «Siamo arrivati qui grazie al lavoro delle realtà come le vostre, della società civile organizzata che ha creato un dibattito», ha detto Brando Benifei, europarlamentare e relatore per la Child Guarantee. «Arriviamo oggi alla raccomandazione approvata dai ministri del lavoro e degli affari sociali ma questa raccomandazione sarebbe un testo vuoto e inutile se non ci fosse dietro una strumentazione legislativa e di bilancio atta a sostenerla. Abbiamo difeso un principio, cioè che il 5% del Fondo Sociale Europeo, per i paesi che hanno un certo livello di povertà minorile deve esser necessariamente dedicato alla lotta alla povertà infantile, con un cofinanziamento nazionale: per l’Italia parliamo di 650 milioni di euro per i prossimi sette anni, da affiancare con almeno la stessa cifra di fondi nazionali. La speranza è che siano la base per fare altre azioni, attraverso il Next Generation Eu e altro ancora. Abbiamo alcune centinaia di milioni di euro all’anno vincolati a questo. E abbiamo dovuto battagliare a lungo affinché anche i paesi con minore povertà infantile fossero comunque vincolati a dedicare una parte del FSE al contrasto della povertà minorile».

Abbiamo difeso un principio, cioè che il 5% del Fondo Sociale Europeo, per i paesi che hanno un certo livello di povertà minorile deve esser necessariamente dedicato alla lotta alla povertà infantile, con un cofinanziamento nazionale: per l’Italia parliamo di 650 milioni di euro per i prossimi sette anni, da affiancare con almeno la stessa cifra di fondi nazionali.

Brando Benifei, europarlamentare, relatore per la Child Guarantee

Fondi europei e divari territoriali

Rispetto all’utilizzo dei fondi europei, il dossier mette in evidenza una maggiore concentrazione di risorse nelle Regioni del Sud (si va dagli 85 euro pro capite di cui ha beneficiato un minore residente in Emilia Romagna ai 478 euro di uno che vive in Calabria) eppure, annota il rapporto, «proprio nelle Regioni del Sud le politiche dedicate a infanzia e adolescenza basate sul trasferimento dei fondi, in assenza di una strategia organica, di una governance e di una capacità amministrativa adeguate, non siano state di per sé risolutive» e «purtroppo non ha generato interventi qualitativamente validi in grado di ridurre efficacemente i “divari di cittadinanza”». In sostanza «le politiche per l’infanzia e l’adolescenza finanziate dalle risorse aggiuntive nazionali ed europee finalizzate ad aumentare la coesione sociale e territoriale non sono apparse complessivamente sufficienti ad imprimere una significativa riduzione dei divari regionali presenti nel nostro Paese, in termini di offerta di servizi per questo target di popolazione».

«Non possiamo che partire dalla brutalità di questi dati. Proprio questo è il tema, capire come mei nonostante un’attenzione potenziale a questo target di spesa, i divari non solo in termini di povertà dei ragazzi ma anche di servizi offerti loro sia rimasto sostanzialmente immutato, anzi abbiamo aree del Pease in cui i divari sono aumentati in questi anni e ancora di più con la pandemia», ha evidenziato Luca Bianchi, direttore dello Svimez-Associazione per lo sviluppo dell'industria nel Mezzogiorno. «Il vostro rapporto è molto interessante perché introduce la cultura del monitoraggio, che è fondamentale perché spesso ci accontentiamo di definire politiche e meno di verificare il loro impatto sui territori, abbiamo un approccio per annunci e per stanziamenti, come se una volta fatto lo stanziamento tutto fosse risolto. In realtà lo stanziamento non basta, come mostrano i dati che il dossier porta». Due le valutazioni di Bianchi: «una di cultura e di scelta politica, perché per un amministratore pubblico meridionale paga di più costruire l’ennesima rotonda che non fare la mensa scolastica e il tempo pieno, c’è un tema di rendimento politico dell’investimento». D’altra parte, c’è un tema di capacità attuativa e qui l’esperienza passata ci deve insegnare molto per il futuro: «Non ci possiamo accontentare di mettere soldi, al Sud c’è un tema di innovazione e progettazione scoiale che a sua volta richiese investimenti, in termini di professionalità e di competenza, se non accompagniamo questi interventi, anche ulteriori stanziamenti dedicati rischiano di non raggiungere il cuore del problema. Dobbiamo fare monitoraggio non solo dei finanziamenti ma anche degli standard di servizi erogati». Questo apre il grande tema del PNRR, che mette risorse con modalità a bando: «Una modalità competitiva, che già abbiamo sperimentato e che rischia di sfavorire le amministrazioni più deboli che coincidono ahimé con quelle in cui l’obiettivo è più grande. Il tema non è introdurre quote territoriali, che è la battaglia di retroguardia di tutto il Mezzogiorno rivendicazionista, ma avere target in termini di obiettivi di servizio che siano obiettivi della politica nazionale ed europea, non territoriale. Questo è l’unico modo per scardinare un meccanismo che rischia di danneggiare il Mezzogiorno, questa è la vera battaglia da fare ora, fare del riequilibrio dei servizi pubblici un target della politica europea, a cui vincolare risorse».

Il tema non è introdurre quote territoriali, che è la battaglia di retroguardia di tutto il Mezzogiorno rivendicazionista, ma avere target in termini di obiettivi di servizio che siano obiettivi della politica nazionale ed europea, non territoriale. Questa è la vera battaglia da fare ora, fare del riequilibrio dei servizi pubblici un target della politica europea, a cui vincolare risorse.

Luca Bianchi, direttore Svimez

«Non c’è cultura amministrativa senza valutazione e non c’è cultura politica», ha ribadito Tommaso Nannicini, senatore, membro della Commissione Politiche dell’Unione. «La miopia e orizzonte ristretto della politica italiana crea incentivo per “l’annuncite”, ho un vantaggio maggiore ad annunciare l’ennesimo intervento contro la povertà educativa piuttosto che se valuto i risultati degli interventi già fatti, per cui è importante dare uno spessore maggiore alla discussione politica, grazie anche al vostro lavoro e al mondo della ricerca, per aiutare la politica a uscire da questo respiro corto». Il secondo nodo riguarda le risorse: «Per fare un salto di qualità nella capacità di dare risposte, investire sul nostro futuro, combattere le disuguaglianze noi non abbiamo bisogno soltanto di risorse una tantum ma di affiancarle a risorse permanenti, che stanno per sempre nel bilancio pubblico italiano, come indicato dal rapporto dell’Alleanza per l’Infanzia. Per questo ritengo un’occasione mancata il piano complementare al PNRR, abbiamo messo 31 miliardi di euro di risorse del bilancio pubblico italiano per dare un premio di consolazione a progetti che non erano rientrati nel PNRR, ma noi invece avevamo bisogno di un fondo per fare le riforme, perché le riforme a costo zero non esistono».

Il sistema integrato per lo ZeroSei

Il dossier ha analizzato in particolare le risorse destinate al sistema di educazione e di istruzione dalla nascita ai sei anni, ossia il Sistema integrato ZeroSei, che ha ricevuto negli ultimi anni nuova attenzione ed è rientrato in maniera importante anche nel PNRR. In Italia abbiamo scarsità di servizi educativi per l’infanzia e una elevata compartecipazione ai loro costi a carico delle famiglie (un quinto del costo del servizio, in media). L’auspicio per risolvere alcune paradossali criticità emerse con il PAC Cura Infanzia è la da tempo richiesta creazione presso il Ministero dell’Istruzione di un Ufficio dedicato al Sistema Integrato ZeroSei, che possa rispondere in maniera competente alle richieste di affiancamento tecnico avanzate dagli uffici corrispondenti a livello regionale e locale e che coordini quel necessario e urgente processo di riequilibrio territoriale dell’offerta educativa di qualità per la prima infanzia. Francesca Puglisi, capo della Segreteria tecnica del Ministero dell’Istruzione, ha dato una forte rassicurazione al riguardo: «La frammentazione delle fonti di finanziamento, una mancata strutturalità degli interventi non hanno dato agli amministratori locali quel coraggio e fiducia che serviva per continuare a investire. Io me lo sono sempre sentita dire dai sindaci del Mezzogiorno: prendo il PAC o il fondo europeo, ma poi come lo gestisco quel servizio educativo? Il decreto 65/ 2017 serve proprio per dare strutturalità agli interventi e ai finanziamenti, anche per la gestione dei servizi educativi. Accanto ai 4,6 miliardi del PNRR per allargamento della rete dei servizi e le infrastrutture, occorre quindi dare agli amministratori locali e a tutto il sistema integrato quella stabilità nei finanziamenti che servono per la loro gestione». Non basta genericamente avere più servizi educativi, servono «servizi di qualità», con «risorse anche per quel coordinamento pedagogico che fa la qualità dei servizi educativi», ha sottolineato Puglisi, «centrando nel Ministero dell’Istruzione il ministero che deve fare questo lavoro, con risorse e questo la ha voluto con forza il ministro Bianchi nel riscrivere il PNNRR, come primo step di un percorso di istruzione che comincia alla nascita e dura tutta la vita». Per Puglisi è una «battaglia comune» quella perché «queste risorse siano concentrate e spese bene secondo la governance disegnata dal decreto 65/2017»: «stiamo lavorando sul creare e rafforzare all’interno del Ministero dell’Istruzione - dove all’inizio non nascondo ci sono state delle resistenze nel salutare l’ingresso dello ZeroTre – una struttura in cui le regioni più deboli che devono fare un balzo in avanti possano trovare un supporto tecnico».

Se nei prossimi mesi arrivassimo a una direzione o un ufficio dentro il Ministero dell’Istruzione che riconosce lo ZeroSei, questo sarebbe un passaggio per tanti versi tanto importante quanto i fondi che mettiamo nel PNRR o per la gestione. Fintanto che non c’è una istituzionalizzazione dentro il Ministero dell’Istruzione del sistema integrato ZeroSei rischiamoi sempre di avere la parte dello ZeroDue in una situazione provvisoria.

Emmanuele Pavolini, Rete EducAzioni

Dichiarazioni importanti, che ci confermato che «si stanno ricostruendo dei fili che si erano interrotti dopo la 65 del 2017», ha sottolineato Emmanuele Pavolini, portavoce della rete EducAzioni. «Se nei prossimi mesi arrivassimo a una direzione o un ufficio dentro il Ministero dell’Istruzione che riconosce lo ZeroSei, questo sarebbe un passaggio per tanti versi tanto importante quanto i fondi che mettiamo nel PNRR o per la gestione. Fintanto che non c’è una istituzionalizzazione dentro il Ministero dell’Istruzione del sistema integrato ZeroSei rischiamoi sempre di avere la parte dello ZeroDue in una situazione provvisoria. Le parole di Francesca Puglisi spero siano un buon viatico perché sia il ministero sia il Parlamento lavorino su questo». Sui costi di gestione, Pavolini ha messo in guardia contro il rischio di investire nelle strutture, senza prevedere adeguate risorse - almeno 4 miliardi aggiuntivi - per la gestione: altrimenti sarebbe una pietra tombale sullo ZeroSei, perché in futuro a chi dirà che occorre investire sullo ZeroSei, diranno poi che i nidi sono rimasti vuoti. Pensare che l’assegno unico universale possa risolvere il problema è inverosimile: «errore, mediamtne un posto di nido costa 8mila euro l’anno di cui in questo momento il 75-80% è a carico dei Comuni. Pensare che l’assegno potrà permettere di coprire 8mila euro l’anno di spesa è assurdo, o li copre lo Stato o il bellissimo nido costruito resterà vuoto».

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