Sergio Segio

Diritti & Rovesci

Pandemia, erosione della democrazia e diritti globali

11 Dicembre Dic 2021 1119 11 dicembre 2021
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Il 10 dicembre è Giornata mondiale per i diritti umani: una data tanto celebrata a parole quanto più il suo oggetto viene ignorato e violato nei fatti. Infatti, mai come adesso, nell’anno secondo della pandemia, pressoché a tutte le latitudini è registrato un incremento delle violazioni, un peggioramento nelle condizioni di vita e nelle libertà dei cittadini, dei lavoratori, delle donne, delle minoranze. Peggioramento dovuto non tanto alla pandemia in sé quanto alle politiche che l’hanno accompagnata e contrastata. Regole e norme d’eccezione sono spesso state usate da parte di autorità e governi per comprimere libertà e reprimere con maggiore efficacia il dissenso e la libertà di parola e informazione. Non solo nei paesi in guerra e nei regimi autoritari, ma anche in Occidente e nel continente europeo. Lo documentano numerose ONG così come istituzioni, ad esempio l’ultimo Rapporto annuale sulla situazione della democrazia, dei diritti umani e dello Stato di diritto nei 47 Stati membri del Consiglio d’Europa. Nella sua prefazione, la segretaria generale Marija Pejčinović Burić osserva che, seppure i problemi fossero preesistenti alla pandemia, «non vi è dubbio che le azioni legittime intraprese dalle autorità nazionali in risposta al Covid-19 hanno aggravato questa tendenza. I diritti e la libertà degli individui sono stati ridotti in modi che sarebbero stati inaccettabili in tempi normali», così che vi è ora il pericolo «che la nostra cultura democratica non si riprenda completamente».

Analogo il quadro che emerge dalla successiva comunicazione sullo Stato di diritto della Commissione Europea, centrata sull’analisi dei sistemi giudiziari, della lotta alla corruzione, della difesa del pluralismo e della libertà dei media, del bilanciamento tra poteri istituzionali, con valutazioni specifiche per ogni paese membro. Pur in una complessiva valutazione positiva, secondo la Commissione i problemi sono stati spesso esacerbati dal contesto della pandemia di Covid-19 e, per alcuni Stati membri, vengono denunciati attacchi ai giudici e rischi per l’indipendenza della magistratura, un pericolo elevato di ingerenze politiche nei media, con il numero più alto di segnalazioni sulla sicurezza dei giornalisti mai registrato, l’emergere di casi di corruzione gravi e la penuria di risorse per fronteggiare il fenomeno, un insufficiente livello di protezione dei diritti fondamentali, persino aggressioni deliberate da parte delle autorità.

Sarà probabilmente per questo che Joe Biden tra i 110 paesi che ha invitato al Summit for democracy che ha tenuto, giustappunto, il 9 e 10 dicembre ha escluso, unica nazione europea, l’Ungheria di Viktor Orbán, del cui tasso di democraticità vi è in effetti da dubitare assai. Vi è invece da essere del tutto certi che il Brasile di Jair Bolsonaro e la Turchia di Erdogan, invitati al Vertice, la democrazia la avversano esplicitamente, concretamente e spesso sanguinosamente. Del resto, anche gli Stati Uniti di Biden sembrano non volersi davvero affrancare dall’eredità del predecessore Trump: le tensioni geopolitiche sono persino peggiorate – come da ultimo riguardo l’Ucraina – e quel Summit costituisce un manifesto passo in avanti nell’escalation di una guerra fredda sempre più a rischio di riscaldarsi. Sarà per questo che gli Stati Uniti, pochi giorni fa a Ginevra, hanno respinto la richiesta delle Nazioni Unite di un trattato vincolante sulle armi letali autonome, i cosiddetti “robot killer”, di cui le organizzazioni umanitarie e un certo numero di paesi chiedono la proibizione totale, dati gli enormi e inediti pericoli che esse comportano. Anche Russia e Cina, simmetricamente, vogliono al riguardo tenersi le mani libere, perché, seppur divise su quasi tutto, le grandi potenze perseguono le stesse strategie e interessi in materia di armamenti, essendone contemporaneamente i maggiori produttori ed esportatori.

Diritti umani e diritti globali

In questa stessa simbolica data del 10 dicembre è stato presentato a Roma, presso la CGIL nazionale, il 19° Rapporto sui diritti globali, realizzato dalla Associazione Società Informazione e pubblicato da Futura editrice/Ediesse, che dallo scorso anno vede anche una edizione internazionale, in lingua inglese, e una maggior focalizzazione sui diritti umani e la lotta all’impunità, grazie alla collaborazione con la ONG Fight Impunity e alla realizzazione di un Osservatorio sulle impunità. Si tratta di un corposo inserto a colori, che quest’anno è dedicato a 13 paesi (Egitto, Arabia Saudita, Siria, Iran, Turchia, Afghanistan, Russia, Colombia, Cile, Messico, Myanmar, Cina), dove vengono riepilogati e documentati numerosi casi di violazioni. Ai Focus-paese e ai tradizionali capitoli dedicati a economia, politiche sociali, ambiente e al quadro geopolitico internazionale, si aggiungono numerosi approfondimenti, dedicati alla guerra nello Yemen e al ruolo dell’Unione Europea, alla lotta contro l’impunità nella Repubblica Democratica del Congo, alle violazioni dei diritti umani in Mozambico, al rapporto tra diritti dei popoli e diritto internazionale, al controllo sociale e ai dispostivi pandemici in Cina, alla libertà di stampa in Ungheria e negli altri paesi del Gruppo Visegrád, all’Intelligenza Artificiale e alle guerre del futuro, alle carceri in Europa durante la pandemia e agli abusi carcerari in Medio Oriente e in Nord Africa.

L’approccio e lo sforzo è quello di tematizzare in modo nuovo anche la categoria dei diritti umani, troppo spesso resa ambigua e limitata a una lettura (e a interessi) occidentale e le cui violazioni vanno invece lette nel loro intreccio con altre sfere, a partire da quelle che attengono ai diritti ambientali, ai diritti economici e a quelli sociali, poiché è solo il loro intreccio e indissolubilità che dovrebbe costituire la base della democrazia. Di una democrazia integrale che certo non si può esportare in punta di baionetta o di missile, come nella retorica bellicista inaugurata dagli Stati Uniti nell’ultimo ventennio con l’invasione dell’Afghanistan.

Dall’inizio di quella guerra, la spesa del Pentagono è sinora ammontata a oltre 14 trilioni di dollari: da un terzo alla metà di questa immensa spesa è stata destinata ad appaltatori militari, cioè al privato. In quello stesso periodo, appaltatori e produttori di armi hanno speso due miliardi e mezzo di dollari in attività di lobbying. Guardando a queste cifre è dunque facile capire chi e perché ha voluto l’invasione dell’Afghanistan e poi dell’Iraq (e poi della Siria e della Libia) e quale sia l’idea di “democrazia” che ne sta alla base.

Il warfare e il cimitero marino

Oltre che una profonda resipiscenza sul warfare, che non vi è minimamente stata, la fine dell’invasione dell’Afghanistan avrebbe potuto e dovuto favorire anche una riflessione e un concerto internazionale sui diritti di migranti e rifugiati. Stiamo invece vedendo come è andata, e quanto ipocrite fossero e siano le dichiarazioni dei governi occidentali di pochi mesi fa. E non solo alla frontiera tra Polonia e Bielorussia, sulla quale si sono accesi i riflettori ma per ragioni geopolitiche, non certo per la salvaguardia dei diritti umani: che infatti continuano a essere impunemente e quotidianamente violati da governi e polizie nei Balcani, nonché dall’agenzia europea Frontex e dalle diverse guardie costiere – in primis quella libica, la più famigerata che, ricordiamo, viene finanziata e addestrata dall’Italia – nel Mediterraneo, divenuto cimitero marino. A Kabul, intanto, si sono presto spente le luci e le parole di circostanza nei confronti dei diritti delle donne, tornate sotto il giogo dei Talebani.

Lo stato della democrazia e dei diritti, insomma, in questi anni è ulteriormente vulnerato e degradato. In molti paesi e per responsabilità di tanti governi. Ma certo non troverà recupero di qualità e di forze semplicemente tornando a «tempi normali», dopo il Covid-19. Anche sul piano dei diritti e delle libertà, quanto su quelli della giustizia sociale e di quella ambientale, quel che occorre ed è drammaticamente urgente è un deciso scarto, una rottura di continuità, un salto di paradigma.

Le reazioni alla pandemia e le risposte politiche di governi e istituzioni sovranazionali hanno deliberatamente scelto di non metterne in discussione i presupposti, ambientali, sociali, di modello di sviluppo. La mancata moratoria sui brevetti dei vaccini è un crimine contro l’umanità, oltre che una scelta in evidenza suicida, responsabile del susseguirsi di nuove ondate di contagi.

Per stare solo all’Italia, ad esempio, abbiamo visto come la ripartizione dei fondi del PNRR abbia visto la sanità agli ultimi posti e di come, anzi, questi fondi rischino di finire nuovamente al privato. Come ha già deciso la Regione Lombardia con la nuova “riforma”, a discapito del servizio sanitario pubblico e di quella medicina di territorio di cui si è constatata la drammatica inadeguatezza nel corso della pandemia. Una scelta scellerata e recidiva.

Celebrare davvero i diritti umani significa allora, davvero, pensare, desiderare e contribuire a costruire Un altro mondo possibile, come titola quest’anno il Rapporto sui diritti globali. Un mondo possibile, necessario, urgente. Quella della pace, della giustizia ambientale e di quella sociale è una rivoluzione, certo. Passa per il cambiamento dei sistemi di produzione, degli stili di vita e di consumo. Per la riconversione ecologica dell’economia. È la rivoluzione di cui parlano da decenni gli scienziati non asserviti, le associazioni ambientaliste e le organizzazioni umanitarie e, nel suo piccolo, il Rapporto di diritti globali. E anche, da una solitudine capace di diventare però movimento, cui esortano le poche voci alte e libere come quella di papa Francesco e quella di una ragazzina molto determinata come Greta Thunberg. Sassolini che possono diventare valanghe.