Volontariato

Delpini: «30 anni dopo la legge sul volontariato troppa burocrazia e poca consapevolezza»

11 Agosto Ago 2021 0856 11 agosto 2021

L'arcivescovo di Milano: «Ricordare la legge 266 del 1991 significa ricordare la funzione pubblica del volontariato, ricordare che dovrebbe esserci una visione della nazione in cui il valore del volontariato non è enunciato come esortazione retorica ma come vero riconoscimento che al centro ci deve sempre essere il bene comune, un bene che necessita di partecipazione e di solidarietà. Ma lo Stato italiano, nelle sue articolazioni non mi sembra lo abbia davvero chiaro»

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Mario Delpini
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L'arcivescovo di Milano: «Ricordare la legge 266 del 1991 significa ricordare la funzione pubblica del volontariato, ricordare che dovrebbe esserci una visione della nazione in cui il valore del volontariato non è enunciato come esortazione retorica ma come vero riconoscimento che al centro ci deve sempre essere il bene comune, un bene che necessita di partecipazione e di solidarietà. Ma lo Stato italiano, nelle sue articolazioni non mi sembra lo abbia davvero chiaro»

Compie trent’anni (11 agosto 1991) la legge che per la prima volta riconosceva all’art. 1: “il valore sociale e la funzione dell’attività di volontariato come espressione di partecipazione, solidarietà e pluralismo, ne promuove lo sviluppo salvaguardandone l’autonomia” (legge 266/91 approvata all’unanimità dal Parlamento italiano). L’11 agosto 1991, il Parlamento italiano promulgava all’unanimità la prima legge sul volontariato, riconoscendo l’impegno di migliaia di uomini e donne a favore degli altri. Rosa Russo Iervolino in un’intervista a Vita ricorda così quel frangente: «Ricordo l’applauso che subito dopo il sì espresso all’unanimità partì da tutti i settori dell’aula. Fu un momento molto bello e anche molto emozionante. Lo sa che i commessi della Camera più anziani ricordano ancora quel giorno? Dopo non ho mai più vissuto un attimo che potesse paragonarsi a quello: un momento dell’assemblea in cui si applaudì, tutti assieme, l’approvazione di una legge».

Ricordare questo riconoscimento e vocazione pubblica del volontariato non è banale oggi, sia pur in un contesto assai mutato. Poche settimane fa, l’arcivescovo di Milano, Mario Delpini, alla Messa per i cinquanta anni della Caritas concelebrata dai vescovi delle diocesi lombarde di fronte ai rappresentanti degli oltre 14 mila volontari ha dettoche: “fare volontariato significa sentirsi parte dell’impresa di aggiustare il mondo praticando l’amore”. Lo abbiamo incontrato per dialogare sul valore del volontariato (l’intervista sarà pubblicata a settembre), qui anticipiamo i passaggi che riguardano il ricordo di quella legge che proprio oggi compie 30.

Mario Delpini: Ricordare quella legge e quell’articolo significa ricordare la funzione pubblica del volontariato, ricordare che dovrebbe esserci una visione della nazione in cui il valore del volontariato non è enunciato come esortazione retorica ma come vero riconoscimento che al centro ci deve sempre essere il bene comune, un bene che necessita di partecipazione e di solidarietà. Quello che mi impressiona è quanto è presente il volontariato dentro la società italiana, in particolare nella mia diocesi, ed è presente davvero in forme plurali e in modo sempre intraprendente e attivo. Quindi davvero la legge di cui festeggiamo i trent’anni colse e coglie un fenomeno tipico del nostro territorio. Sarebbe interessante fare la storia di questi trent’anni, non la si può fare qui e non sono nemmeno in grado di farlo. Ho solo un pensiero: mi pare che spesso sia un rischio il nominare il volontariato come un’attività del tempo libero, vedo che nel vostro appello per il riconoscimento dell’Unesco, giustamente sottolineate che il volontariato è più in generale un modo di interpretare la propria vita, sul lavoro e dopo il lavoro. Ecco bisogna evitare di identificare il volontariato come una particolare attività gratuita: “ho fatto i miei affari ora faccio la buona azione”. L’articolo 1 citato parla giustamente del volontariato come partecipazione, ovvero non come una attività da fare ma come appartenenza a una comunità che si riconosce come propria e che ciascuno vuole costruire esattamente come costruzione comune. Faccio quel che posso perché la mia comunità sia vivibile e perché sia desiderabile viverci. Cosa spinge una persona a fare qualcosa in più di ciò che è previsto dai mansionari? Proprio quel senso di appartenenza, il dire mi sta a cuore la mia famiglia, il mio quartiere, la mia città, il mio paese. Il convivere come luogo della partecipazione questa mi pare la visione sottesa.

In effetti la vivacità del volontariato è sempre cartina tornasole della qualità di una democrazia. Il volontariato, ha scritto su Vita.it il professor Bruni, è come la trota che quando c’è ci dice che l’acqua è ancora pulita, ecco, il volontariato ci dice che la qualità della democrazia è buona.

Mario Delpini Questo tema della democrazia merita un approfondimento perché che il volontariato sia un sintomo della democrazia è evidente, ma che la nostra politica e il nostro sistema che democratico è, si renda conto che il volontariato è promettente per l’intero Paese non è per niente scontato. A me pare che l’attività legislativa o l’atteggiamento dell’ente pubblico verso il volontariato sia troppo spesso ispirata al sospetto, al controllo. C’è burocrazia, c’è dimenticanza, che il volontariato sia un contributo alla qualità della democrazia è vero, ma lo Stato italiano, nelle sue articolazioni non mi sembra lo abbia davvero chiaro. C’è piuttosto un incoraggiamento all’individualismo, si mira a garantire che ciascuno possa fare quel che vuole piuttosto che incoraggiare la cura della comunità a cui ciascuno è chiamato a contribuire. Insomma, da parte dell'ente pubblico mi pare che il volontariato stia dentro il pendolo tra burocratizzazione e dimenticanza.

L'intervista completa a settembre

Credit Foto ITL/stefanomariga

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