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La culla della Riforma. Vita e sogni del ministro Poletti

6 Ottobre Ott 2016 1116 06 ottobre 2016
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La copertina del numero di VITA Bookazine di ottobre è dedicata all'intervista-fumetto al ministro del Lavoro. Rivivendo la storia di Giuliano Poletti, con i disegni di Martoz e i testi di Riccardo Bonacina, si scopre anche l'anima della Riforma del Terzo Settore

La Riforma del Terzo settore, dell’impresa sociale e del Servizio civile universale è stata indubbiamente uno degli obiettivi dell’azione di questo Governo. Annunciata poco dopo il suo insediamento, dopo un percorso legislativo lungo due anni la Legge delega di Riforma ha oggi un nome, Legge n.106, 6 giugno 2016.

Giuliano Poletti

Dipenderà ora dai decreti attuativi realizzare le sue promesse, valorizzare la partecipazione attiva dei cittadini alla vita delle comunità, riconnettere economia e società, lavoro e socialità. A seguire il percorso legislativo fatto di ascolto e di mediazioni due uomini di Governo che arrivano dal mondo associazionistico e dell’economia civile e che ora stanno al Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali: il sottosegretario Luigi Bobba in prima linea e il ministro Giuliano Poletti, che abbiamo intervistato, nelle retrovie a parare i colpi quando ce n’era bisogno.

Probabilmente questa Riforma ha i suoi prodromi nelle loro biografie.


Ministro le sue prime parole mentre il 21 febbraio 2014 saliva sul colle del Quirinale sono state: “Io so bene cos’è il lavoro, sono nei campi da quando ho sei anni…” e poco dopo commentando il fatto che Renzi leggendo la lista dei ministri arrivato al suo ministero disse “Ministero del lavoro e delle politiche sociali…e aggiungerei del Terzo settore che per me è il primo”, aggiunse “Sappiamo che l’aver smarrito il senso dell’appartenenza a una comunità, l’aver smarrito il senso dell’essere in relazione con gli altri è uno dei primi e più giganteschi problemi sociali”. Queste due dimensioni, il lavoro e la socialità come costitutivi dell’essere uomo quanto devono alla sua biografia?
Sono essenzialmente i due pilastri del mio modo di essere e di pensare. Sono nato in una famiglia di contadini. Vivevamo tutti insieme, in 16, nella stessa casa e facendo lo stesso lavoro. Coltivavamo insieme in una grande azienda agricola. È facile capire che il lavoro da un lato, e il senso della comunità, dello stare insieme e del condividere, dall’altro, li ho imparati dalla nascita e sono nel mio DNA. Con un incrocio molto significativo perché in quel tipo di famiglia e in quel tipo di lavoro è chiaro che ogni componente della famiglia poteva e doveva dare il proprio contributo alla comunità. Io a 6 anni, essendo mio pare il capofamiglia, come figlio avevo il compito di stare con lui. E siccome lui era il bovaro e allevava le vacche avevo il compito di pompare l’acqua per abbeverare gli animali. C’era l’impegno di tutti. Ricordo sempre con grande emozione che mio nonno, che non andava più in campagna perché era molto anziano, aveva le sue mansioni. Il suo compito, il suo lavoro, era quello di tenere vivo il fuoco durante l’inverno. Così i suoi figli, che erano fuori al gelo a lavorare, ogni tanto potevano rientravano in casa qualche minuto per scaldarsi. Non era faticoso ma era una mansione che richiedeva la sua grande pazienza. È lì che ho imparato questo incrocio tra lavoro e comunità, impegno comune e condivisione. Quando queste cose entrano nel tuo modo di pensare diventano pilastri che poi ti aiutano molto nel corso della vita.

Nella sua biografia anche la passione per un gioco di squadra come la pallamano. È stato anche vicepresidente della Federazione Italiana Pallamano. Come mai? È il gioco di squadra a c’entrare?
La pallamano l’ho imparata dai miei figli. Quando mi sono trasferito dove abito ora, a Mordano, un paesino con meno di 5.000 abitanti, c’era una persona che insegnava la pallamano e l’ha fatta diventare lo sport del paese contagiando tutti con la sua passione. E siccome nel paese nascevano 8/10 bimbi l’anno e per fare una squadra ne servono 7 più i cambi, tutti i nati dell’anno maschi venivano automaticamente reclutati. Lo stesso è capitato con i miei figli. Poi quando si è impegnati e si ha quel virus di non riuscire a occuparsi solo dei proprio particolare e di sé stesso immancabilmente ho cominciato a accompagnare i miei figli, poi ad occuparmi della società e pian piano sono arrivato alla Federazione nazionale. Ma sempre partendo dal portare l’acqua ai bimbi che giocano. Arrivare ad una responsabilità ma partire dall’avere quotidianamente e concretamente lavorato a quelle cose. Ecco ancora il Dna.

Andavamo a raccogliere la frutta molto presto la mattina, verso le 5.30, e quando arrivavamo mio padre era già lì. Allora una volta gli ho chiesto: “Scusa babbo ma perché tu sei già qui?”. La risposa fu disarmante e non l’ho più dimenticata: “Perché mi piace vedervi arrivare”.

Ministro portare acqua sembra un suo destino. Partecipare in prima persona, non tirarsi indietro…
Devo dire che vengo da quella cultura che ho appena raccontato, una cultura in cui c’era l’assunzione della responsabilità condivisa nel gruppo famigliare. Ed era fondata su un primo punto che era l’esempio. Per capirci, noi andavamo a raccogliere la frutta molto presto la mattina, verso le 5.30, e quando arrivavamo mio padre era già lì. Allora una volta gli ho chiesto: “Scusa babbo ma perché tu sei già qui?”. La risposa fu disarmante e non l’ho più dimenticata: “Perché mi piace vedervi arrivare”. In buona sostanza ecco la forza dell’esempio, la capacità di chi ha la responsabilità di metterla in campo. Io credo che oggi noi abbiamo bisogno anche di questo, di assunzione di responsabilità e di costruire dei modelli di governance, dei meccanismi di assunzione delle decisioni e di progettazione delle risposte che portino questi valori. Il significato e l’impegno dell’associazionismo, del volontariato e del terzo settore non è proprio quello di disseminare esempi di responsabilità? Nella lotta alla povertà, ad esempio, insieme al sostegno del reddito abbiamo il tema dell’inclusione e della presa in carico. Questi progetti di presa in carico naturalmente devono vedere in campo tutta l’infrastruttura pubblica, ma in quella sede dobbiamo trovare il modo in cui la comunità partecipi alla progettazione. Non deve più succedere che si incontrano gli uffici e decidono quale sarebbe il percorso migliore per una certa famiglia e solo allora chiamano le associazioni. Se agiamo così perdiamo un grande potenziale. Si deve progettare e costruire insieme.

In un’intervista a Vita del maggio 2015 lei disse a proposito della Riforma del Terzo settore: “L’economia sociale e solidale era sempre stata vissuta come un’appendice che interviene quando ci sono problemi, ma lo fa puramente, tra virgolette, in funzione di una scelta morale, etica. Io sostengo da tempo che la responsabilità, la partecipazione, l’impegno diretto dei cittadini, il loro intraprendere, dovrebbe essere una modalità costante che andrebbe promossa, premiata, sostenuta, inquadrata, collegata e connessa stabilmente alle azioni dello Stato e del mercato. Quindi non un’appendice ma un motore di socialità e di economia efficace ed equa”. Possiamo dire allora che questa Riforma realizza parte dei suoi sogni, delle sue aspirazioni? Quali sogni e aspirazioni in particolare?
Direi proprio di sì perché realizza l’obbiettivo di cui parlavo in quell’intervista, da ora in avanti il contributo che i cittadini, sulla base dei valori di responsabilità e partecipazione attiva, vogliono dare alla crescita sociale ed economica del paese, non verrà più confinato in una parte marginale ma viene riconosciuto come parte integrante della vita economica e sociale del Paese che va aiutata e sostenuta. Il volontariato, l’associazionismo, la società che si organizza e produce beni e servizi nell’interesse generale non sono qualcuno a cui rivolgersi quando il mercato alza bandiera bianca perché non ci sono ipotesi di profitto o quando la Pubblica amministrazione riconosce di avere poche risorse, sono soggetti che devono essere coinvolti fin dall’inizio a pensare le soluzioni ai problemi. Perché la società responsabile e in movimento è già parte della soluzione dei problemi. Parto dall’idea che ognuno di noi è le sue relazioni. Quindi siamo costitutori di comunità e considero la società una comunità di comunità.

Mi piacerebbe avere fra qualche tempo in Italia al fianco della Protezione Civile, il Corpo della Protezione sociale. Una strumentazione capace di intervenire rapidamente e che metta insieme pubblico, privato e volontariato

Ministro una delle sue famose massime recita così: “dobbiamo cambiare prima la testa e dopo le norme”. Crede che le teste siano pronte a questo cambiamento?
Spero e penso di sì. Parto dalla situazione di fatto. Il nostro mondo del Terzo settore è molto importante, è una grande esperienza in Italia, in Europa e nel mondo. Quindi direi che a partire dalla ricchezza di questo mondo e dalle 7 milioni di persone che appartengono a questo mondo, c’è già la testa. Sono 7 milioni di persone che già fanno cultura, pensano, ragionano e rappresentano un pezzo di realtà che i cittadini incrociano e incontrano ogni giorno. Quindi io credo che una parte di questo lavoro che ci aspetta sia già dentro di noi. Poi dobbiamo avere la disponibilità ad ampliare e rendere ancora più dinamico questo mondo. Per esempio, il tema dell’impresa sociale e l’idea che sul mercato non ci stanno solo le imprese di capitali con la finalità del massimo profitto è una grande scommessa e un vero investimento. Il grande sogno e la grande sfida è immaginare qualcosa di molto più socialmente e solidalmente utile alla società di quanto, ed è tanto, già si fa. Non togliamo spazio a chi c’è. Chi c’è ha tante cose da fare, ne può fare ancora molte di più. Se riusciamo a dare più forza al tema dell’impresa sociale e alla possibilità di avere altri che si avvicinano a questo mondo credo che sia una cosa positiva.

Infine, lei ha spesso parlato di ”Social act”, ovvero del complesso di azioni che il governo sta promuovendo, dalla riforma del Terzo Settore al Piano nazionale e la legge delega per la lotta contro la povertà e per l'inclusione sociale, dalla la legge “Dopo di noi” a quella sull’autismo, insomma tutte quelle politiche attive finalizzate a promuovere opportunità per le fasce più deboli della popolazione, compresi i giovani cui è indirizzato il Servizio civile. A che punto siamo? Quale il prossimo passo, quello a cui lei tiene di più?
Credo che noi dobbiamo completare bene e dare attuazione a questo pacchetto importante che mette insieme impegni diversi e numerosi su cui stiamo lavorando. Ho usato il termine “Social act” perché se guardiamo tutte le misure messe in campo in questi due anni credo diano veramente il senso di uno sforzo assolutamente straordinario e inedito in questo Paese. La cosa più importante è che adesso bisogna costruire anche nel territorio l’infrastruttura sociale. Tutte queste politiche funzioneranno bene se troveranno una capacità di realizzazione vicino alle persone. La legge è importante, le risorse sono importanti ma se non riusciremo a far lavorar insieme gli uffici pubblici e i servizi che sono ancora troppo abituati ad agire in modo separato non si andrà lontano. Bisognerà costruire una grande rete nazionale, una infrastruttura, un’alleanza tra tutti i soggetti. Mi piacerebbe avere fra qualche tempo in Italia al fianco della Protezione Civile, il Corpo della Protezione sociale. Una strumentazione capace di intervenire rapidamente e che metta insieme pubblico, privato e volontariato. Là ci occupiamo dei grandi problemi del nostro territorio. Qui di qualcosa di meno episodico che è invece la tutela delle persone in difficoltà. È questa la cosa su cui dobbiamo lavorare di più in prospettiva.

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