Paolo Manzo

Latinos

Il Venezuela al bivio del dialogo tra regime ed opposizione con le nostre ong in prima fila

6 Settembre Set 2021 2218 06 settembre 2021
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Quando ho lasciato la redazione di Vita per cominciare la mia avventura brasiliana, oltre 14 anni fa, il Venezuela non risultava tra i Paesi dove operavano la cooperazione allo sviluppo italiana né le nostre ong. In America latina i Paesi latinoamericani dove all’epoca erano più presenti le nostre organizzazioni non governative erano altri, Brasile, Bolivia e Perù in testa, oltre all’America centrale.

Da quel 2007, però, molte cose sono cambiate, nel mondo e, soprattutto, in Venezuela. All’epoca Hugo Chávez era non solo vivo ma l’elevato prezzo del petrolio, consentiva al suo governo di finanziare le “missioni”, iniziative sociali con una spiccata componente ideologica che comunque alleviavano le sofferenze e la povertà dei “ranchitos”, come si chiamano le favelas a Caracas.

Oggi il Paese che ha più riserve petrolifere al mondo è invece al disastro economico e sociale, una crisi umanitaria complessa secondo la definizione dell’Unhcr con quasi il 90% della sua popolazione che vive in povertà, quasi 6 milioni di persone che hanno lasciato il Paese per sopravvivere, oltre un milione e mezzo di rifugiati solo in Colombia, l’inflazione più alta al mondo (5000%) e stipendi mensili da fame, pari all’equivalente di 4 euro al mese al cambio attuale.

Negli ultimi anni sono così entrate in Venezuela, per portare un po’ di solidarietà e tutto l’aiuto possibile, moltissime ong, italiane ed internazionali, molte delle quali presenti nel nostro prestigioso Comitato editoriale. L’altro giorno, facendo una rapida conta su Internet, ho trovato online progetti di AVSI, CISV, INTERSOS, Missioni Don Bosco, Save the Children, Croce Rossa, MSF, Caritas ed altre ancora tra cui l’Associazione casa Italo Venezuelana di cui mi pregio di essere socio onorario.

La speranza loro e di tutti noi è che i negoziati tra il regime di Nicolás Maduro e l'opposizione guidata da Juan Guaidó (il secondo round negoziale è iniziato lo scorso 3 settembre in Messico) abbiano uno sbocco positivo, soprattutto per lo stremato popolo venezuelano. Al momento gli incontri indicano un'evoluzione che fa sperare, con l’opposizione che ha accettato di candidarsi alle elezioni regionali del prossimo 21 novembre e il regime che ha consentito a rilasciare alcuni prigionieri politici.

Da quando questo dialogo è iniziato lo scorso 13 agosto, il regime ha liberato tre noti leader dell’opposizione: Freddy Guevara, Gilber Caro e Gilberto Sojo, tutti esponenti di Voluntad Popular, il partito di Guaidó. Nelle prossime ore si spera che altri detenuti politici siano liberati, molti dei quali con seri problemi di salute. Si tratta di 61 persone con diverse malattie che richiedono cure urgenti.

L’accordo di pace dunque avanza, seppur a rilento e con un dibattito tra le parti sempre teso. Da un lato c’è Maduro, che chiede la sospensione delle sanzioni USA e UE contro il chavismo e si concentra sull'incolpare (a sproposito) l'opposizione per il disastro umanitario che sta vivendo il Paese e per la drammatica assenza di vaccini per far fronte all'epidemia di coronavirus. In cambio della fine delle sanzioni, il presidente de facto del Venezuela ha proposto un'apertura al settore privato del settore petrolifero e minerario. Dall’altro l’opposizione che si batte per elezioni trasparenti ed eque ed appoggia i familiari dei prigionieri politici che sperano invece che tutti i 332 detenuti nelle carceri vengano presto rilasciati. Vedremo nelle prossime settimane se la speranza di un ritorno alla normalità per il Venezuela si tradurrà in qualcosa di ancora più concreto o se si tratterà dell'ennesimo, il quinto, tentativo di dialogo destinato al fallimento.