Terrorismo&religioni

Padre Pizzaballa: se la bandiera dell'Isis arriva in Terrasanta

1 Gennaio Gen 2016 1534 01 gennaio 2016

Faccia a faccia a Gerusalemme con il custode della Terrasanta: "La presenza di noi cristiani è ormai politicamente insignificante, ma il radicalismo islamico è vicino". Pochi giorni fa il rapimento di padre Azziz, uno dei 300 francescani della Custodia. Oggi attentato in un pub di Tel Aviv

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Faccia a faccia a Gerusalemme con il custode della Terrasanta: "La presenza di noi cristiani è ormai politicamente insignificante, ma il radicalismo islamico è vicino". Pochi giorni fa il rapimento di padre Azziz, uno dei 300 francescani della Custodia. Oggi attentato in un pub di Tel Aviv

da Gerusalemme

Questo dialogo con padre Pierbattista Pizzaballa, custode della Terrasanta avviene nel cuore della città vecchia di Gerusalemme in una sala della Custodia. L’occasione è data dall’incontro che il francescano ha avuto negli ultimi giorni dell’anno con un gruppo di pellegrini italiani, spagnoli e canadesi in visita in Israele e Cisgiordania. La Custodia conta su circa 300 frati e amministra 50 luoghi santi in Galilea, Giudea, Siria e Giordania. Fra di loro c’è Dhiya Azziz, 41 anni e parroco di Yacoubieh, in Siria, irrintracciabile dal mattino del 23 dicembre scorso. Pizzaballa è visibilmente preoccupato.

In Israele vivono 6 milioni di ebrei, 1,5 milioni di arabi. Fra Israele e Palestina i cristiani (quasi esclusivamente arabi) sono 175mila, il 60% dei quali sotto l’amministrazione di Tel Aviv, il resto distribuiti fra Cisgiordania e Gaza. L’incontro coi pellegrini a cui vita.it ha potuto partecipare è durato oltre un’ora e – come inevitabile in questo luogo – non ha intrecciato temi religiosi e temi politici. Questo il resoconto.

Pierbattista Pizzaballa

La preoccupazione per le sorti di Azziz le fanno pensare a una possibile estensione del radicalismo islamista anche in Israele e Palestina?
La bandiera di Daesh è già comparsa anche qui. Probabilmente, considerata anche la capacità di Israele di presidiare le frontiere non si tratta di soggetti che arrivano dall’esterno, ma al contrario di emulazione di atteggiamenti che arrivano da fuori, ma certo il segnale non va trascurato. Da parte araba l’obiettivo primario è con ogni evidenza lo stato di Israele e quindi è verosimile che il primo target di Isis siano gli ebrei. Ma dopo il sabato c’è la domenica.

Quale ruolo può avere la comunità cristiana nella’arginare questa possibile deriva?
I numeri dicono che i cristiani sono una piccola minoranza, fra l’altra parcellizzata in 13 culti diversi. Non solo. In media i musulmani fanno 5 figli, gli ebrei 3, i cristiani 2. In più stiamo assistendo a un fenomeno importante di emigrazione proprio da parte degli arabi cristiani socialmente e culturalmente più vicini all’Occidente e quindi più facilmente integrabili. Questo per dire che se è vero che siamo sempre stati pochi ora siamo troppo pochi. Politicamente la nostra è una presenza insignificante. Non lo è però culturalmente e socialmente. Finchè ci saranno arabi non musulmani questo costringerà l’Islam ha fare i conti con qualcosa di diverso da sé, poi ci sono le attività che sempre più a fatica gestiamo sul territorio: parrocchie, ospedali e scuole aperte anche ai musulmani. Se c’è una speranza di fare la pace in questo angolo di terra, questa si manifesta nel micro, nella quotidianità e nella fatica di fare insieme cose concrete.

Lei sostiene che i cristiani siamo sempre meno, i giorni israeliani però fanno cronaca di un importante trend di lavoratori cristiani “importati dall’estero”…
Si tratta soprattutto di filippini e indiani che al massimo hanno il permesso di stare qui per 5 anni e per lo più lavorano nei cantieri, in agricoltura o come badanti. In tutto sono circa 200mila, ma non hanno alcun contatto con la presenza cristiana residente. Questo per tutta una serie di ragioni, fra cui la lingua, il fatto che risiedono nei quartieri ebraici e quindi frequentano parrocchie diverse e in giorni diversi: i cristiani arabi vanno a messa la domenica, i lavoratori stranieri il sabato, giorno del riposo ebraico. Aggiungiamo poi che i motivi per emigrare – dal lavoro allo studio passando per il conflitto sempre latente – non mancano e che l’identità dei cristiani è molto fragile e il quadro è completo.

Come avete vissuto gli attentati di Parigi del 13 novembre?
Con grande angoscia, ma anche con la consapevolezza che in alcune zone del Medio Oriente ogni giorno è Parigi. Il fondamentalismo cresce in contesti di grande degrado e povertà, in cui il wahabismo salafita sunnita di matrice saudita ha gioco facile nell’addebitare all’Occidente le responsabilità di condizioni di vita oggettivamente insostenibili. Dare la colpa agli altri è facile, ed è facile ad ogni latitudine. Qui però ci sono tre peculiarità socio politiche da tenere ben presenti. La prima: come dimostrano tragicamente i casi di Siria e Iraq i confini nazionali disegnati di volta in volta dell’occidente sono irrealistici. Secondo: la modernità come la intendiamo noi, con il carico di libertà personali e democrazia, è figlia del cristianesimo. Le società arabe hanno un’idea di persona che è molto distante dalla nostra. Infine c’è la questione mai risolta di un islam che non riesce a separare la sfera temporale da quella religiosa. È questo è un ostacolo che rischia di apparire insormontabile.

Come se ne esce? Come si prepara la pace?
Non nascondo che siamo stanchi di parlare di pace. È una consegna che ormai da diventando difficile da comprendere. Ma non dobbiamo stancarci di pregare. I pellegrini da questo punto di vista sono importanti, come lo sono dal punto di vista del sostegno economico che danno al nostro lavoro quaggiù. Bisogna pregare, ma non possiamo attenderci che sia Dio a fare la pace, Lui può creare le condizioni, ma poi la pace la devono fare gli uomini. Dobbiamo pregare e continuare a lavorare nel piccolo, dal basso: è nelle comunità che questo luogo può trovare la svolta senza dimenticarci mai che il Medio Oriente non è mai stato e mai potrà diventare la terra dell’aut aut. Qui comanda l’et et.