Museo Omero Lunasimoncini 4
Vita Inchieste

Il museo dove non è vietato toccare

2 Agosto Ago 2022 1252 02 agosto 2022
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Il museo Omero, nato trent'anni fa, è un'esperienza pionieristica di esposizione tattile, che però vuole essere aperta e inclusiva per chiunque abbia voglia di esplorare un po' di più il senso del tatto, oltre alla vista

Il museo Omero è nato da un atto di ribellione a un divieto. “Io e mia moglie, entrambi non vedenti ed entrambi molto appassionati di esposizioni e d’arte, ci siamo sempre scontrati con la regola ‘Non toccare’”, racconta il presidente della struttura, Aldo Grassini, “che, se in alcuni casi serve effettivamente per tutelare le opere, quando è applicata indistintamente sembra quasi una presa di posizione, che non viene messa in discussione e che di fatto esclude dai musei un’intera categoria di persone, per cui il tatto è fondamentale”. È così che è nata l’idea di raccogliere le riproduzioni delle grandi opere in un’esposizione dove tutto potesse essere maneggiato. Il nastro del progetto è stato tagliato nel 1993 – dopo cinque anni di gestazione – , all’interno di un contesto d’eccezione: la mole Vanvitelliana di Ancona.

Oggi il museo Omero è diventato una realtà riconosciuta a livello internazionale, in cui ci sono copie di statue classiche e plastici in scala di grandi monumenti, ma anche una sezione di opere originali, realizzate da maestri contemporanei del calibro di Giorgio De Chirico, Arturo Martini e Alberto Missana.

Aldo Grassini

Museo Omero

Nonostante sia accessibile anche ai non vedenti e agli ipovedenti, l’esposizione è aperta a tutti.

“Il piacere dell’arte è sociale: viverla da soli è bella, ma farlo assieme è tutt’altra cosa”, dice il presidente; “il nostro obiettivo era quello di creare una realtà che non escludesse nessuno, per questo uno dei nostri motti è ‘Qui non è vietato toccare ma non è vietato nemmeno vedere’. Fin dall’inizio avevamo in mente il concetto di multisensorialità, che ora è un tema molto attuale”. E questa intuizione ha pagato: dopo 29 anni il museo accoglie tanti visitatori – prima del Covid-19 sono stati anche 35.000 in un solo anno –, la maggior parte dei quali erano persone vedenti che volevano provare un’esperienza diversa dal solito. “Si ama con gli occhi e con le mani”, si dice. Chi ama l’arte, quindi, perché non dovrebbe, quando le condizioni lo permettono, poterla toccare?

Nonostante sia accessibile anche ai non vedenti e agli ipovedenti, l’esposizione è aperta a tutti.

“Il piacere dell’arte è sociale: viverla da soli è bella, ma farlo assieme è tutt’altra cosa”, dice il presidente; “il nostro obiettivo era quello di creare una realtà che non escludesse nessuno, per questo uno dei nostri motti è ‘Qui non è vietato toccare ma non è vietato nemmeno vedere’. Fin dall’inizio avevamo in mente il concetto di multisensorialità, che ora è un tema molto attuale”. E questa intuizione ha pagato: dopo 29 anni il museo accoglie tanti visitatori – prima del Covid-19 sono stati anche 35.000 in un solo anno –, la maggior parte dei quali erano persone vedenti che volevano provare un’esperienza diversa dal solito. “Si ama con gli occhi e con le mani”, si dice. Chi ama l’arte, quindi, perché non dovrebbe, quando le condizioni lo permettono, poterla toccare?

Il museo Omero non ha un tipo di pubblico ideale: dagli studenti agli esperti, passando per i semplici curiosi, tutti sono accolti e tutti trovano risposta alle loro esigenze. “Facciamo anche dei laboratori”, continua Grassini, “che sono basati sulla manipolazione ma sono aperti a tutti: ci piace che si giochi, perché l’arte è un gioco dello spirito”.

Quando la struttura è nata era un’esperienza pionieristica, che ha aperto la strada per molte altre realtà di questo tipo. Oggi, secondo il suo fondatore, il concetto di accessibilità museale si sta diffondendo a macchia d’olio, anche grazie a una forte spinta in questo senso da parte del ministero della Cultura. “Il problema non si può ancora dire risolto, ma si intravedono degli spiragli”, conclude il presidente. “Oggi ci arrivano molte richieste di consulenze per far diventare delle esposizioni più accessibili, anche dal Sud, che sinora era un po’ meno avanzato su questo particolare aspetto”.

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