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Latino America

Enrico Fierro, il giornalismo militante che sfida anche la ‘ndrangheta in Colombia

11 Novembre Nov 2021 1054 11 novembre 2021
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Era uno dei massimi esperti di criminalità organizzata, ma conosceva benissimo anche la politica e aveva più volte, nelle sue inchieste, smascherato i meccanismi di degenerazione del sistema dei partiti. Un giornalista attento, coraggioso, sempre in prima fila per denunciare. Il giornalista e scrittore militante è morto a Roma l’otto novembre dopo una breve malattia

«Se adesso tu vai alla ricerca in Calabria di movimenti giovanili analoghi a “E adesso Ammazzateci Tutti”, non li trovi. Trovi un associazionismo antimafia in buona parte generoso, penso a Libera, alla gestione di alcune terre strappate alla mafia nella Piana di Gioia Tauro, ma trovi pure un associazionismo antimafia che è fatto di interessi, di finanziamenti pubblici, di protagonismi politici sbagliati, di polemiche spesso inutili».

Enrico Fierro

Le parole di Enrico Fierro risuonano nella memoria qui a Bogotá, mentre l’Editore Antropos ha appena pubblicato il mio nuovo libro “La bomba que hizo caer el ministro. Europa empezó el boycott frente a la barbarie de Colombia” (La bomba che ha fatto cadere il ministro. L’Europa ha giá iniziato il boycott sfidando le barbarie in Colombia).

Era uno dei massimi esperti di criminalità organizzata, ma conosceva benissimo anche la politica e aveva più volte, nelle sue inchieste, smascherato i meccanismi di degenerazione del sistema dei partiti. Un giornalista attento, coraggioso, sempre in prima fila per denunciare. Un professionista di grande umanità. È morto l’otto novembre a Roma, dopo una breve malattia, il giornalista e scrittore Enrico Fierro, per vent’anni penna militante all’Unitá, poi il Fatto Quotidiano e da un’anno, al Domani.

Nel 2007 Fierro elaboró il documentario (accompagnato a un volume con lo stesso titolo, Rizzoli) “La Santa. Viaggio nella ‘ndrangheta sconosciuta”, realizzato con a Ruben Oliva, che ha aperto uno squarcio sul salto di qualità compiuto dai clan calabresi in un’era in cui la narrazione nazionale era quasi ferma a coppole e lupara. Per quel lavoro, Fierro e Oliva vinsero il “Globo d’Oro”, il Premio Borsellino e il Premio Itaca. Prima ancora, “Ammazzàti l’onorevole. L’omicidio Fortugno. Una storia di mafia, politica e ragazzi (Dalai Editore)”, raccontò un passaggio epocale nel rapporto tra mafia e politica in Calabria.

Giornalismo d’inchiesta e ricerca sociologica

Ogni articolo di Enrico Fierro era una piccola inchiesta anche sociologica, l’analisi della società che ci cambia sotto gli occhi, come l’articolo Ndrangheta, quel sistema di potere che è già parte dello Stato, del 19 novembre 2014 ( ) che descrive l’evoluzione criminale del potere globale della ‘ndrangheta:

“In un mondo dove la politica fa a gara a rottamare le ideologie passate, c’è una organizzazione criminale, la ‘ndrangheta, che proprio sulla conservazione e la valorizzazione dell’ideologia fonda la sua terribile forza. Mai cambiare, conquistare il mondo ma sempre sapendo quello che ci si è lasciati alle spalle. Questa è la regola di una organizzazione che dalla regione più povera d’Italia si è allargata in tutto il Globo conquistando posizioni di monopolio assoluto nei mercati criminali che contano. Per questo si evocano i tre cavalieri venuti dalla Spagna e si brucia l’immagine di San Michele in un catojo di Platì, come nel retro di un ristorante alla moda al centro di Roma. Quello che vale a San Luca vale a Perth, Australia. Le regole che si devono rispettare a Siderno, sono le stesse che vanno rispettate in Canada. La venerazione della famiglia e dei legami di sangue è dogma da onorare da Medellin, Colombia, e ad Africo. Solo così la ‘ndrangheta potrà continuare a crescere, espandersi, conquistare porzioni importanti dell’economia criminale e sedersi nei salotti che contano della finanza. Solo riproponendo rituali arcaici potrà continuare a contaminarsi con mondi estranei, la Chiesa, la massoneria, lo Stato e la politica, senza perdere la sua granitica integrità. È dagli anni Settanta del secolo passato, con don Paolino Di Stefano, che la ‘ndrangheta conquista la Costa Azzurra, è dai Novanta, quando la pace tra le famiglie in guerra fu decretata al Duomo di Reggio Calabria, con vedove e mogli dei mamma-santissima e il vescovo officiante, che la Chiesa si genuflette ai voleri dei boss.

Organizzazione ricchissima e potentissima, la ‘ndrangheta non ha partiti di riferimento. I politici se li sceglie, in Calabria come in Lombardia, senza steccati ideologici. Organizzazione diretta da menti raffinatissime, è già borghesia mafiosa”, conclude Enrico Fierro.

Nel reportage “I segreti del Boss”, pubblicato sul "Fatto Quotidiano" del 25/9/2019, Fierro rivela come la ‘ndrangheta calabrase stia conquistando l’America Latina attraverso il narcobusiness, narrando la rocambolesca fuga dal carcere di Montevideo (Uruguay) di Rocco Morabito, boss di ‘ndrangheta e broker internazionale della cocaina:

“Conosciuto anche col soprannome di “Tamunga”, Morabito è abituato a muoversi in Sudamerica, realtà dove gode di importanti protezioni non solo criminali. I soldi non gli mancano. Quando lo arrestarono nel 2017 in un lussuoso hotel di Punta de Este, gli trovarono, oltre a una villa con piscina e 13 cellulari, 12 carte di credito, 4 libretti di assegni, 1 libretto con azioni al portatore per un valore di 100mila dollari, e in contanti 54.151 dollari e 2.540 pesos uruguaiani. Condannato in contumacia di 30 anni per traffico di droga, Morabito, nipote di Peppe “’u tiradritto”, uno dei capi indiscussi della ’ndrangheta di Africo, nella sua lunga latitanza ha sempre contato su identità fasulle e ricchezze. L’ultimo documento che gli hanno trovato addosso era intestato a Francisco Antonio Capeletto Souza, imprenditore brasiliano nel settore della coltivazione della soia. Uomo dalle mille facce, è uno dei più importanti broker della droga che la ‘ndrangheta tratta e acquista direttamente dai “cartelli “ colombiani e messicani.

Anche da giovane Rocco Morabito sa come muoversi in ambienti diversi dalla sua Calabria. Studi all’Università di Messina, negli anni 80-90 del secolo passato regno degli “africoti”, il giovane rampollo riesce a scampare alla guerra di mafia che colpisce la sua famiglia. Nel 1989 gli uccidono il fratello Leo, e lui stesso rimane ferito in un agguato. Da qui la decisione dell’intera cosca di spedirlo a Milano, dove i Morabito avevano loro filiali. È nella città della Madonnina che il giovane Rocco comincia a occuparsi del traffico internazionale di cocaina. Il suo contatto iniziale è Francesco Sculli, nel 1992 arrestato a Fortaleza, in Brasile, assieme a Waleed Issa Khamayis detto “Ciccio”, che con altri complici stava tentando di importare in Italia mezza tonnellata di cocaina. Fuga anche da Milano e direzione Sudamerica dove Rocco, che oggi ha 53 anni, rimane per oltre 23 anni, praticamente indisturbato”, conclude Fierro.

Primo maggio a Locri

Ci ritrovammo a camminare insieme per le strade di Locri il primo maggio 2006, come documentato da VITA, Primo maggio a Locri: la dignità del lavoro giovane contro le mafie

Un segnale forte contro la mafia, un messaggio di speranza e di rinascita del territorio. Con lo slogan "Lavoro - Sviluppo - Costituzione - Libertà - Contro le mafie" Locri ha ospitato la manifestazione nazionale dei sindacati confederali per il Primo maggio 2006. Un segnale forte dopo l'omicidio del vice presidente del Consiglio regionale calabrese Francesco Fortugno, la mobilitazione senza precedenti contro la 'ndrangheta. Ma non si tratta di una rivoluzione dal basso circoscritta solo a Locri con il famoso slogan degli studenti “E allora ammazzateci tutti”, ma abbraccia numerose esperienze di cittadinanza attiva, di cooperazione sociale e di economia solidale che animano tutta la Calabria come il progetto Policoro delle cooperative giovanili promosso della Conferenza Episcopale Italiana CEI, la Gioventù Operaia Cristiana GiOC, il terzo settore organizzato dal consorzio GOEL, diretto da Vincenzo Linerallo, Libera Calabria animata da don Pino De Masi di Polistena, la comunitá Monastica di San Maria delle Grazie di Rossano Calabro animata da Gianni Novello, la pastorale antimafia del vescovo-operaio Mons. Giancarlo Bregantini, raccontava VITA.

Enrico Fierro ricordó quel 16 ottobre 2005, giorno dell’omicidio di Francesco Fortugno, vicepresidente del Consiglio Regionale della Calabria, ammazzato a Locri, davanti al seggio istituito per votare le primarie dell’Ulivo:

“quando noi giornalisti di testate nazionali arrivammo a Locri era da molti anni che la Calabria non attirava su di sé le attenzioni della stampa nazionale.

Come disperati arrivammo in questa cittadina della locride avendo difronte la realtà di una mafia potentissima che poteva permettersi di ammazzare in pieno giorno, durante una manifestazione politica importante, il voto per le primarie a Prodi, un importante esponente del mondo politico.

Ci aggrappammo a quello che vedemmo: scuole mobilitate, insegnanti che aiutavano gli studenti, ricordo in un Liceo di Locri, a fare gli striscioni contro la mafia. Una mobilitazione di coscienze che in Calabria non si vedeva dagli anni ’70.

Comunque sia questa presenza giovanile attirò le attenzioni di tutto il Paese. Ricordo che all’epoca c’era anche una trasmissione molto seguita di Adriano Celentano, RockPolitik, che invitò due di questi ragazzi a inizio trasmissione con le gerbere gialle in mano.

Il Movimento è andato via via morendo, sono rimaste alcune sigle, come Ammazzateci Tutti. Si è smembrato ed è stato in qualche misura attirato dalla politica. Ammazzateci Tutti fu per un periodo vicino alle posizioni di De Magistris, il suo leader partecipò sul palco a una iniziativa con Grillo a Roma, a iniziative con La Margherita, poi fu attirato nell’orbita del Pdl e di Scopelliti. Un’altra giovane ragazza che partecipò al Movimento, la figlia del giudice Scopelliti, fu poi eletta al Parlamento”, sottolineava Fierro.

Le complicitá dei narcos e la visita del vicepresidente Santos in Calabria

Nell’aprile del 2007 incontrai personalmente Enrico Fierro per realizzare un’intervista nella sede di Libera a Roma con Ivan Cepeda, allora portavoce del Movimento di vittime dei Crimini di Stato Movice e oggi senatore progressista, che accompagnai in vari incontri istituzionali con il Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, Francesco Forgione, con Vincenzo Macri, viceprocuratore nazionale antimafia, la senatrice Tana de Zulueta (Colombia: "La Ue esiga il rispetto dei diritti umani", speciale di VITA, vicepresidente della Commissione Esteri, nell’ambito di un gemellaggio tra Movice e Libera, documentato da VITA, Gemellaggio Libera-Colombia contro le mafie.

Quella lunga intervista di Enrico Fierro a Ivan Cepeda fu pubblicata dal Quotidiano della Calabria, in due grandi pagina proprio il 7 maggio 2006 quando il Vicepresidente della Colombia Francisco Santos venne in Calabria a siglare un’alleanza con il Presidente della Regione Loiero. Francisco Santos, vice di Alvaro Uribe (2002-2010), aveva realizzato una smobilitazione farsa dei paramilitari, dimostrando la sua alleanza con personaggi come Salvatore Mancuso, capo indiscusso delle Autodefensas AUC, responsabili di centinaia di aberranti massacri, ma anche criminale liason del narcotraffico internazionale, ponte d’accesso con la ‘ndrangheta calabrese per l’accesso della cocoina colombiana in Europa.

Il giornalismo militante di Fierro divenne una sfida all’’ndrangheta globale, come spesso denunciò anche il coraggioso senatore Giuseppe Lumia, allora vicepresidente della Commissione Parlamentare Antimafia, che viaggìo in Colombia nel 2003 alla ricerca di Salvatore Mancuso, alleato del clan dei Mancuso di Limbadi (attualmente sotto processo dal procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri).

Fierro scrisse infatti sull’Unita, l’articolo 3567 Strage di ferragosto, San Luca-Bogotà: l´autostrada della coca, del 7 giugno 2007:

“Da San Luca a Bogotà. Da Pietra Cappa – la montagna che sovrasta il paese della più feroce guerra di ‘ndrangheta – alle foreste colombiane, nelle fincas dove si produce l’80% della cocaina che il mondo pippa ogni sera. La ricchezza delle famiglie di Platì, Natile di Careri, Africo e San Luca è tutta qui. Nel monopolio mondiale del traffico della coca, una volta droga delle elite, oggi droga di massa. I consumatori di polvere bianca erano 700mila nel 2005, in due anni si è toccata quota 850mila. Un mercato in netta crescita. Il vero business della ‘ndrangheta, se si pensa che i dieci anni di sequestri di persona le cosche dell’Aspromonte guadagnarono «appena» 220 miliardi di lire. Briciole rispetto ai profitti di oggi. Nel mondo si producono 900 tonnellate di cocaina l’anno, più della metà, dalle 500 alle 800 tonnellate, viene prodotta in Colombia.

È coca purissima che costa 3 dollari al grammo all’origine, sulle piazze italiane è venduta a 50-100 euro. E non c’è grammo di cocaina che camorra, Cosa Nostra e altre organizzazioni criminali possano acquistare in Colombia senza l’ok della ‘ndrangheta. Pochi anni fa dei capi famiglia di Africo hanno dovuto mediare con i colombiani il rilascio di un esponente di una importante famiglia mafiosa di Palermo sequestrato per un dissidio su una partita di droga. Per dare un’idea della potenza della ‘ndrangheta e del livello organizzativo raggiunto, basta un episodio raccontato da Piero Grasso, il capo della Dna: «Qualche anno fa in Colombia è stato sequestrato un sommergibile che le cosche calabresi intendevano usare per trasportare la cocaina dalla Colombia in Italia».

I capi della ‘ndrangheta hanno rapporti diretti ed esclusivi con le organizzazioni che in Colombia controllano la produzione di coca: le Farc – la guerriglia di stampo comunista -, e soprattutto le Auc di Salvador Miguel Mancuso, «El Mono» (la scimmia). Mancuso è di origine italiana ed ha un regolare passaporto rilasciatogli dalle nostre autorità. Ma la cosa che più conta è che «El Mono» ha solidissimi legami con il regime del presidente Alvaro Uribe. I due erano vicini di fattoria e si intendono bene. Mancuso ha una grande capacità di ricatto nei confronti del mondo politico colombiano, si vanta di aver fatto eleggere 37 deputati del Parlamento. Gli Usa ne chiedono l’estradizione per narcotraffico e per i massacri compiuti in Colombia. Un elenco di bestialità infinito. Campesinos massacrati, interi villaggi distrutti con donne violentate e vittime torturate prima di essere uccise. Guardia Di Finanza, Servizi antidroga, le procure di Milano, Catanzaro e Reggio Calabria, lo ritengono il maggior fornitore di cocaina della ‘ndrangheta. Nel 2002 il pm Salvatore Curcio della procura distrettuale antimafia di Catanzaro scoprì un importante traffico di cocaina che partiva dalla Colombia e si diramava in Venezuela, Spagna, Olanda, Messico e Cile. 150 arresti, tra questi gli esponenti delle cosche di San Luca e della famiglia Scipione e Natale Scali di Marina di Gioiosa Ionica. L’inchiesta «Galloway-Tiburon», del dottor Nicola Gratteri – Dda di Reggio -, ha gettato un altro fascio di luce sui rapporti tra Colombia e cosche calabresi. Al centro dell’indagine, un imprenditore romano, Giorgio Sale. Sessant’anni, Sale fa la spola tra la Colombia e l’Italia, ben agganciato negli ambienti finanziari della Capitale, è ritenuto dagli investigatori «una figura criminale di primissimo piano a livello internazionale», e «uomo di fiducia di Salvatore Mancuso», concluse Fierro.

Sulla complessita del conflitto colombiano che si trascina da 50 anni (documentato da VITA), Cristiano Morsolin ha scritto con il deputato Davide Mattiello (PD) “Antimafia Andina”, presentato il 5 aprile 2017 alla Camera dei Deputati, Edizioni Antropos, 2017, con prologo di Pino Arlacchi, gia Vice Segretario generale delle Nazioni Unite. Il testo offre vari elementi interpretativi che posso essere utili per comprender anche la vicenda di Mario Paciolla, osservatore ONU ucciso a San Vicente del Caguan nel luglio 2020.


Photo by Flavia Carpio on Unsplash


*Cristiano Morsolin, esperto di diritti umani in America Latina dove vive dal 2001.

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