Elena Zanella

La Zanzarella

Il prezzo della sostenibilità

23 Luglio Lug 2019 1548 23 luglio 2019
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Secondo il censimento permanente delle istituzioni nonprofit in Italia promosso dall’Istat, gli enti di Terzo settore presenti nel Belpaese sono in continua crescita. A dicembre 2015 sono 336.275, l’11,6% in più rispetto al 2011, con 5 milioni 529 mila volontari e 788 mila dipendenti. Rispetto al 2011 crescono anche i volontari con un + 16,2%, mentre i lavoratori dipendenti aumentano del 15,8%. In questo scenario, trova collocazione la figura del fundraiser. Anche qui qualche numero: secondo quanto si legge nella presentazione del II censimento sui fundraiser promosso da Philanthropy Centro Studi in collaborazione con il Festival del Fundraising e ASSIF dello scorso anno, i professionisti che si dichiarano tali su LinkedIn sono passati, negli ultimi 5 anni, da 4.789 a oltre 19mila. Quasi il quadruplo.

Se ci fermiamo a una lettura superficiale dei rapporti, 19mila fundraiser su circa 340mila organizzazioni mostrano un’indubbia e crescente possibilità di collocazione professionale. Una certezza rafforzata dal fatto che sono in aumento le scuole e le università che preparano e avviano alla professione di fundraiser. A ciò va poi aggiunto che la figura del fundraiser provoca un forte fascino nei giovani preparati che si aprono al mondo del lavoro, al sociale in particolare, che desiderano spendere le proprie conoscenze accademiche nei rami della comunicazione e del marketing al servizio della buona causa. Molti di loro provano a entrare nel settore passando dalla porta del dialogo diretto che li lascia interdetti rispetto alle attese iniziali.

Andiamo dunque oltre i numeri e proviamo a girare la domanda: quante tra le quasi 340mila organizzazioni sono realmente preparate ad accogliere un fundraiser più o meno strutturato? E ancora: quante hanno chiaro il concetto che un ente di Terzo settore è di fatto un’attività di impresa che si muove in un mercato che compete e che dunque deve imparare a vivere, non sopravvivere si badi, se vuole davvero avviare il cambiamento sociale e raggiungere gli obiettivi che si propone di raggiungere in fase di costituzione? Ancora poche purtroppo. Il non orientamento al profitto riduce, di fatto, la comprensione di quanto queste parole portano con sé. Il denaro non è il fine certamente, ma non va perso di vista che le risorse economiche sono strumentali agli obiettivi perché la buona volontà da sola è necessaria ma quasi mai sufficiente, specie se hai obiettivi grandi. Fermandoci agli aspetti di fundraising, il mercato del dono è di fatto un mercato competitivo.

Quest’errore percettivo crea distorsioni nella comprensione del ruolo del fundraiser all’interno dell’ente e del suo reclutamento, portando l’organizzazione molto spesso a sottovalutare il cambiamento che il professionista può portare. Nascono dunque forme ibride e poco etiche di collaborazione, come il guadagno a percentuale sul dono effettivo raccolto, che scaricano sul lavoratore il rischio, non producendo, al tempo stesso, né una crescita consapevole dell’organizzazione verso forme più mature di organizzazione del lavoro, né concorrenza leale tra colleghi, perché contro il lavoro gratis non c’è professionalità che tenga.

Quelli che cito sono solo due aspetti tra i tanti che gli anni nella professione mi hanno portato a considerare, su cui varrebbe la pena soffermarsi seriamente e discutere.

I primi a formarsi a un nuovo approccio strategico alla sostenibilità slegato dal concetto che la buona causa di per sé basti per raccogliere dovrebbero essere proprio le figure apicali delle organizzazioni in modo da avere tutti gli strumenti utili per comprendere e reclutare consapevolmente il professionista della raccolta fondi.

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