Musica

Il padrino del beat: Bowie incontra Burroughs

19 Gennaio Gen 2016 1524 19 gennaio 2016
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Nel 1974 venne pubblicata questa intervista su Rolling Stones che vedeva lo scrittore, saggista e pittore statunitense William Burroughs dialogare con un emergente astro del rock: David Bowie. A fare da mediatore il giornalista Craig Copetas. Lo scambio venne poi tradotto da Alessandro G. De Mitri per un libro (William Burroughs. Rock'n'roll virus) a cura di Matteo Boscarol.

David Bowie è stato uno dei musicisti più rappresentativi del rock inglese. La sua carriera quarantennale si è svolta sempre all’insegna del cambiamento; Bowie, unendo talento, abilità nel rielaborare e sintetizzare idee di altri musicisti, e un’innata capacità di anticipare i cambiamenti della musica, delle mode e dei movimenti, ha spesso coniugato un enorme successo di pubblico con una buona qualità artistica. All’epoca di questo incontro, dopo gli oscuri inizi dei Sessanta tra esperienze mod, psichedelia, avvicinamento al mondo hippie e al buddhismo, attività teatrali e il moderato successo di Space Oddity nel 1969, si era affermato come stella di prima grandezza con una serie di dischi di rock aggressivo ma accessibile e plastico a partire da Hunky Dory, lanciando il genere glitter, accompagnato da un’immagine pubblica di bisessuale studiata e provocatoria e da costumi pittoreschi. Il personaggio di Ziggy Stardust, da lui creato nel disco omonimo e portato in tournée anche per sostenere i successivi Aladdin Sane e Pin Ups tra l’adorazione dei fan, stava cominciando a creare in Bowie un pericoloso senso di identificazione paranoica e distacco dalla realtà, tanto da portarlo al limite del collasso psico-fisico e costringerlo, qualche mese prima, al ritiro dalle scene. Dopo aver rinunciato al progetto teatrale di cui si parla nel testo e sciolto il suo gruppo, avrebbe realizzato un disco indirettamente ispirato a 1984 di Orwell, Diamond Dogs, nel quale faceva ampiamente uso della tecnica burroughsiana del cutup, ma, dopo un teatrale tour americano testimoniato da un disco dal vivo, ormai completamente esaurito, avrebbe registrato un disco di musica funky e si sarebbe separato dallo spregiudicato ma oppressivo manager Tony DeFries, finendo per stabilirsi in America. Chiusi gli anni Settanta con alcuni dischi sperimentali di valore, incisi in Europa con Brian Eno e Robert Fripp, avrebbe conosciuto un nuovo successo con lavori inclini al pop nei primi anni Ottanta. Da una ventina d’anni ormai Bowie, anche attore e pittore, sembra aver esaurito le idee, rigirandosi senza costrutto tra rock, funk, pop e blandi ritorni alla sperimentazione.

Ecco la traduzione di “William Burroughs/Bowie: Beat godfather: Bowie meets Burroughs”, di Craig Copetas. Il titolo originale dell’articolo presenta alcuni doppi sensi: se il titolo di “Padrino” del movimento beat, riferito a Burroughs, è un temine entrato in uso dopo il successo del film di Coppola (tratto dal romanzo di Mario Puzo), quello di “Mainman”, usato per Bowie, fa riferimento all’omonima spregiudicata società, gestita da Tony DeFries, che si occupava del management del musicista. Ricordiamo che il termine glitter rock (glitter significa luccichìo) e il suo sinonimo glam rock (da glamour, fascino pacchiano) si riferiscono ai costumi di scena esagerati dei musicisti del periodo e al trucco pesante da loro indossato.

Il murales dedicato a David Bowie a Brixton dove è nato

Londra, 1974 - William Seward Burroughs non è un personaggio molto loquace. Una volta, durante una cena, fissando intensamente un paio di microfoni piazzati apposta per registrare qualsiasi cosa gli uscisse di bocca, si mise a commentare: «Non mi piace parlare e non mi piacciono quelli che parlano troppo. Come Ma Barker 1, vi ricordate di lei? Diceva sempre “non mi piace parlare e non mi piacciono i chiacchieroni” e se ne restava seduta con la pistola in mano». Stavo ripensando insistentemente a questo episodio, e alla personalità misteriosa di David Bowie, mentre un tassista irlandese conduceva me e Burroughs verso la residenza londinese di Bowie, lo scorso 17 novembre («ehi, amico, girano tizi strani in questa zona di Londra»), dopo che avevo trascorso parecchie settimane a organizzare quest’intervista reciproca. Avevo portato a Bowie i romanzi di Burroughs: Il pasto nudo, Nova Express, Il biglietto che è esploso, e tutti gli altri; lui era riuscito a leggere soltanto Nova Express. Burroughs, dal canto suo, aveva sentito solo due canzoni di Bowie, Five Years e Starman, ma aveva letto tutti i suoi testi. Comunque, entrambi si erano mostrati molto interessati a questo incontro. La casa di Bowie era arredata come in un film di fantascienza, con un enorme quadro, opera di un artista stilisticamente a metà tra Salvador Dalì e Norman Rockwell, appeso sopra un divano in materiale plastico. Un contrasto piuttosto evidente con il dimesso appartamento di due stanze a Piccadilly che ospitava Burroughs, con le pareti ornate da fotografie di Brion Gysin; un alloggio modesto per uno scrittore di grande successo, più simile all’Hotel Beat8 di Parigi che ad altro. Bowie è entrato poco dopo, con addosso pantaloni larghi della NASA dai colori sfumati e si è subito lanciato in una descrizione dettagliata del quadro e dei suoi elementi surrealistici. Burroughs ha annuito, concordando, e a questo punto è cominciata l’intervista-dibattito vera e propria. Siamo rimasti tutti e tre per due ore seduti sul divano, chiacchierando e facendo uno spuntino: un piatto di pesce caraibico, preparato da un giamaicano dell’entourage di Bowie, con da avocado ripieni di gamberi, accompagnati da un Beaujolais nouveau e serviti da due strane creature interstellari in stile bowiano. Tra i due si è instaurato subito un rapporto di empatia e rispetto. Tanto che, pochi giorni dopo l’intervista, Bowie ha chiesto a Burroughs un favore. Un allestimento de Le serve, messo in scena da Lindsay Kemp, il vecchio maestro di mimo di David, era stato fatto toglie- re dal cartellone dall’editore londinese di Jean Genet. Bowie aveva intenzione di porre la questione all’attenzione dello stesso Genet. Burroughs è rimasto colpito dalla descrizione dello spettacolo fattagli da Bowie, e ha promesso di aiutarlo. Poche settimane dopo, Bowie si è recato a Parigi sulle tracce di Genet, seguendo le indicazioni di Burroughs. Chissà, forse siamo assistendo all’inizio di una proficua collaborazione; forse, come dice Bowie, i due potrebbero diventare i Rodgers e Hammerstein degli anni Settanta.

William Seward Burroughs

WILLIAM S. BURROUGHS: Tu pianifichi personalmente tutte le tue attività?
DAVID BOWIE: Sì, devo assumere il controllo totale di persona, non posso permettere che altri prendano l’iniziativa, perché mi sono reso conto che posso occuparmi dei miei affari meglio di chiunque altro. Non voglio che altre persone si intromettano con il loro punto di vista su quello che sto cercando di fare. Non mi piace leggere quello che la gente scrive di me. Preferisco leggere quello che scrivono i ragazzi, perché loro non lo fanno per lavoro. Le persone si rivolgono a me per comprendere lo spirito degli anni Settanta, lo fa almeno la metà di loro. I critici non ce la fanno a capire, hanno un approccio troppo intellettuale. Non hanno confidenza con il linguaggio della strada: gli serve troppo tempo per esprimersi. È così, devono farlo col dizionario, e ci mettono troppo. Ho frequentato scuole piccolo-borghesi, ma la mia famiglia è di estrazione operaia 16; sono riuscito a prendere il meglio da entrambe le classi sociali. Le ho osservate tutte e due e mi sono fatto un’idea abbastanza chiara su come la gente viva e sul perché faccia le cose. Non riesco a esprimerlo in termini corretti, ma posso intuirlo. [Però non so nulla dei ceti più elevati. Voglio incontrare la Regina, così poi lo saprò]. Tu cosa ne pensi dell’immagine che la gente si fa di te?
WSB: Cercano di metterti un’etichetta. Si aspettano di vedere qualcuno che corrisponda all’immagine che si sono fatti di te, e, se non vedono quello che vogliono, allora si agitano parecchio. Scrivere significa rendersi conto di quanto vicino si possa arrivare a dar vita a qualcosa di reale. È questo il fine di tutte le arti. Che cos’altro pensano che l’uomo possa veramente volere, un prete corrotto impegnato in una missione in cui non crede più? Penso che la cosa più importante al mondo sia che gli artisti prendano e guidino questo pianeta, perché sono i soli che possano far succedere qualcosa di importante. Per quale motivo dovremmo permettere che questi politici del cazzo, sempre sulle pagine dei giornali, ci sottraggano il controllo?

DB: Io sono uno che cambia spesso opinione, non sono molto coerente con quello che dico. Sono un terribile bugiardo.
WSB: Anch’io.
DB: Non so esattamente se sia io a essere incostante o se dipenda dal fatto che menta spesso. Un po’ tutt’e due le cose. Non è esatto dire che sono un bugiardo; è che cambio continuamente modo di pensare. La gente mi rinfaccia spesso vecchie affermazioni che ho fatto e io rispondo che non intendevo dire niente di serio. Non è possibile restare sulle stesse posizioni per tutta la vita.
WSB: Solo i politici stabiliscono ciò che pensano una volta per tutte. Prendi Hitler, per esempio: lui non ha mai cambiato idea.

DB: Nova Express mi ricorda moltissimo Ziggy Stardust, che ho intenzione di trasformare in un lavoro teatrale. Ci saranno quaranta scene, e sarebbe bello se, dopo che gli attori principali e i caratteristi le hanno imparate tutte, le estraessimo a sorte da un cappello la sera della rappresentazione, per recitarle in ordine di estrazione. È un’idea che ho preso da te, Bill… ne uscirebbe uno spettacolo differente ogni sera.
WSB: È un’idea eccellente, un cut-up visuale a sequenza variabile.
DB: Sono un tipo che si annoia molto in fretta, e questo metodo darebbe al progetto nuove energie. Credo di far parte della vecchia scuola, uno di quelli che pensano che quando l’artista ha terminato la sua creazione, questa non gli appartenga più… mi piace vedere cosa se ne può fare la gente. È per questo che la produzione televisiva di Ziggy dovrà essere molto più complessa di quanto la gente pensa che la storia sia.

WSB: Mi puoi spiegare questa tua idea di Ziggy Stardust? Da quel che posso capire, ha a che fare con un mondo destinato a finire entro cinque anni.
DB: È ambientato a cinque anni dalla fine del mondo. È stata data la notizia che il mondo è destinato a finire a causa della mancanza di risorse naturali [l’album era stato pubblicato tre anni prima (ndc)]. Ziggy si trova in una situazione nella quale i ragazzi abbiano libero accesso a quel che credono di volere. Gli adulti hanno completamente perso il contatto con la realtà e i ragazzi, abbandonati a loro stessi, sono liberi di saccheggiare qualsiasi cosa. Ziggy era in un gruppo rock e i ragazzi non vogliono più ascoltare musica rock. Non c’è più elettricità, non si può suonare. Il consigliere personale di Ziggy gli suggerisce di cantare canzoni scritte usando le notizie del giorno. Ziggy lo fa ed ecco che arriva questa notizia tremenda. All The Young Dudes è basata su questa notizia. Non è, come pensa la gente, una canzone sulla gioventù; è esattamente l’opposto.

WSB: Da dove vengono quest’idea di Ziggy e quella dei cinque anni? È chiaro che l’esaurimento delle risorse naturali non implica la fine del mondo, piuttosto il collasso della nostra civiltà. E la decimazione dei tre quarti della popolazione mondiale.
DB: Giusto. Non sarà questa la causa della fine del mondo, per Ziggy. La fine giungerà con l’arrivo degli “Infiniti”. In realtà si tratta di un buco nero, ma li ho resi esseri viventi, perché sarebbe difficilissimo rappresentare un buco nero sul palcoscenico.
WSB: Sì, un buco nero sul palco implicherebbe una spesa eccessiva. E sarebbe uno spettacolo infinito; si comincerebbe con l’inglobare Shaftesbury Avenue.
DB: Ziggy riceve in sogno dagli “Infiniti” il suggerimento di scrivere una canzone sull’arrivo di una creatura dalle stelle, così scrive Starman, che rappresenta la prima notizia positiva che la gente senta da tempo. Anche per questo, tutti si aggrappano immediatamente a questa speranza. Gli extraterrestri di cui parla nella canzone sono gli “Infiniti”, e si muovono attraverso i buchi neri; Ziggy ha descritto questo incredibile extraterrestre, destinato a discendere sulla terra per salvarla. Gli “Infiniti” atterrano da qualche parte nel Greenwich Village, ma non sono interessati alla Terra e non possono esserci d’aiuto in alcun modo. Sono capitati per caso nel nostro mondo viaggiando in un buco nero; la loro vita trascorre interamente saltando da universo a universo. Nello spettacolo, uno di loro somiglia a Brando, un altro a un newyorchese di colore. Ne ho creato anche uno che si chiama Queenie la Volpe Infinita. A questo punto anche Ziggy comincia a crederci, e pensa di essere un profeta al servizio degli extraterrestri che devono arrivare. Raggiunge vette spirituali incredibilmente elevate, ed è mantenuto in vita dai suoi discepoli. Quando gli “Infiniti” arrivano, si servono di pezzi di Ziggy per diventare reali, perché nel loro stato originario sono fatti di antimateria e non possono esistere nella nostra dimensione. Così lo fanno a pezzi sul palco mentre canta Rock’n’Roll Suicide. Non appena Ziggy muore sul palco, gli “Infiniti” si appropriano dei suoi elementi e si rendono visibili. È una visione fantastica e fantascientifica del mondo moderno; quel che mi ha fatto letteralmente andare fuori di testa leggendo Nova Express, è che è stato scritto nel 1961. Bill, forse siamo i Rodgers e Hammerstein degli anni Settanta.
WSB: Sì, penso sia possibile. I parallelismi sono evidenti e mi sembra una cosa brillante.
DB: Devo avere in mente la visualizzazione completa di uno spettacolo. Una visione integrale, per quel che mi riguarda. Non mi basta scrivere solo canzoni, voglio realizzare un progetto tridimensionale. Lo scrivere canzoni, come forma d’arte, è attualmente superato. Accontentarsi di scrivere un pezzo ormai non è abbastanza.
WSB: Si tratta della performance nella sua totalità, non è come quando uno si siede al piano e si limita a suonare un brano.
DB: Una canzone deve assumere una personalità, una struttura anche fisica e influenzare il pubblico fino a far sì che la gente se ne serva per i propri scopi. Deve fare effetto su di loro non come una semplice canzone, ma come uno stile di vita. Le stelle del rock hanno assorbito tutti i tipi di filosofie, stili, avvenimenti storici, opere letterarie, e restituiscono tutto quello che hanno accumulato da queste esperienze.

WSB: La rivoluzione inizierà tagliando fuori gli altri dalla propria esistenza.
DB: Proprio vero. Attualmente c’è gente che concretizza idee nuove a un livello mai visto prima. Gente che si dedica alla musica di gruppi come Alice Cooper, New York Dolls e Iggy Pop, che rifiuta irrevocabilmente e senza eccezioni tutti quelli ispirati dagli Stones e dai Beatles. Il divario generazionale si è abbassato da venti a dieci anni.
WSB: La velocità del cambiamento è in aumento. Sono i media i principali responsabili. Tutto ciò produce effetti imprevedibili.
DB: Una volta, ad esempio quando avevo tredici o quattordici anni, rispetto alla mia età di allora pensavo sostanzialmente che uno fosse vecchio dopo i quarant’anni. Adesso invece il contrasto generazionale è tra diciottenni e ventiseienni; ci sono differenze incredibili, ed è un problema piuttosto serio. Non dovremmo preoccuparci di far vivere insieme la gente, ma domandarci quanto tempo ci resta. Sarebbe incredibilmente noioso se tutti fossero in sintonia con gli altri. Sono molto più interessato al problema della sopravvivenza del pianeta.

WSB: Al momento, la situazione è diametralmente opposta; le persone si stanno allontanando sempre più l’una dall’altra.
DB: Il pensiero di far comunicare tutte le menti mi puzza di flower-power. Trovo indecente per principio l’idea di far vivere la gente in armonia. Non è umano. Non è una cosa naturale come qualcuno vuol farci credere.

CRAIG COPETAS: Cosa mi dite dell’amore?
WSB: Puah.
DB: Non mi sento a mio agio con la parola “amore”.
WSB: Nemmeno io.
DB: Avevo sempre sentito dire che essere innamorati fosse una gran cosa, ma quando mi è capitato non lo è stato per niente. Dedicavo tutto il mio tempo e le mie energie a un’altra persona, e gli altri facevano lo stesso con me, e poi ci consumavamo a vicenda. E questo era quello che chiamavano “amore”… decidere di trasferire tutti i propri valori su un’altra persona. È come se ognuno volesse sottomettersi all’altro e metterlo su un piedistallo.
WSB: Non credo che “amore” sia una parola efficace. È un’asserzione che si basa sull’esistenza separata di qualcosa chiamata sesso e di qualcos’altro chiamato amore e sul fatto che siano distinti; come quelle arcaiche manifestazioni del vecchio Sud, quando la donna era messa su un piedistallo e l’uomo adorava sua moglie, per poi uscire e scoparsi una puttana. È fondamentalmente un concetto della cultura occidentale, che poi è passato in questa faccenda, tipica del flower-power, di amarsi tutti quanti. Non è qualcosa che si possa praticare, gli interessi personali sono troppo diversi.
DB: Sicuramente è una parola sbagliata. Dipende da come interpreti la parola “amore”. L’amore che si può notare tra le persone che dicono «ci amiamo» è piacevole da vedere… ma il desiderio di non essere soli, il desiderio di avere accanto una persona alla quale potersi legare per qualche anno, non è quasi mai l’amore che continua a esistere per tutta la vita. Ci dev’essere un’altra parola; non sono sicuro che si possa esprimere con una parola. L’amore è qualsiasi tipo di relazione che si possa concepire… sono sicuro che la parola voglia significare una relazione, qualsiasi tipo di relazione a cui tu possa pensare.

CC: Cosa pensate del concetto di sessualità e della direzione verso la quale sta andando?
DB: Dove stia andando la sessualità è una domanda straordinaria, dato che penso non stia andando da nessuna parte. È parte di me, e questo è tutto. Non è come lanciare una campagna pubblicitaria per l’anno prossimo. C’è, e basta. Tutto quello che puoi pensare sulla sessualità è già presente. Forse ci sono differenti tipi di sessualità, forse saranno portati sempre più alla luce. Ad esempio, una volta era impossibile essere un omosessuale agli occhi dell’opinione pubblica. Ora è accettabile. La sessualità non cambierà mai, perché tutti quanti scopano ognuno a modo proprio dall’inizio dei tempi, e continueranno a farlo. Potrebbero semplicemente emergere altri modi. Si potrebbe perfino ritornare a uno stile di vita puritano.
WSB: Ci sono molti indizi che possa finire così in futuro, sarebbe una conseguenza molto negativa.
DB: Oh sì, pensa al mondo del rock. Povero, vecchio Clive Davis. Lo hanno scoperto mentre scappava coi soldi, c’erano anche faccende di droga legate a quella storia. E dopo quello scandalo le compagnie discografiche hanno dato il via a una campagna di moralizzazione, stanno per buttare a mare diversi dei loro artisti. Un sacco di gente non mi considera da un punto di vista sessuale. E quelli che mi comprendono meglio sono davvero molto vicini a quanto riesco a capire di me stesso. Non molto, comunque, visto che mi sto ancora cercando. Non so, la gente che riesce ad avvicinarsi in qualche modo all’idea che io stesso ho di quello che sto facendo, mi considera più come vagamente erotico. Ma la gente che non sa molto di me mi considera più dal punto di vista della sessualità esplicita. Però, ripensandoci, forse ha a che fare con il disinteresse per il sesso a partire da una certa età, dato che la gente che si interessa maggiormente a me di solito è più vecchia. E quelli che hanno di me un’immagine più marcatamente sessuale sono generalmente i più giovani. I giovani affrontano i miei testi a un livello differente; si tratta di una forma di comprensione molto più immediata, ed è il metodo che preferisco, perché è questo il metodo che uso io per cominciare a esaminare un testo, specialmente uno di William. Non posso certamente dire che lo analizzi con attenzione e capisca esattamente quello che vuoi dire, ma a livello emotivo posso percepire cosa intendevi. È lì, un’intera casa delle meraviglie di forme strane, e colori, gusti, emozioni. Devo confessare che finora non potevo definirmi un fanatico lettore dell’opera di William. A essere sincero, non ho letto molto oltre a Kerouac. Ma da quando ho cominciato a scorrere il tuo lavoro, non riuscivo a crederci. Specialmente dopo aver letto Nova Express. Mi sono sentito in sintonia con il libro. Il mio ego, naturalmente, mi ha fatto saltare subito agli occhi il capitolo “Pay color” poi ho cominciato a pescare frasi a caso dalle altre parti del romanzo.

WSB: I tuoi testi si basano molto sulla percettività.
DB: Sono un po’ borghesi, ma va bene così, in fondo anch’io sono borghese.
WSB: Trovo piuttosto sorprendente che testi così complicati riescano a raggiungere un pubblico di massa. Il contenuto di molte canzoni pop è praticamente inconsistente, sul tipo “Power to the people”.
DB: Sono abbastanza convinto che il pubblico che ascolta la mia roba presti attenzione ai testi.

WSB: Ecco qualcosa che mi interessa sentire… secondo te li capiscono?
DB: Be’, tutto gli arriva più come un faccenda mediatica, è solo in seguito che si siedono e si preoccupano di dargli un’occhiata. A qualsiasi livello li leggano, sono sicuro che li capiscono, perché poi mi mandano le loro interpretazioni di quello di cui parlo, ed è una gran cosa per me, dato che qualche volta non lo so nemmeno io. Diverse volte ho scritto delle cose e le ho fatte uscire, e mi sono tornate indietro nelle lettere di qualche ragazzo, con le interpretazioni; ho dato molta importanza alle loro analisi, al punto fino a sposare il loro punto di vista. Scrivo quello che il mio pubblico mi dice di scrivere. Lou Reed è il più importante scrittore del rock contemporaneo. Non tanto per le sue canzoni, ma per la direzione in cui le spinge. Metà dei nuovi gruppi non esisterebbe se non fosse per lui. Il movimento che Lou ha fatto nascere è incredibile. New York è Lou Reed. Quello che Lou scrive proviene dal cuore della strada, mentre gli inglesi tendono a intellettualizzare maggiormente.

WSB: Prendi ispirazione dalla letteratura quando scrivi?
DB: No, non credo proprio.
WSB: Sai, ho letto quel tuo Eight Line Poem, e mi ricorda molto Eliot.
DB: Non l’ho mai letto.
WSB [ride]: Ricorda moltissimo La terra desolata. Prendi qualche idea dai tuoi sogni?
DB: Spesso.
WSB: Io prendo il settanta per cento delle mie, dai sogni.
DB: C’è un trucco, se tieni i gomiti in alto quando vai a letto, non superi mai la fase dei sogni. L’ho usato abbastanza spesso e riesco a sognare molto più a lungo rispetto a quando mi rilasso normalmente.
WSB: Io sogno moltissimo e dato che ho il sonno leggero, poi mi sveglio e butto giù in fretta qualche parola, e questi appunti in seguito mi fanno ritornare in mente tutto quanto.
DB: Io tengo un registratore vicino al letto, così se mi viene qualche idea la registro subito. Per quel che riguarda la mia ispirazione, devo dire la verità, non ho cambiato molto le mie opinioni da quando avevo più o meno dodici anni; ho la mentalità di un dodicenne. Quando studiavo, mio fratello era molto preso da Kerouac e mi ha fatto leggere Sulla strada quando avevo dodici anni. È un libro che continua a influenzarmi.

CC: Le immagini che trapelano dalle tue canzoni sono estremamente vivide, hanno una natura quasi fumettistica.
DB: Sì, e vero, mi riesce più facile scrivere questo tipo di descrizioni appena accennate; se provassi a scrivere materiale più concettuale, mi sentirei fuori dal mio campo. Non riesco a strutturare quello che voglio esprimere. Inoltre, se sei molto complesso, non rimane molto tempo per leggere o ascoltare; non ha molto senso essere troppo elaborati… ci sono troppe cose da leggere e interpretare. Se la gente leggesse per tre ore quello che hai scritto, ci metterebbe sette ore per analizzarlo e altre sette per le proprie riflessioni personali… mentre se dai loro trenta secondi del tuo materiale, di solito ci mettono comunque sette ore per rifletterci sopra. Scelgono delle immagini del tuo lavoro alle quali si possano agganciare. E ci pontificano sopra. C’è un senso di immediatezza nelle immagini; devono colpire sul momento. È uno dei motivi per cui sono interessato al video, l’immagine dev’essere immediata. Adoro il video e tutto quel che riguarda il montaggio. E tu, che progetti stai seguendo in questo periodo?
WSB: Attualmente sto cercando di mettere in piedi un istituto di studi avanzati da qualche parte in Scozia. L’obiettivo dovrebbe essere quello di ampliare la consapevolezza e alterare la coscienza fino al limite delle possibilità, della flessibilità e delle capacità, in un momento in cui le discipline tradizionali hanno fallito nel compito di trovare soluzioni efficaci. Vedi, l’avvento dell’era spaziale e la possibilità di esplorare le galassie e contattare forme di vita aliene che pongono il problema dell’urgente necessità di soluzioni radicalmente innovative. Dovremmo considerare soltanto metodi non chimici, ponendo l’accento su combinazione, sintesi, interazione e rotazione di metodi attualmente in uso in Oriente e in Occidente, assieme ad altri metodi, al momento non usati, per ampliare la consapevolezza e incrementare il potenziale dell’essere umano. Sappiamo esattamente cos’abbiamo intenzione di fare e come muoverci per realizzarlo. Come ho già detto, non sono previsti esperimenti con le droghe e non sarà permesso nel centro l’uso di droghe, con l’eccezione di alcol, tabacco, e medicine per uso personale ottenibili solo con prescrizione medica. Fondamentalmente, gli esperimenti che proponiamo sono economici e facili da portare avanti. Cose come meditazioni ed esercizi affini allo yoga, esperimenti su comunicazione, suoni, luci e pellicole, esperimenti con camere di isolamento sensoriale, piramidi, generatori psicotronici e accumulatori di orgoni secondo le teorie di Reich, esperimenti con gli infrasuoni, esperimenti sul sonno e sui sogni.

DB: Sembra affascinante. Sei fortemente interessato alle energie, ai campi di forza?
WSB: All’espansione della consapevolezza, che possa portare alla fine a una mutazione. Per caso hai letto Viaggi fuori dal corpo? Non si tratta del solito libro sulle proiezioni astrali. Questo tipo, un uomo d’affari americano, ha scoperto di avere tutte queste esperienze di uscita dal corpo e non ha mai usato allucinogeni. Al momento sta organizzando la sua forza aerea astrale. Questa faccenda dei poteri psichici in America è veramente una cosa delirante, in questo periodo. Hai avuto molte occasioni di sperimentarli quando ci sei andato?
DB: No, l’ho evitato di proposito. Quando ero molto giovane studiavo il buddhismo tibetano, ancora a causa dell’influenza di Kerouac. L’Istituto per il buddhismo tibetano era aperto al pubblico, e io c’ero andato di corsa per dare un’occhiata. Pensa un po’, c’era un tizio nel seminterrato che era il responsabile della costruzione di una sede per i profughi tibetani in Scozia. Questo fatto mi ha coinvolto dal punto di vista dell’impegno sociale, perché volevo che i profughi se ne andassero dall’India, dove se la passavano veramente di merda; morivano come le mosche, a causa del cambiamento di atmosfera rispetto all’Himalaya. La Scozia sembrava un posto molto buono per ospitarli; poi mi sono lasciato attirare sempre di più dal loro sistema di pensiero, o piuttosto di non-pensiero, e per un po’ di tempo ne sono stato profondamente influenzato. Sono arrivato al punto di voler diventare un novizio in monastero, ma, circa due settimane prima di intraprendere quel passo, la feci finita e andai in giro a ubriacarmi, e non ho mai cambiato idea.

WSB: Proprio come Kerouac.
DB: Vai spesso negli Stati Uniti?
WSB: Non ci vado dal ’71.
DB: Il Paese è cambiato molto da allora, te lo dico io.
WSB: Quando ci sei stato l’ultima volta?
DB: Circa un anno fa.
WSB: Hai visto qualche film porno a New York?
DB: Ne ho visti diversi, sì.
WSB: L’ultima volta che ci sono andato, ne ho visti una trentina. Volevano farmi fare il giurato in un festival del cinema erotico.
DB: I migliori erano quelli tedeschi, veramente incredibili.

WSB: Io pensavo che i migliori fossero ancora quelli americani… amo moltissimo il cinema. Mi è sembrato di capire che potresti interpretare Valentine Michael Smith nella versione cinematografica di Straniero in terra straniera.
DB: No. Il libro non mi è piaciuto molto. A essere sinceri, penso sia pessimo. Mi avevano consigliato di trarne un film, quindi sono andato a cercarlo per leggerlo. Mi è sembrato un po’ troppo in stile flower-power, e questo mi ha reso un po’ diffidente.
WSB: Neanch’io sono soddisfatto del libro. Sai, la fantascienza non ha avuto tutto questo successo. Si pensava che dovesse iniziare una nuova tendenza, ma non si è mosso niente. C’è stato qualcosa di notevole, gli effetti speciali di qualche film, come 2001, ma è finita lì.
DB: Ora sto progettando un adattamento di 1984 di Orwell per la televisione; è una proposta politica e un’impressione di come si possa vivere in un Paese diverso. Cose di questo genere avranno in futuro un impatto sempre maggiore alla televisione. Il fatto di andare al cinema è ormai una cosa d’altri tempi. Preferisco stare seduto a casa.

WSB: Intendevi il concetto stesso di visione in pubblico?
DB: Sì, è superato. Non c’è alcun senso di immediatezza.
WSB: Esatto, si riferisce all’immagine e al contesto nel quale viene presentata.
DB: Giusto. Vorrei mettere in piedi una stazione televisiva.

WSB: Ormai ci sono pochissimi programmi che valga la pena di guardare. La televisione inglese è un po’ migliore di quella americana. Le cose migliori della TV inglese sono i documentari sulla natura. Ce n’era uno, la scorsa settimana, sui leoni marini che sbranano i pinguini, una cosa incredibile. Non ha senso trasmettere programmi noiosi. La gente si stanca subito di cose come piani di accoglienza e scioperi nelle miniere di carbone.
DB. La loro capacità rimanere interessati non dura più di tre secondi, il tempo sufficiente al commentatore per pronunciare la frase successiva. Ed è su questa premessa che funziona il tutto. Ho intenzione di riunire tutti i gruppi, inglesi e americani, che mi sembrano di una certa qualità, per uno speciale televisivo di un’ora. Sono quasi sicuro che la maggior parte della gente non li abbia mai sentiti nominare. Si esprimono e suonano in maniera molto diversa dai gruppi più conosciuti. Pensa, per esempio, alla musica portoricana che si suona al Cheetah Club di New York. Vorrei far conoscere al pubblico musicisti come Joe Cuba. Joe ha prodotto musica per un pubblico di massa, a Portorico. La sua musica è fantastica, e di notevole valore. Vorrei anche far passare in TV i film di Andy Warhol.

WSB: hai mai conosciuto Warhol?
DB: Sì, circa due anni fa mi hanno invitato alla Factory. Abbiamo preso l’ascensore e quando si è aperto ci siamo trovati davanti un muro di mattoni. Abbiamo cominciato a battere sul muro e dall’altra parte non credevano che fossimo noi. Così abbiamo fatto su e giù con l’ascensore finché non ci hanno aperto una porta nel muro e hanno cominciato a osservarci con fare sospettoso. Era poco dopo quella storia della pistola. Poi ho incontrato il nostro, ed era praticamente un morto che cammina. Colorito giallastro, una parrucca dal colore innaturale, occhialini. Ho steso la mano, ma lui ha ritirato la sua, ho pensato: «Questo tipo non ama il contatto fisico, è chiaro. È una specie di rettile». Ha tirato fuori una macchina fotografica e mi ha scattato una foto. Ho provato a fare un po’ di conversazione, ma non riuscivo a stabilire un contatto. A quel punto, lui ha notato le mie scarpe. Portavo un paio di scarpe colorate in oro e argento; mi ha detto che gli piacevano da morire e mi ha chiesto dove le avessi prese. Poi si è lanciato in una filippica sullo stile delle scarpe e abbiamo rotto il ghiaccio. Sono state le mie scarpe gialle a consentirmi di rompere il ghiaccio con Warhol. Mi piace moltissimo tutto quello che ha fatto, penso che sia estremamente importante, sta diventando la moda del momento dimostrare di saperlo apprezzare. Ma Warhol vuole essere un cliché, vuole che le sue creazioni si trovino da Woolworths, e che si parli di lui in termini molto mondani. Mi hanno detto che ha intenzione di realizzare film a livello professionale, e mi dispiace molto, perché erano i film che faceva una volta a essere interessanti. Me ne sono andato senza riuscire a capire niente di lui come persona.
WSB: Non credo che ci sia qualcosa di umano in lui. È una specie di essere alieno, completamente privo di emozioni. Sembra proprio un personaggio di fantascienza, con quello strano colorito verdognolo.
DB: È quello che mi ha colpito, quel colorito fasullo; non è il colorito di un essere umano. Impressiona ancora di più sotto la luce fredda dei neon della Factory. Sembra che sia un’esperienza rara imbattersi in lui alla luce del sole.

WSB: Io l’ho visto in pieno giorno e ancora non riesco a capire quello che sta facendo, anche se mi rendo conto che ha uno scopo preciso. Non trasmette qualcosa di energetico, piuttosto di infido. Completamente asessuato. I suoi film saranno gli spettacoli notturni del futuro.
DB: Concordo. Ti ricordi Pork? Lo voglio far passare alla TV. La TV ha assorbito tutto il resto, rimangono solo i film di Warhol, ed è una situazione incredibile. Perché potrebbe diventare il nuovo Lucy e io, la grande serie leggera americana per famiglie. Parla di come la gente viva veramente, non come Lucy, che non lava mai i piatti. Parla della gente che vive e si arrabatta per sopravvivere. Ecco di cosa parla Pork. È come fare a pezzi un’immagine idea- lizzata. Però io preferirei produrre la mia versione personale di Sindbad il marinaio 60, che per me rimane un classico di tutti i tempi. Ma la produzione dovrebbe essere di altissimo livello. Sarebbe mirata ad appagare i miei desideri e costerebbe tantissimo. Si dovrebbero usare i laser e tutto quello che serve a concretizzare una fantasia. Si potrebbero perfino usare gli ologrammi61. Gli ologrammi sono molto importanti. Il video-registratore è la novità attuale, poi arriveranno gli ologrammi. Tra sette anni saranno di uso comune. Nel frattempo dovremmo creare un archivio di videocassette il più ricco possibile. Non è possibile registrare molto materiale di qualità dalla TV. Vorrei scegliere i programmi a mio piacimento; dovrebbe esistere una tecnologia che lo consenta.

WSB: Io registro su audio-cassette tutto quello che posso.
DB: Il sistema mediatico potrebbe essere la nostra salvezza o la nostra fine. Io preferisco pensare che sia la salvezza. Quello che mi interessa di più sono l’uso che si può fare dei media e le tecniche per usarli. Non è possibile riunire le persone come se fossimo una sola grande famiglia, la gente non lo vuole. Vogliono l’isolamento, o in alternativa il tribalismo. Un gruppo di diciotto ragazzi in un isolato preferisce far comunella e odiare i diciotto ragazzi dell’isolato più vicino. Non è possibile riunire la gente di due o tre isolati e far sì che tutti si vogliano bene. Sono troppi, tutto qui.
WSB: Troppa gente. Il mondo attuale è sovrappopolato, ma anche se ci fossero meno persone resterebbero troppo eterogenee. Non siamo uguali, ecco tutto. Tutti questi discorsi su come l’umanità sia una grande famiglia sono solo fandonie. Funziona con i cinesi, perché la pensano tutti allo stesso modo.
DB: Attualmente, un cinese su quattro ha una bicicletta, ed è già un risultato notevole, considerando quante cose gli mancassero in passato. Per quel che li riguarda è già un miracolo. È come se qui da noi avessimo tutti un aereo personale.
WSB: Possono vivere assieme senza problemi perché hanno tutti la stessa mentalità. Qui in Occidente non siamo così, è evidente.
DB: Ecco perché non hanno bisogno del rock. Musicisti rock inglesi molto famosi si sono esibiti in Cina, hanno suonato in un grande terreno sporco e li hanno trattati come uno spettacolo di second’ordine. Vecchie, bambini, qualche adolescente e chi più ne ha più ne metta, gli passavano davanti e gli davano un’occhiata mentre stavano sul palco. Non gli dicevano un bel niente. Certe nazioni non hanno bisogno del rock perché hanno una struttura sociale di tipo familiare. In Cina c’è questa figura paterna o materna, non ho capito bene, un po’ l’una un po’ l’altra. Qui da noi, in occidente, Jagger è molto probabilmente una figura materna, ed è un po’ la chioccia di tutta la situazione. Non è un galletto canterino, sembra piuttosto il gestore di un bordello, o una tenutaria.
WSB: Assolutamente.
DB: È incredibilmente sexy e molto maschio. Lo trovo anche molto materno, sembra proprio una madre mentre si tiene stretto in seno il suo nucleo di blues tradizionale. Un ragazzo bianco di Dagenham, che si sbatte cercando di suonare musica nera tradizionale. Sai, cercare di provocare un po’ l’ambiente del rock significa anche avvicinarsi a come sono veramente i ragazzi, perché ho scoperto, se vogliamo parlare di rock, che molto dipende dalla capacità di fare scalpore, e i ragazzi sono molto più eccentrici dei musicisti famosi. Il mondo del rock è un pallido riflesso di come vivono normalmente i ragazzi. L’ammirazione viene dal campo opposto. Tutto si è rovesciato, specialmente negli ultimi anni. Basta farsi un giro sulla St. Christopher Street per chiedersi cosa stia andando storto. La gente non somiglia a James Taylor, esteriormente forse possono sembrare inquadrati, ma i loro pensieri sono completamente diversi.

WSB: Politiche sonore.
DB: È più o meno quel che sta succedendo. Qualcosa che sta prendendo grossomodo la forma di una politica sonora. Il fatto stesso che attualmente si possa suddividere il rock in diverse categorie è qualcosa che non sarebbe stato possibile dieci anni fa. Ora potrei farti sentire una dietro l’altra almeno dieci sonorità che rappresentino diversi tipi di personalità, piuttosto diversi generi musicali. Ai critici piace fare i critici, e quasi tutti avrebbero voluto essere delle stelle del rock. Ma quando si mettono a classificare parlano di persone, non di musica. È una questione totalmente politica.
WSB: Come per gli infrasuoni, i suoni sotto la soglia uditiva, sotto i 16 MHz. Alla massima intensità possono radere al suolo tutti gli edifici in un raggio di trenta miglia. È possibile andare all’Ufficio Brevetti in Francia e brevettarli per quaranta pence. L’apparecchiatura necessaria può essere costruita in modo economico, usando materiali di recupero.
DB: Stessa cosa per il rumore nero. Mi chiedo se esista un suono che sia in grado di ricomporre le cose. C’è un gruppo che sta sperimentando questo genere di suoni; hanno programmato come riuscire a far tremare tutti gli spettatori.
WSB: Hanno creato di recente un sistema anti-sommossa basato su queste frequenze. Ma si potrebbe fare musica con gli infrasuoni, non dovresti per forza uccidere il pubblico.
DB: Basterebbe mutilarli.

WSB: Sapevi che l’arma dei Ragazzi Selvaggi è un coltello da caccia, un coltello da diciotto pollici?
DB: Un coltello da caccia da diciotto pollici… non fai mai le cose a metà, vero? No, non sapevo fosse la loro arma. Il nome Bowie mi attirava quando ero giovane, tutto qui. Avevo una filosofia di vita molto seria a sedici anni, cercavo una verità limpida, per farmi strada attraverso le bugie e cose simili.
WSB: Be’, taglia da entrambi i lati, sai, la punta della lama è a doppio taglio.
DB: Non mi ero reso conto che fosse a doppio taglio fino a oggi.