Economia

Cooperare è più che competere. Dialogo con Richard Sennett

28 Ottobre Ott 2015 1058 28 ottobre 2015
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«Ama il prossimo tuo» ovvero, spiega il sociologo Richard Sennett, «collabora e coopera con lui». Competizione e velocità, termini chiave del tempo presente, «sono altre parole per dire guerra di tutti contro tutti». In nome di che cosa? Dello spread? Del Pil? Del marketing? O del nulla?

Nella Teoria dei sentimenti morali, un libro di capitale importanza nella storia del pensiero e dell'etica occidentali, pubblicato a Edinburgo nel 1759 agli albori della prima rivoluzione industriale, fu il padre dell'economia classica Adam Smith a rimarcare come, negli affari umani, non potendoci mettere materialmente nei panni dell'altro, occorra sempre e comunque far risuonare dentro di noi il suo stato d'animo, provando simpatia per lui. Con il termine simpatia, Smith intendeva definire una spinta emotiva volontaria capace di avvicinarci all'altro, di sentirlo e sentire con lui, trasportandoci «nella sua situazione e permettendo di figurarci nei più minuti particolari ogni minimo episodio in cui possa incorrere chi soffre». Nel suo Insieme (Feltrinelli, 2012), Richard Sennett sottolinea l'importanza della simpatia che, con l'empatia, costituisce una vera e propria pulsione cooperativa, oltre che una particolare specificazione dell'evangelico «ama il tuo prossimo come te stesso». Una specificazione importante, rimarca Sennett, perché Smith non solo ci invita a immaginarci l'altro o a «figurarci» la sua condizione in termini astratti e generici, ma a coglierlo nei più intimi e minuti particolari, tenendo sempre in piena considerazione il contesto e quelle che Marcel Proust avrebbe più in là chiamato le «intermittenze del cuore».

È in questi spazi minimi del cuore che, ricorda Sennett, si insedia quanto di più specificamente umano qualifica le nostre azioni, non solo le – spesso troppo – buone intenzioni che dovrebbero presiederle: la cooperazione e l'ascolto.

Ovunque, oggi, le parola d'ordine è «agire rapidamente», «fare in fretta», come se la crisi, che richiede sicuramente energia e decisione nelle risposte, non avesse tempo per le domande. E con le domande non implicasse attenzione ai dettagli, non solo al bersaglio grosso del bilancio e con questi dettagli bloccasse preventivamente ogni dialogo, ogni ascolto, ogni simpatia... Non le sembra un paradosso pericoloso e ambiguo?
Effettivamente, è proprio un paradosso. È un paradosso vedere uomini improntati su schemi contabili oramai fuori tempo massimo che, dopo averci portato allo sbando, si presentano – o così vengono presentati dai media – come portatori sani di un'ideologia che, appellandosi al nuovo che avanza, fa in realtà avanzare ciò che di più vecchio e spento permane nel nostro sistema: la competizione. Beninteso, parlo di competizione come dogma. La competetizione è vita, ma se viene assunta come dogma rende ciechi e sterili e si tramuta, paradossalmente appunto, nel suo contrario. Se in una società quello che conta fosse solo competere, anche a costo di disfare tutto al fine di arrivare soli alla meta, andremmo diritti verso il baratro. E forse è ciò che stiamo rischiando. Dobbiamo imparare a non volerci imporre, a cooperare, a collaborare, a comunicare nel senso etimologico e forte della parola. Dobbiamo smettere di ascoltare chi ci propone formulette magiche, basate di tagli al welfare e soldi alle grandi banche d'affari. Dobbiamo reimparare la virtù dello stare insieme agli altri – ecco perché è importante la simpatia – senza la forzatura di volerci uguali a loro.

Torniamo alla competizione e chiediamoci: che cosa succederebbe se durante uno sport competitivo ma di gruppo, prendiamo ad esempio la staffetta, gli atleti della stessa squadra anziché collaborare passandosi il testimone e facendo ognuno del proprio meglio per guadagnare posizioni e secondi, si mettessero a competere uno contro l'altro?
Semplicemente, sarebbe il disastro. Solo che qui non siamo alle Olimpiadi, siamo nella vita vera e certe logiche performative hanno portato allo sfacelo non solo le aziende, ma anche la scuola e l'assistenza, sempre più delegata a patetici stregoni del marketing, e hanno confuso la comunicazione – che attiene anche al non detto, al contesto, al percorso laterare e complesso del dialogo, più che alla frontalità dialettica, e a quei minuti particolari cui accennava Adam Smith – con l'informazione. Se viviamo isolati su schermi mentali che non prevedono sbocchi fisici, allora siamo schiavi di una gabbia di ferro pensata da ingegneri elettronici che hanno una ambigua, per non dire risibile comprensione dei fenomeni sociali. Ma il difetto sta nel software, non nell'hardware: certe tecnologie possono essere utili, ma nulla può cancellare la forza di uno sguardo, di un sorriso, di un rituale, di una conversazione.

L'uomo è un animale che coopera, fin dall'infanzia, ma le nuove tecnologie rischiano di limitare fortemente questa virtù, simulandola senza dare a essa sbocchi reali.

Tornando alla questione del "nuovo", direi che ciò che si proclama tale ha sempre fretta di saturare l'altro di risposte, anziché dialogare con lui accordandosi alle sue domande, quando sa di non essere poi così nuovo.

L'ideologia del taumaturgo al potere, il tribalismo che divide il bianco dal nero e non contempla zone d'ombra, spazi neutrali, luoghi di dialogo, insomma la logica del self made man che vince sull'ambiente, sui suoi simili e persino su se stesso trasposta dall'agone sportivo allo spazio comune... Queste cose hanno fatto il loro tempo, ammesso ne abbiano mai avuto uno, ma permangono nel nostro, di tempo, come schegge pericolose e dannose che dobbiamo sforzarci di estrarre, per sopravvivere.

L’ex Presidente del Consiglio italiano, il professor Mario Monti, non sembrò essere di questo avviso, quando chiede più competività, ma blocca ogni dialogo in nome di un decisionismo di cui non si comprendono i fini concreti, al di là delle dichiarazioni di principio (ma se è per questo, persino Goldman & Sachs è "contro la crisi", e sui principi, diceva il generale prussiano von Clausewitz, è fin troppo facile trovarsi d'accordo persino col nemico)...
È una situazione che mi lascia sgomento. Quando vengo in Italia e sento fare certi discorsi, non dico per la strada, ma da chi ha avuto la responsabilità di "formare" generazioni di economisti, ha svolto il ruolo di consulente per grandi banche d'affari – le stesse che, dopo averla provocata, stanno speculando a danno di tutti sulla crisi – e oggi si è assunto l'onere di guidare il vostro Paese, mi chiedo se per caso io non abbia sbagliato aereo e sia finito altrove.

Competere, competere e ancora competere, si dice. Ma con chi? E quando non avremo più nessuno con cui competere cosa faremo, ci guarderemo allo specchio in cerca di un nemico? Il tribalismo economico è un'anticaglia alla quale voi italiani non siete mai stati troppo devoti.

Per fortuna, dico io. Perché la cooperazione e la collaborazione, ciò che i tedeschi con una parola chiamano «zusammenarbeit», il lavoro in comune, hanno segnato la vostra storia, la vostra arte, la vostra impresa, il vostro tessuto sociale più di ogni altra cosa. E la modernità è proprio in questo cooperare, in questa pulsione a lavorare assieme che il professor Monti, e la maggior parte dei leader europei con lui, sembra non tenere in debito conto.

Nel cooperare e nel dialogare con gli altri c'è inoltre un elemento etico...
È indubbio, ma considerare la cooperazione e il dialogo solo nei loro, inevitabili, risvolti etici rischia di limitarne fortemente la comprensione. La cooperazione è uno scampio in cui i partecipanti traggono vantaggio dall'essere insieme, e in questo sta – qui e ora – la sua forza. Cooperare richiede abilità nel comprendere e capacità di rispondere emotivamente agli altri. Non si coopera su un social network, si coopera nella vita e nel lavoro... Oggi, quando si parla dell'Italia si pensa solo al lato oscuro della collaborazione, ossia la collusione. Oppure, se ne dibatte – diciamo che forse siete un po' voi italiania cantarvela, attraverso economisti-opinionisti che avete abbeverato alle peggiori retoriche liberiste d'America e con un provincialismo che fa impressione parlano di "cervelli in fuga", di "fannulloni", di "bamboccioni" – come di una sacca di Medioevo, che inchioda l'Italia alle corporazioni, che la frena con la zavorra di giovani che non vogliono andarsene di casa e vecchi che non vogliono morire, che la limita nella crescita con imprese che pretendono di non seguire i dettami del marketing estremo... Siamo messi male, se la pensiamo così. Io credo invece che l'Italia abbia molto da insegnare, proprio in ciò che i promotori del disastro passato e presente (e, speriamo, non futuro) leggono come disvalore.

C'è un valore culturale forte, nella cooperazione, nell'autoaiuto, nel mutualismo, nella solidarietà informale della famiglia o tra le generazione, e nella capacità di leggere l'economia come spazio concreto del vivere e del fare, non come mero purgatorio dei numeri. Tutte cose che in Italia hanno una tradizione antica e vitale. Una tradizione che parla però già il linguaggio del nostro futuro. Perché cooperare è il futuro.

Il futuro è in questa economia delle relazioni, del dialogo, dello stare e del fare insieme, non nell'ambigua finanza del competere. Non ci si salva da soli, questo spiegatelo a chi ha preteso di darvi lezioni su questo. E se non lo capiscono, comunque non seguiteli.