Flaviano Zandonai

Fenomeni

Attivista dove sei?

3 Aprile Apr 2017 0911 03 aprile 2017
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Chiamarli segnali deboli è un eufemismo. Il cambiamento è in atto e le sue espressioni sono sempre più radicali. Per questo torna alla ribalta una figura come l'attivista coniata, ci dice wikipedia, nel 1916, poco prima di un fatto storico come la rivoluzione russa che in fatto di organizzazione del consenso intorno a un cambiamento sociale, politico, economico ha ancora oggi pochi rivali. Tanto che per celebrarne il centenario è stata attivata una ricostruzione degli eventi via twitter con profili digitali che corrispondono ai protagonisti dell'epoca: da quelli famosi (Lenin, Nicola II) fino a semplici e semisconosciuti "attivisti di base" come lo studente Vladimir. Davvero un bel progetto.

Cosa è cambiato da allora non è facile dirlo perché gli approcci all'attivismo sono differenti per matrice politico culturale, modalità di azione (dal pacifismo al terrorismo), cause perseguite e soggetti che ne le hanno incarnate (da singoli esponenti eroici fino a movimenti di massa passando per minoranze attive e comunità locali). Ma a fronte di questa biodiversità dell'attivismo che lo rende di per sè attraente a prescindere dal fatto che lo si appoggi o lo si combatta, c'è un tratto che caratterizza l'epoca attuale: l'attivista è sempre più riconosciuto come creatore di valore. Un soggetto che organizzando una voice collettiva in senso hirsmaniano produce, più o meno volutamente, risorse particolarmente scarse (e quindi preziose) nella fase storica attuale: visione rispetto a un futuro possibile, identità a fronte di una disgregazione crescente, stili di vita ed economie alternative rispetto a modelli dominanti in crisi di legittimazione presso una fetta sempre più larga di consumatori.

Così ridefinito l'attivista diventa, anche in senso stretto, parte della catena di produzione del valore. Per ora di aziende con una mission sociale e ambientale che le caratterizza fin dalle origini, come la BCorp Patagonia. Ma anche sbirciando nel catalogo di "turismo esperienziale" di Airbnb non è difficile trovare destinazioni il cui valore è legato all'incontro con persone e comunità orientate al cambiamento, rompendo consapevolmente "le regole del gioco" e provando a ricostruire un "nuovo ordine delle cose". Chissà, forse è per questo che MIT ha lanciato una call che premia con non pochi dollari (250k) progetti di "disobbedienza a beneficio della società", ovvero l'ingrediente base dell'attivismo che, a questo punto, diventa una soft skill ricercata da aziende e istituzioni che non riescono a elaborare innovazione se non aprendosi, in modo consapevole, a contributi esterni al loro perimetro organizzativo, ma anche periferici e dissonanti rispetto alle loro culture e valori.

Manca questo alle ribellioni che, sempre più numerose, punteggiano i nostri territori, soprattutto a sud? Un attivismo consapevole, informato e, non da ultimo, formato a generare impatto sistemico, evitando di dispedere preziose energie collettive in mille rivoli autoreferenziali? Da questo punto di vista ha ragione Eraldo Affinati su Repubblica quando legge la deriva di molte proteste non solo in termini di violenza ma anche di "povertà educativa", dove ad emergere non è la definizione, rigoramente dal basso, di un interesse generale autentico, ma piuttosto tante performance individuali - come nella foto, dove in bambini fanno da scudi umani in versione #antitap - ad uso e consumo dei social media. Ben altro approccio rispetto a chi, invece, fa la fatica di coagulare tanti self interest attraverso catalizzatori di risorse e di senso, come ad esempio fa Ricardo Stocco a Tiriolo. L'esito, in quel caso, non è una massa indistinta che protesta su temi contingenti e sulla base di visioni antisistemiche, ma una comunità che investe su se stessa, sulle sue ragioni politiche e sul suo sviluppo arrivando, non a caso, a farsi impresa.

Una bella sfida anche per il terzo settore che scaturirà dalla riforma. Perché, a ben pensarci, molte delle "battaglie civili" che hanno originato la gran parte delle organizzazioni leader risalgono ormai a più quarant'anni fa. Forse è tempo di rigenerare anche questa risorsa.