Azzardo

Francesco Toldo un campione #Noslot

14 Settembre Set 2016 0900 14 settembre 2016
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L’ex portiere dell’Inter e della Nazionale italiana a tutto tondo, sui giovani, sulla capacità di sacrificio e sul gioco d’azzardo: «Si è permesso di scommettere su tutto. Bisogna regolamentare e porre un freno»

Francesco Toldo

«Vorrei esservi di aiuto… Cos’è che possiamo fare? Cos’ è che posso dirti? Che modello posso proporti? Fammi capire…». Sono parole di uno sportivo mosso fin da piccolo da una forte passione che l’ha portato ai più grandi traguardi, parole di un papà che ogni giorno si interroga su come preparare i suoi figli a diventare adulti ma «passo dopo passo, poco per volta, altrimenti

non serve», parole di un uomo che non si accontenta, che vuole capire, che cerca confronti, che ha ancora desiderio di mettere in gioco la propria faccia per cambiare le cose. Incontriamo Francesco Toldo nella sede dell’Inter, lo società che l’ha accolto anni fa e che oggi resta la famiglia di cui continua a prendersi cura inventandosi nuove strade e professionalità.


Francesco Toldo è stato un grande portiere. Oggi, dopo aver appeso le scarpette al chiodo chi è diventato?
Comincerei col dire che non ho mai perso la passione, ma quando il peso della responsabilità è diventato troppo alto perché offuscava la mia libertà di gioco mi sono ritirato, anche se forse era presto per la mia età. Nel 2010 vinta la Coppa dei Campioni decisi di smettere, come mi ero ripromesso di fare se avessimo vinto. Avevo un altro anno di contratto, ma avevo deciso. Il presidente dell’Inter mi chiese cosa avevo voglia di fare all’interno della società. Non volevo fare l’allenatore, ero stanco di ritiri e trasferte, chiesi di occuparmi della parte sociale. L’esperienza dell’Inter Campus è durata due anni. Attraverso il gioco educhiamo i bambini disagiati in tutto il mondo cercando di distrarli dai problemi che hanno (abbandono, problemi politici, microdelinquenza). Sono 30 progetti in paesi diversi, 10000 bambini. Si lavora con le loro Fondazioni locali. Ci sono allenatori che viaggiano per il mondo, tramite loro il calcio diventa uno strumento per educare, per far scoprire nuove passioni. Sono stato felicissimo di questa esperienza, ho visitato tanti posti dove il calcio rimane uno sport. Tre anni fa ho creato il progetto Inter ForEver (http://www.inter.it/it/interforever ) legato agli ex giocatori, che aiuta a mantenerli agganciati all’Inter facendoli sentire valorizzati e considerati anche alla fine della loro carriera. Sono molto orgoglioso di questo. Vengono coinvolti tutti quelli che hanno giocato nell’Inter, non solo le leggende. Li portiamo allo stadio, li coinvolgiamo con i club locali, mandiamo loro gli auguri di compleanno… Abbiamo fatto anche delle partite di calcio in Europa e in Cina dando l’incasso in beneficenza. Tanti si chiedono cosa fanno gli ex giocatori, ma poi se ne disinteressano. Ricordo la partita di addio di Recoba, commuovente, tutto lo stadio urlava il suo nome per ore. Gli ex giocatori devono riciclarsi a 35 anni, se sbagli il primo investimento sei fuori. Non tutti hanno questa capacità, ti abitui ad uno stile di vita che devi cambiare, è un problema.

Il suo essere portiere dell’Inter e della Nazionale è frutto di una storia, di un lavoro…
Certo, non è che un giorno mi sono svegliato e ho fatto il portiere, ho fatto i miei sacrifici. La differenza tra chi si improvvisa e chi cresce gradualmente la vedi quando ci sono le difficoltà. Quando iniziai a giocare mi misi in porta un bel giorno che nevicava e da lì mi divertii a buttarmi per terra, poi iniziai a fare sacrifici, perché l’allenamento del portiere è veramente molto faticoso fatto di preparazione fisica e mentale soprattutto. Quando avevo 14anni avevo un ginocchio enorme perché la tecnica del tuffo non la conoscevo, in parrocchia ti tuffavi e ti facevi male, ma tenevi duro perché veniva l’osservatore a vederti e volevi a tuti i costi che ti notasse. Nelle società più ambite ti curano di più, ma è nel dolore che devi tenere duro. Sono la fatica fisica e mentale soprattutto quelle da superare. Far coincidere allenamenti e studio non è facile. Vedo adesso i miei figli, uno a basket e uno a calcio, tre allenamenti alla settimana più la partita e lo studio. A 14, 15 anni devi iniziare a metterti sotto pressione.

Quando hai capito che il calcio sarebbe stato il tuo lavoro, come hai superato le difficoltà?
La cosa bella è che non ho mai voluto fare il giocatore professionista, mi divertivo, il guadagno non mi interessava. Un giovane bravo dal settore giovanile viene mandato a fare esperienza nelle serie minori, e lì comincia la gavetta. Quando ero nella primavera del Verona ho avuto nostalgia di casa, ho completato gli studi e mio papà diceva ‘vieni a lavorare in tabaccheria con me’. Io andavo ad aiutarlo al mattino, ma poi al pomeriggio andavo ad allenarmi. Guadagnavo già tanti soldi ma non mi interessava, non li volevo per me, li davo a mio papà perché era un aiuto alla famiglia. Vedevo che i miei faticavano a fare la spesa, si son comprati la Duna e vedevo mio papà andarla a pagare con le 10mila lire. Era la macchina di tutta la famiglia. Ero un ragazzo giovane senza problemi e senza paura, che si buttava in mezzo alla mischia. Quando sono passato al Ravenna gli stipendi son schizzati, ma lo stesso non mi interessava, non me ne rendevo conto. Mi son preso la macchina nuova per andare agli allenamenti e non portare via l’altra ai miei. Arrivato alla Fiorentina i contratti aumentavano ancora, io dicevo sempre “va bene, ok” memore della situazione dei miei. Non ho mai saputo quanto veramente guadagnasse mio padre, un tempo era il piccolo segreto dei papà. Per me son bellissime storie queste, perché i soldi non mi hanno mai dato alla testa. Ho aiutato veramente tanta gente e non mi interessava riaverli indietro, spesso non è capitato, ma mi andava di aiutarli.

Quali differenze vedi nei ragazzi di oggi che si avvicinano al mondo del calcio?
Adesso i ragazzi pensano solo ai soldi, vogliono guadagnare subito e poi cadono alla prima difficoltà. Tornerei volentieri ad allenare le giovanili per riuscire a trasmettere questo, perché i sacrifici se li trovano dopo, ma son dei birilli e alla prima difficoltà vanno per terra. La spavalderia si vede nei giovani, si vede quando giocano con libertà mentale o quando lo fanno per far carriera. La ricchezza economica può renderti facile l’acquisto di beni, ma la felicità e la propensione al sacrificio non sono acquistabili. I giovani non capiscono l’importanza di queste cose. Adesso è un attimo sparire perché la concorrenza è più feroce, il mercato è più ampio e la differenza la fa la fame, io corro più forte perché ho più motivazione! È la selezione naturale. Gli agi tolgono le motivazioni. Pochi dicono “io ai miei non chiedo niente”. A 14 anni andavo a fare il cameriere d’estate e mettevo via i soldi per comprarmi con i miei soldi una camicia, per me era una soddisfazione! Oggi sono anche cambiati i lavori, prima dovevi sporcarti le mani, oggi son tutti fenomeni del marketing. Ma cos’è che vendi? Nella mia vita quotidiana fatico anche fisicamente, per me è un toccasana, taglio l’erba, vado in discarica, faccio il cartongesso… ma mi diverto! È la mia quotidianità. Oggi vedo i ragazzi che sono stanchi per niente. L’ozio poi porta a questi giochi d’azzardo, manca la sana fatica.

Cosa pensi di questa piaga dell’azzardo che sta invadendo i nostri territori?
Quando vedo le vetrine con scritto Slot a me dà fastidio, io cambio strada Faccio fatica a capire queste malattie moderne che sono malattie date dall’avere tutto, dalla noia dell’avere tutto. I vecchi insegnavano che devi “farti il culo” per lavorare e che quello che hai guadagnato non devi buttarlo via perché l’hai ottenuto con fatica. Forse troppi agi non stimolano l’uomo al sacrificio e lo sport lo insegna! L’azzardo è deleterio, è difficile anche da fermare, perché lo Stato che dovrebbe essere il primo a dire “aspetta un attimo e regolamentiamo” è il primo che dice che non gliene frega niente perché ci guadagna. Speriamo che oggi qualcosa si stia muovendo. Sai cosa penso? Che sia anche la solitudine a portare a questo. Se hai delle persone che ti vogliono bene intorno, che ti danno anche due schiaffi se serve… se in vece sei solo ti lasci andare. Il problema è che spesso sono i genitori, che con la speranza di guadagnare qualcosa in più si rovinano. Hanno più testa i piccoletti dei genitori.

Come vivi questo proliferare di scommesse nel mondo dello sport?
Da sportivo credo che le scommesse falsino il gioco, se un ragazzo deve parare un rigore deve farlo per sè, per la sua vittoria, non può avere addosso il peso anche delle vincite e perdite di altre persone. Mi è capitato quando giocavo in una serie minore che mi dicessero di non parare un rigore perché le squadre si erano già messe d’accordo. Io quel rigore l’ho parato e ho detto chiaramente di starmi lontano con queste cose. Oggi in certe zone la mafia controlla anche lo sport, quando sei giovane fai fatica a dire di no. Ai miei tempi la droga era pericolosa non le scommesse. Oggi si è data l’opportunità di scommettere su qualsiasi cosa. Ho imparato a non criticare le novità perché il mondo cambia, il mondo si è globalizzato le differenza vanno apprezzate nel rispetto (questo mi ha insegnato anche l’Inter, giocando con undici stranieri devi saper convivere con chi la pensa diversamente). Le cose però vanno regolamentate, non è “non bisogna scommettere” ma bisogna farlo in un certo modo…Capisco la scommessa della persona adulta che lo fa su due o tre partite, è l’evoluzione della vecchia schedina. L’esagerare, invece, non lo ammetto, va obbligatoriamente ridimensionato questo. Lo sport potrebbe distrarre i giovani da questo vizio delle scommesse, è una delle medicine, ma deve venire da dentro la famiglia, dentro di sé, dalla comunità. Oggi anche l’AIC (Associazione Italiana Calciatori) sta facendo progetti e iniziative per i giovani sul discorso scommesse. Il calcio è e deve essere un esempio, come Inter è stata fatta una scelta a livello di sponsor togliere tutto quello che è a livello di non ecologico e non etico, io spero vivamente vada portata avanti.

Cosa serve secondo te per prevenire, specialmente con i giovani?
La mia esperienza è molto simile a quella di tanti altri giocatori che sono cresciuti nell’oratorio, lì è dove c’è la famiglia allargata, c’è una comunità che controlla che tutti seguano determinate regole corrette. Una comunità attiva dove se c’è quello che sgarra viene subito ripreso. Ci sono attività ricreative condotte con determinati criteri e quando metti il naso fuori hai già saldi dentro di te certi valori. Non posso vedere i ragazzi che non vanno a scuola e vanno alle macchinette buttando via il tempo! Io Stato, il gestore, devono controllare. I ragazzetti non possono giocare. Serve una comunità che controlla che tutti seguano le regole. Bisognerebbe fare una class action tra le persone, la responsabilità oltre che della famiglia è di chi non regolamenta veramente questo fenomeno, se permetti ad un minorenne di giocare diventi anche tu responsabile dell’accaduto. Bisogna mettersi insieme e andarci contro! E non serve nascondersi dietro alla cura che costa tanto, bisogna investire nella prevenzione! Importante che anche le scuole insegnino certe cose, non solo nell’ora di religione. I ragazzi hanno bisogno di esempi pratici. A quindici anni fai fatica ad ascoltare, ti scivola via chi ti parla. Un antidoto potrebbe essere dall’unione tra genitori, un controllo sul territorio fatto dalla comunità, da chi vede i ragazzi giocare. Parlarsi di quello che accade intorno, il controllo sul territorio se non lo fa lo Stato che lo facciano le persone sensibili, chi vive quei contesti. Il problema è che il cellulare ti frega, lo vedo anche con mio figlio ci sono dei giochi sul cellulare che ti mangiano i soldi senza avvisarti, ma son giochi da bambini! Bisogna vigilare anche lì. Bisogna farlo fin da piccoletti, se prima ti controllavano se andavi a scuola o meno ora bisogna farlo con il cellulare. A 10 anni lo controlli, a 15 devi avere già i valori dentro. Creiamo una sensibilità di persone giuste che controllino il territorio, bisogna unirsi anche tra associazioni.

Quale insegnamento può dare lo sport per affrontare la vita con più strumenti?
I miei figli fanno sport, si stancano e a volte non hanno voglia. Ma io li sprono perchè hanno preso un impegno. Le comodità ti tolgono la motivazione, non ti fanno cercare il tuo sbocco. La tv ti invoglia tanto, è talmente piena di particolari… però ti spegne. Oggi i ritmi lavorativi ti asciugano, la sedentarietà ti porta ad avere il telefono in mano e fermarti lì. Io sono molto attento a questo. È importante controllare anche se oggi la vita lavorativa ti distrae dall’attenzione dei figli e dalle cose normali. I ritmi che si tengono oggi ti asciugano rischi di perdere di vista i veri valori. Perdi il piacere delle piccole cose, la passeggiata, fare due passi… Lo sport fisicamente ti spacca, ma poi il tuo fisico ti chiede di restare ad un certo livello e anche a livello chimico ti fa star bene e non ti fa pensare alle cose inutili. Io ho smesso di giocare a calcio, ma mi piace tenermi allenato, è il mio fisico che lo richiede e così sto meglio. Se osservi chi va a giocare d’azzardo non è prestante, si lascia andare anche fisicamente Bisogna far nascere la passione, perchè la passione vince sulla fatica. È importante aiutare i figli a trovare i loro interessi. Se lasci tuo figlio davanti alla televisione e non gli proponi alternative, non lo impegni in qualcosa, non scoprirà mai le sue passioni. Questo però va fatto con gradualità, fin da bambino. Non puoi metter lì un ragazzo a cui non interessa niente e dirgli ‘ora fai fatica’. La persona cresce insieme allo sport, cresce la passione e ti aiuta a non ricercare le altre cose. Lo sport insegna a tenere duro, ad alzare il limite della sopportazione e del dolore. Io ho difficoltà nella vita, come tutti gli altri, però lo sport mi ha insegnato a superare l’asticella, a tener duro. Questo il portiere lo impara fin da subito, il gesto tecnico di tuffarsi per poi rialzarsi in piedi è un gesto tecnico simbolico che ti serve nella vita, perché nella vita normale tutti abbiamo delle difficoltà indipendentemente dai soldi che uno guadagna o meno, ma bisogna continuare.