Impresa sociale

Usa, come salvarsi dai “deserti alimentari”?

5 Maggio Mag 2022 2107 05 maggio 2022

Sono aree con un accesso limitato a cibo a prezzi accessibili e nutriente e si stanno diffondendo a macchia d'olio in America. Per il Dipartimento dell'Agricoltura degli Stati Uniti oggi ci sono circa 25 milioni di americani, molti latinos e afrodiscendenti, che vivono qui. Vita ha raccolto le testimonianze più innovative del Terzo settore per trovare delle soluzioni

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Jubilee
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Sono aree con un accesso limitato a cibo a prezzi accessibili e nutriente e si stanno diffondendo a macchia d'olio in America. Per il Dipartimento dell'Agricoltura degli Stati Uniti oggi ci sono circa 25 milioni di americani, molti latinos e afrodiscendenti, che vivono qui. Vita ha raccolto le testimonianze più innovative del Terzo settore per trovare delle soluzioni

Il Jubilee Market di Wako, città del Texas di 150mila abitanti, è uno dei tanti piccoli negozi di alimentari senza scopo di lucro che sono sorti nell’ultimo decennio nei cosiddetti "deserti alimentari” statunitensi, ovvero le aree a basso reddito dove la maggior parte della popolazione vive a più di due km di distanza ed è soprattutto nera e latina. In questi "food deserts", le comunità povere lottano per sbarcare il lunario nel senso più letterale del termine perché le grandi catene alimentari non investono, non essendo garantito un profitto interessante per i loro standard.

Le migliori vendite di questi "mercati della beneficenza" - così chiamano anche il Jubilee Market gli abitanti di Wako, dove cinque anni fa la non-profit Mission Waco ne ha aperto uno - arrivano a inizio del mese, quando le carte dei clienti Snap, il programma pubblico statunitense di assistenza alimentare, vengono ricaricate dal governo. Snap sta per "Supplemental Nutrition Assistance Program" e, ogni primo del mese, versa dei bonus su un bancomat, bonus che equivalgono a dollari per acquistare cibo. I beneficiari sono milioni, ovvero tutte le famiglie USA di 4 membri che guadagnano meno di 35mila dollari l'anno, quelle con tre componenti sotto i 28mila, le coppie con un guadagno massimo di 23mila dollari, i single con redditi mensili sotto i 1350 dollari, gli over 60 ed i disabili.

Tra i beneficiari di Snap a Wako c'è il 70enne camionista in pensione, Mickey Henry, che sopravvive con la previdenza sociale e i sussidi di invalidità. Lui quando vuole comprare qualcosa va al Jubilee Market di Wako, a nove isolati da casa sua. "Per me questo negozio è stato una manna dal cielo, non solo per la prossimità ma anche perché i prezzi sono più convenienti rispetto alle grandi catene alimentari". Prima che il Jubilee Market aprisse, il supermercato più vicino alla casa di Henry era la catena texana HEB, a 5 km di distanza. “Era fuori la mia portata perché facevo fatica a far salire la sua sedia a rotelle sull'autobus con le borse della spesa", spiega. Inoltre, come quasi tutti i clienti del negozio, Henry ha fatto la "carta Jubilee", che gli consente di rimborsare un dollaro ogni dieci che spende. "Un bel risparmio".

L'epidemiologa Kelly Ylitalo, professoressa di salute pubblica alla Baylor University, studia i clienti del Jubilee Market dal 2017. Dice che avere un negozio di alimentari nella comunità è solo una parte della soluzione per combattere l'insicurezza alimentare. Dopo aver intervistato quasi 400 clienti che vivono vicino al negozio, Ylitalo ha appreso che quasi l'80% di loro ha riferito che il cibo che hanno acquistato nel negozio non è durato un mese e non hanno altri soldi per comprarne di più. "La povertà è un problema enorme e l'accesso a cibi sani in una comunità a basso reddito è solo una parte della soluzione". Per avere una società sana e produttiva, oltre a un negozio di alimentari che offre cibo nutriente e conveniente, per la Ylitalo ci vogliono anche alloggi sicuri e a prezzi accessibili, opportunità di lavoro che garantiscano un salario di sussistenza, quartieri sicuri con marciapiedi per camminare e accesso ai trasporti pubblici.

Per ora i negozi come il Jubilee Market di Wako sono comunque ancora troppo pochi negli Stati Uniti. "Qui la mancanza di accesso al cibo è una scelta politica" spiega a The Guardian Raj Patel, un ricercatore di sistemi alimentari presso l'Università del Texas, a Austin. "I deserti alimentari non sono naturali. Sono fatti dall'uomo, e sono, in alcuni casi, molto intenzionali nelle comunità di colore a basso reddito”. Per risolvere il problema, secondo Patel ci sarebbe bisogno di un cambiamento sistemico, da un salario minimo più alto a un migliore trasporto pubblico che renda il cibo accessibile a tutti. Un tentativo lo fece, nel 2011, Michelle Obama, annunciando che un certo numero di catene, tra cui Walmart, avrebbero partecipato a un piano per gestire negozi nei deserti alimentari. Ma nel 2016, e senza preavviso, i grandi marchi hanno chiuso centinaia di punti vendita in tutti gli Stati Uniti, peggiorando ulteriormente le cose.

Oltre ad aprire piccoli negozi in zone depresse per combattere l’insicurezza alimentare negli Stati Uniti, stanno fiorendo anche altre iniziative innovative che, sempre il non profit a stelle e strisce sta portando avanti. Un esempio è quanto fatto da Christian Heiden, 22enne fondatore di Levo, una non profit con sede nel Connecticut specializzata nello sviluppo di sistemi idroponici per combattere i deserti alimentari, non solo negli Stati Uniti ma anche nelle zone più "affamate"del mondo.

L'idea gli è infatti venuta sei anni fa studiando la terribile crisi alimentare di Haiti. All'epoca Christian era uno studente della Northwest Catholic High School ed aveva deciso di coltivare frutta e verdura ad Haiti, un "deserto alimentare” per eccellenza, proprio con la tecnologia idroponica, che consente di fare agricoltura di qualità senza suolo e risparmiando al massimo acqua. "L'enfasi sulla giustizia sociale, la creazione di sistemi che funzionano per tutti e mettermi a servizio degli altri è stata davvero una parte importante di tutta la mia infanzia”, spiega così oggi le motivazioni del suo progetto. I Boy Scout, a cui apparteneva ed aveva proposto la cosa, bocciarono l'idea perché "non era consigliabile all'epoca mandare un adolescente ad Haiti”.

Per fortuna Christian non si è arreso e, prima, ha costruito una serra idroponica nella sua scuola superiore e poi, nel 2017, ha fondato Levo che, da allora, ha fornito a diverse centinaia di famiglie haitiane dell'altopiano centrale sistemi idroponici per coltivare frutta e verdure. Da un anno a questa parte Levo si è concentrata anche sugli Stati Uniti e sta trasformando i residenti di Hartford, la capitale del Connecticut, in micro-agricoltori attraverso l'uso delle sue attrezzature per l'agricoltura verticale, che richiede una frazione minima dello spazio tipicamente necessario per un orto su larga scala. I micro-agricoltori ricevono pagamenti da Levo per quello che coltivano oltre ad una quota dei prodotti, a loro scelta.

"Si tratta di capovolgere il modello attuale di cibo coltivato in periferia e spedito in città, che è uno dei peggiori deserti alimentari del Connecticut”, spiega Christian, aggiungendo di ”essere entusiasta perché stiamo costruendo un sistema alimentare sostenibile dal punto di vista economico ed ambientale per le persone a cui era stato sinora sistematicamente negato l'accesso a quei prodotti". Invece di donare alle banche del cibo più prodotti che vengono coltivati altrove, fuori Hartford, l’innovazione qui è stata quella di creare un centro di produzione nella comunità stessa. Athenia Powell, che vive nel centro di Hartford, l'anno scorso ha coltivato lattuga, rucola e cavoli e, dichiara, "è stato favoloso. Per tutta l'estate fino all'autunno ho avuto verdure. E poi ho venduto tanto, e ho guadagnato il giusto”.

Levo, che riceve i suoi finanziamenti da donazioni private e sovvenzioni statali, ad oggi ha 15 dipendenti a tempo pieno ed oltre 20 volontari solo ad Hartford, dove l'idea di un boy scout 16enne, è oramai diventata sinonimo di successo.