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Referente per l'adozione: cosa cambia quando la scuola ci crede

1 Dicembre Dic 2021 0930 01 dicembre 2021
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L'ISS Elsa Morante-Ginori Conti di Firenze è una delle due scuole superiori aderenti alla Rete Scuola Adozione del territorio fiorentino. «Abbiamo toccato con mano che le Linee Guida sono ancora sconosciute ai più. Anche la figura del referente per l’adozione non è scontata. Abbiamo fatto protocollo di buone prassi per l’accoglienza degli alunni dalla materna alle superiori, perché ogni età ha le proprie peculiarità. Si danno indicazioni di massima ma concrete, a cominciare dal fatto che l’alunno adottato non è la stessa cosa di un alunno straniero»

L’ISS Elsa Morante-Ginori Conti di Firenze – tre plessi con 1300 alunni complessivi, dall’IeFp al liceo – è una scuola che sull’inclusione ha scommesso per davvero. Il 38% degli studenti qui ha un BES, 55 sono i piani di studio personalizzati per alunni stranieri con corsi italiano L2, un’ottantina i ragazzi con la certificazione di disabilità secondo la legge 104. In questo quadro di scuola attenta ai percorsi personalizzati di ciascuno studente, ci sono anche 11 alunni adottati.

Un’esperienza di grande attualità nel momento in cui la Commissione Adozioni Internazionali e il Ministero dell’Istruzione hanno siglato un protocollo d’intesa per aggiornare le linee di indirizzo per favorire il diritto allo studio degli alunni adottati, risalenti al 2014 e per monitorare l’attuazione delle stesse nelle scuole. In quanti istituti, per esempio, c’è davvero quel referente previsto dalle Linee guida?

All’Elsa Morante c’è e si chiama Elisa Lelli. Cecilia Segoni invece è la docente incaricata della funzione strumentale per l’inclusione. Insieme raccontano di una scuola che «storicamente, non da oggi, ha sempre avuto molta attenzione all’altro, nel tempo abbiamo fatto tanta formazione, ci siamo strutturati sempre di più per far fronte a questa utenza… siamo una scuola dove inclusione viene fatta veramente». La conoscenza e l’attuazione delle Linee di indirizzo per gli alunni adottati è stata così spontanea: «Siamo stati tra le prime scuole superiori ad applicarle, grazie in particolare all’associazione "Le querce in fiore" di Sesto Fiorentino di cui fanno parte alcuni nostri genitori, senza di loro forse non avremmo avuto questa opportunità», ricorda la prof Lelli. La Rete Scuola Adozione nel territorio è nata nel 2015 e di scuole secondarie di secondo grado a tuttora ce ne sono solo due, l’Elsa Morante e il professionale Saffi. «Abbiamo toccato con mano che queste Linee Guida sono ancora sconosciute ai più, compresi i DS. Anche la figura del referente per l’adozione non è scontata. Come Tavolo abbiamo fatto protocollo di buone prassi per l’accoglienza degli alunni dalla materna alle superiori, perché ogni età ha le proprie peculiarità. Si danno indicazioni di massima ma concrete, a cominciare dal fatto che l’alunno adottato non è la stessa cosa di un alunno straniero. Di adozione si parla davvero ancora poco, molti sono portati a minimizzare mentre in realtà bisogna sapere cosa dire e cosa non dire, a chi indirizzare per chiedere aiuto. Cerchiamo di dare strumenti concreti ai docenti e ai genitori: ad esempio trattando il tema della famiglia – abbiamo un indirizzo sociosanitario che lo affronta anche da punto di vista delle disfunzionalità e degli interventi – una ragazzina adottata è entrata pesantemente in crisi».

Già, perché quando si parla di famiglia, di bambini maltrattati, di assistenti sociali, di adozione… è evidente che questo potrebbe avere echi particolari in alcuni studenti. «Per questo noi presentiamo sempre al collegio docenti i nuovi ragazzi. Io insegno latino, quando affronto il suicidio di Seneca devo sapere che in classe c’è chi ha assistito al suicidio nonno. Bisogna essere preparati», aggiunge la professoressa Segoni. «Talvolta invece ci sono ragazzi della cui storia non sappiamo niente e che però dobbiamo gestire».

La storia adottiva può diventare ricchezza per la classe: «Abbiamo avuto casi molto belli in cui i ragazzi adottati sono stati d’aiuto con altri ragazzi adottati. Abbiamo anche due colleghi che sono figli adottivi, ci aiutano molto a capire come ci si sente e il fatto che abbiano raccontato la loro storia ai ragazzi li ha avvicinati moto, i ragazzi sanno che di avere interlocutori non solo “teorici”, ma che sanno cosa si prova», afferma la professoressa Lelli. «

Il segreto è «guardare all’individualità e ai bisogni della persona e giocare sui suoi punti di forza», conclude Segoni. «Con una ragazza ad esempio abbiamo notato che aveva un forte predisposizione ad aiutare l’altro e siccome da qualche anno c’è un’attività di classi aperte che coinvolge i ragazzi che svolgono una programmazione differenziata, abbiamo chiamato questa alunna a dare una mano e lei ha dato il massimo, si è sentita utile e ha ritrovato la motivazione per stare a scuola. Ha detto “io la solitudine la conosco, lo so cosa vuol dire essere messa in un angolo”. Un’altra ragazza ha mostrato grande bravura nella fotografia e ha realizzato anche una mostra».

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