Riccardo Bonacina

La Puntina

I 5 motivi per cui non rimpiangerò Giuseppe Conte

13 Gennaio Gen 2021 1450 13 gennaio 2021
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No, non rimpiangerò Giuseppe Conte, la sua uscita di scena (se avverrà), almeno per il momento a me pare una buona notizia. Dopo di lui non c’è il diluvio, come il reality show di Palazzo Chigi ben diretto da Rocco Casalino vorrebbe far credere. Il Paese con un nuovo Governo e un nuovo premier e ministri un minimo più autorevoli e preparati potrebbe addirittura guadagnarci. In ballo c’è il futuro nostro e la capacità di spesa di ben 200 miliardi che i più giovani e chi nascerà ci stanno prestando. Sarebbe da matti lasciare una partita tanto importante all'incarnazione della “quasità” (copyright Francesco Merlo) e a un gruppo di ministri davvero scarsi.

Troppo potere poca efficacia. Nessun premier ha mai avuto il potere che ha avuto Giuseppe Conte dal 23 febbraio ad oggi. Conte ha Governato tal ritmo di 2 decreti del Presidente del Consiglio al mese arrivando alla cifra monstre di 22 Dpcm. Ricordo che l’uso dei Decreti del presidente del consiglio dei ministri invece del Decreto legge hanno di fatto aggirato il Parlamento ed escluso il controllo da parte del Capo dello Stato. Eppure mai Giuseppe Conte, che pur è intervenuto sui tempi e sui modi della vita dei cittadini come mai prima, ha dato l’impressione di avere una visione chiara da proporre al Paese. Da quasi un anno gli italiani sono appesi a dirette Facebook a orari improbabili (e mai rispettati) per capire, una volta ogni 12 giorni come sarà la propria vita senza poter programmare nulla né per la propria vita privata, per le attività economiche, per la mobilità, per l’educazione dei figli puniti da marzo in poi nella loro vita sociale e scolastica. Una condizione, quella dell’essere appesi, che non si verifica in nessun altro Paese dove le decisioni più a breve sono almeno mensili.

Governabilità come trasformismo. Giuseppe Conte è un assoluto campione mondiale di trasformismo. È passato dalla guida del Governo più di destra dal dopoguerra alla guida di un Governo di sinistra (si fa per dire) senza un plissé, senza neppure uscire dal suo ufficio a Palazzo Chigi e ora vorrebbe fare un altro giro con Mastella. Ha gioito in favore di telecamere per gli sciagurati decreti sicurezza made in Salvini e sorriso con la Lamorgese per averli cambiati. Insomma, è come se non avesse un’idea propria, una visione, un ideale, ma concepisse la sua permanenza sullo scranno di Presidente del Consiglio come burocratico punto di equilibrio tra spinte contrapposte. Conte sembra incarnare la banalità del potere, il suo è un linguaggio un po’ oscuro (nella pronuncia) e barocco nelle allocuzioni (vedi il termine Ristori e le espressioni da Azzeccagarbugli), il suo è un eloquio che si avvicina al vaniloquio perché alla fine non hai capito bene cosa sostenga e cosa davvero abbia da dire. Un metodo per poter dire tutto e il contrario di tutto, sorridendo alle telecamere come un vero gagà.

Leadership come galleggiamento. Come possibile, si è chiesto Merlo su La Repubblica, che il vice dei suoi vice (ai tempi, Di Maio e Salvini) sia diventato un leader che addirittura pensa a un suo partito? Basta a spiegarlo l’essersi affidato a Rocco Casalino vera eminenza grigia a Palazzo Chigi che con sapienza gli ha costruito attorno una casa dove le percezioni non impattano quasi mai con la realtà? La verità è che Conte continua a stupire per la sua capacità di galleggiamento. Dice cose scontate stando bene attento a non dire mai nulla che possa tradire una posizione precisa, ben conscio che esistono temi (praticamente tutti i temi importanti) in cui una posizione precisa potrebbe scontentare una delle componenti del suo governo e quindi… farlo cadere. Piuttosto che prendere decisioni Giuseppe Conte istituiva i tavoli, dentro e fuori Palazzo Chigi per la gioia di un risorgente consociativismo dei tanti che a quei tavoli erano chiamati a sedere. Conte ha governato con il metodo del “Salvo intese”, chiosa ad ogni decisione e provvedimento importante. Ha governato nascondendo le carte sino a notte fonda e per ben due volte e con governi di segno opposto, impedendo a un ramo del Parlamento di leggere ed esprimersi sulle leggi di bilancio.

Manine e lobby. La formula “Salvo intese” con norme aperte per giorni e passibili di cambiamenti ha lasciato campo aperto a mille manine e lobby come sull’azzardo (istituito persino come metodo con la lotteria scontrini e il cashback) e il tabacco elettronico per fare solo due esempi. In Italia, il tabacco riscaldato gode di un beneficio fiscale del 75% rispetto alle sigarette normali, quelle a combustione. Solo pochi altri paesi hanno un beneficio maggiore, col record del Kazakistan che sta al 100%. La Spagna, per esempio, sta al 52%, la Francia al 37%.I meccanismi di cashback, poi, sono utilizzati per attrarre e fidelizzare le prede proprio da quei dispositivi dell'azzardo di massa che questo governo si vanta (a parole) di voler contrastare: slot e gratta e vinci, in particolare. Come abbiamo scritto “più procederemo sulla strada della ludocrazia, ovvero della gamification per mano pubblica e meno responsabilizzazione avremo. Meno responsabilizzazione significa meno senso civico. Meno senso civico significa più delega. Una democrazia del sorteggio, insomma”.

Anche sul Recovery Plan ci aspettavamo, vista la portata e l’ambizione del piano (arrivato ieri sera alle 21,30), che il governo avrebbe messo in campo un importante percorso di partecipazione in grado di coinvolgere gli stakeholder nella sua stesura e nel monitoraggio e controllo della sua corretta esecuzione e l’indicazione sui dispositivi e gli strumenti che permettano il controllo diffuso di cittadini e società civile. Non solo l’ultima bozza del piano non indica requisiti di trasparenza e tracciabilità per verificare l’avanzamento del piano stesso, e scompare anche il “contentino” che ci era stato dato nella precedente versione: quella “Piattaforma di Open Government per il controllo pubblico” che avrebbe dovuto garantire un controllo diffuso sul piano stesso vigilando sui tempi e sulle modalità di erogazione delle risorse destinate ai singoli progetti. Insomma meglio governare e spendere al buio.

Una sciagura per il terzo settore. Conte è stato il presidente del Consiglio che ha firmato le due più odiose misure degli ultimi decenni contro il Terzo settore, quella che Mattarella definì “Tassa sulla bontà” e l’imposizione del trattamento Iva per le associazioni, misure che hanno comportato una fatica e una battaglia per essere cancellate. Nella sua veste di Conte 1 e Conte 2 questo presidente del Consiglio è anche quello che ha congelato la Riforma del Terzo settore lasciando in mezzo al guado una realtà fatta da oltre 250mila organizzazioni che impiegano quasi 10 milioni di occupati e che ancora non sanno quale sarà il loro destino fiscale!

È probabile che dopo aver ringraziato Renzi per aver gabbato Salvini e permesso al Pd di tornare in campo, dovremo ringraziarlo anche per aver scongiurato in un frangente tanto complicato la politica del galleggiamento e l'apertura di una possibile ultima parte di legislatura, per dirla con Grillo, in “stiliamo insieme un patto tra tutti i partiti e lavoriamo per la ricerca di un obiettivo condiviso che altro non può essere che la ricerca del bene comune per il Paese. Lavoriamo uniti”. E così sia.