Il caso

Servizio civile, la ministra Dadone ha perso la bussola

14 Gennaio Gen 2022 0749 14 gennaio 2022

La responsabile del ministero per la Gioventù invece di cercare di rimpinguare il Fondo nazionale per non lasciare a casa oltre 22mila ragazzi e invece di nominare un nuovo direttore dell'Ufficio nazionale vacante da otto mesi, pare concentrata in una lotta inspiegabile nei confronti della Consulta, l'organismo di consultazione che riunisce i rappresentanti degli enti e dei volontari

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Dadone05 Sintesi
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La responsabile del ministero per la Gioventù invece di cercare di rimpinguare il Fondo nazionale per non lasciare a casa oltre 22mila ragazzi e invece di nominare un nuovo direttore dell'Ufficio nazionale vacante da otto mesi, pare concentrata in una lotta inspiegabile nei confronti della Consulta, l'organismo di consultazione che riunisce i rappresentanti degli enti e dei volontari

Sbaglia chi pensa che nelle ultime settimane il ministro per la gioventù Fabiana Dadone abbia speso le sue giornate alla ricerca dei fondi che mancano per consentire dare copertura a quelle 22.458 posizioni di servizio civile, che, pur essendo state giudicate ammissibili, non sono state finanziate dal Governo nel bando nazionale. Le sue priorità siano altre, la prima delle quali ha tutte le sembianze di una dichiarazione di guerra al principio di sussidierietà e leale collaborazione con gli enti del servizio civile e con la Consulta nazionale, l’organismo permanente di consultazione, riferimento e confronto per le questioni concernenti il servizio civile universale. Tanto che alcuni rumors di palazzo accreditano alla stessa ministra la volontà di chiudere la stessa Consulta istituita nel 2017, considerata alla stregua di un intralcio.

L’offensiva della ministra nei confronti degli enti, che ricordiamolo sono soggetti non profit o enti pubblici e costituiscono la leva attraverso i ragazzi fra i 18 e i 28 anni possono dedicare alcuni mesi della loro vita ad attività solidali e rivolte all’interesse generale, una formidabile scuola di civismo e cittadinanza attiva, appare tanto ingiustificata, quanto inspiegabile.

  • Primo fronte. La ministra per tramite del fido capo Dipartimento Marco De Giorgi in appena 72 ore (dal 10 al 13 dicembre) ha ridotto da 90 a 37 i giorni a disposizione degli enti per esperire la procedura di selezione dei volontari: già i 90 giorni della prima bozza (l’anno scorso ne erano serviti 97) per oltre 100mila colloqui sarebbero tempi da record per un concorso pubblico, eppure la “volontà politica” (De Giorgi dixit) pretende un accorciamento dei tempi del 60% con un preavviso di appena tre giorni. A nulla è servita la manifestazione di dissenso della Consulta (che oltre agli enti, riunisce anche i rappresentanti dei volontari). Risultato? Se non cambieranno i termini i ragazzi saranno selezionati con colloqui di pochi minuti con prevedibili ripercussioni sulla qualità delle selezioni e la soddisfazione dei volontari.
  • Secondo fronte. Dadone avrebbe pronto un decreto di modifica del Dlgs 40/2017 (quello che istituisce il servizio civile universale) introducendo la certificazione di competenze quale obbligo dei percorsi di tutoraggio. La richiesta della certificazione delle competenze naturalmente sarebbe un plus importante per i volontari che dopo l’esperienza del servizio civile si affacciano al mondo del lavoro, difficile però comprendere perché il ministro accolli agli enti questo compito (che necessità di competenze qualificate e risorse) invece di rivolgersi alle Regioni che per legge hanno competenza su questa materia.
  • Terzo fronte. La ministra, naturalmente senza ascoltare la Consulta, ha soppresso la programmazione dei Piani annuali, quale preludio di una riorganizzazione della programmazione triennale. Il tutto senza assicurare a enti e volontari la corrispettiva e necessaria indicazione del budget a disposizione nei prossimi tre anni. Come può dunque un ente programmare la sua eventuale partecipazione al sistema del servizio civile da qui a tre anni, avendo contezza delle risorse disponibili solo per il primo anno? Naturalmente è impossibile, ma Dadone pare non curarsene.
  • Quarto fronte. Nessuna spiegazione né di fronte alle Consulta, né di fronte all’opinione di pubblica della scelta di istituire a L’Aquila (art 158 della legge di Bilancio) un Centro nazionale per il servizio civile, “quale sede delle attività connesse ai programmi e ai progetti per lo svolgimento del servizio civile universale, ha lo scopo di garantirne l’armonizzazione e il consolidamento dei processi organizzativi e formativi, nonché di potenziare l’acquisizione di competenze dei giovani operatori volontari del servizio civile”. Cosa significhi questo in concreto non è dato sapersi. C’è chi ipotizza che la sede dell’Aquila possa diventare il centro di formazione di volontari e operatori, che potrebbero/dovrebbero trasferirsi in Abruzzo per i giorni necessari. Se sarà così sarebbe una follia immaginare (a maggior ragione in piena pandemia) di “deportare” migliaia di giovani per fargli fare percorsi formativi lontano non solo della loro residenze, ma dai luoghi dover dovranno poi prendere servizio. Il ministro avrà la cortesia di dare spiegazioni?
  • Quinto fronte. Tornando infine da L’Aquila a Roma: dallo scorso 16 giugno dopo le dimissioni di Titti Postiglione l’Ufficio nazionale del servizio civile è privo di un direttore. Ministra Dadone, sono passati otto mesi, questi sì un tempo scandalosamente lungo per la selezione di un dirigente pubblico (processo sulla carta più agevole rispetto allo screening di 100mila ragazzi). Ma tant’è. Dadone sembra aver perso la bussola. Speriamo che la ritrovi al più presto. Per il bene del servizio civile e di migliaia di volontari.

PER CHI VOLESSE APPROFONDIRE OGGI ALLE 15 IL CONVEGNO: "VERSO IL SERVIZIO CIVILE UNIVERSALE. I PASSI DA COMPIERE"

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