Diritti umani

A tu per tu con padre Solalinde: «Il mondo? Diversità in movimento»

17 Maggio Mag 2017 1650 17 maggio 2017
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In Italia per presentare il libro "I narcos mi vogliono morto" (Emi), che parla della sua vita in prima linea per i migranti che passano dal Messico verso gli Stati Uniti e vengono taglieggiati dai cartelli della droga, il 72enne sacerdote candidato al Nobel per la Pace 2017 rilascia a Vita.it una profonda intervista su quanto ogni persona può e deve fare per contrastare «la barbarie in atto che è anche peggio di quella dell'uomo delle caverne»

Un incontro che emozionante è dir poco. E non solo perché l’occasione è quella di incontrare un candidato al Nobel, ma soprattutto perché padre Alejandro Solalinde è oggi una delle persone più importanti al mondo nella difesa dei diritti umani. In particolare, quest’uomo messicano tanto umile quanto risoluto, nei propri 72 anni di vita è riuscito a togliere alla malavita – i cartelli della droga – decine di migliaia di migrantes, migranti di passaggio dal Messico provenienti dal altri Stati dell’America Centrale come Guatemala e Nicaragua, alla ricerca di una vita migliore negli Stati Uniti. Minacciato decine di volte, costretto all’esilio per un periodo e per anni accompagnato da almeno quattro guardie del corpo volontarie oltre al sostegno assiduo di Amnesty International, in questi giorni Solalinde è in Italia per una serie di incontri in corrispondenza dell’uscita del primo libro (assolutamente da non perdere, ndr) che racconta la sua storia: I narcos mi vogliono morto, scritto a quattro mani con l’esperta giornalista Lucia Capuzzi ed edito da Emi, Editrice missionaria italiana. L’abbiamo incontrato, assieme a CarovaneMigranti, a Milano - dove tornerà, sempre per presentare il libro, domenica 21 maggio alle 16 all'interno di Tuttaunaltrafesta, mentre giovedì 18 maggio alle 15 sarà ospite al Salone del libro di Torino, assieme a padre Alex Zanotelli e Moni Ovadia - con l’immancabile croce al collo, ricurva in un abbraccio «che non esclude nessuno, proprio nessuno».

Chi è oggi Alejandro Solalinde?
Mi sento e agisco come un missionario itinerante, inviato da Dio come una persona battezzata qualunque, per nulla speciale. La mia missione è comunicare con la vita e le azioni l’importanza delle relazioni umane.

L’esperienza della casa-rifugio Hermanos en el Camino di Ciudad Ixtepec, dal febbraio 2007 a oggi ha accolto e protetto decine di migliaia di migranti ma le ha attiarto anche la rabbia di tante persone, prime fra tutte quelle collegate ai cartelli della droga. Come riesce a convivere con il fatto che qualcuno la vorrebbe morta? Quali sentimenti la muvono?
Io penso al mondo come una diversità in movimento. Per potere capire la relazione tra due parti in forte contrasto fra loro, immagino che siamo tutti all’interno di un processo di cambiamento. Mi metto in un orizzonte storico molto lungo: poco fa uscivamo dalle caverne e ora siamo già nel XXI secolo, con in atto un grande avanzamento della tecnologia ma all’interno di un “passettino” nell’evoluzione, in cui la maggior parte di noi sta camminando sulla via dei diritti umani, comprendendo la dignità e il valore dell’essere umano, i suoi diritti. Molti invece inciampano, a loro costa molto, sono confusi, e, soprattutto quelle che si definiscono credenti, mettono Dio a un lato, dandogli le sembianze che preferiscono, e venerano il denaro, usando le persone come un mezzo per accumulare sempre più beni materiali. Queste persone sono le meno sviluppate, si ingannano con questo pensiero. Io vedo così chi negli anni mi ha attaccato o ha tentato di fermare la mia opera di difensore dei diritti.

Padre Solalinde intervistato da Daniele Biella


Come si può dialogare con loro, o comunque anche solo con le persone che provano diffidenza e rifiuto verso i migranti, in Messico come in Europa?
Siamo in una fase secolare di passaggio in cui stiamo imparando a capire l’importanza della dignità umana ma con alti e bassi, in cui si è solidali o egoisti, rispettosi o disprezzanti dell’altro. Il problema è che stiamo molto attenti alle cose pratiche, a quante sono queste persone, al potenziale pericolo che potrebbe portare la loro presenza o anche solo il passaggio, ma non ci fermiamo molto di più su cose più profonde: per esempio, perché non cerchiamo di fermarci un attimo a capire i motivi che li spingono a partire, la loro storia? L’empatia è la chiave e capire di più cosa succede nei paesi da cui partono ci può dare i giusti elementi per suggerire ai governanti come cambiare le cose anche nei Paesi d’origine. Quando vedo una persona, devo capire che come me stesso ha in atto un percorso interiore, magari anche delle sofferenze. Devo “vederla” per davvero. Un esempio: se vedo una persona nel mio albergo che non aiuta, non partecipa e io senza indugio lo giudico e lo stresso senza cercare di capire a fondo il perché del suo comportamento, sbaglio. Devo andare a fondo.

Qual è l’incontro che più l’ha sorpresa in questo senso?
Quello con una persona che si chiama Alberto Donis Rodriguez: originario del Guatemala, oggi ha 31 anni ed è coordinatore della casa-rifugio, ma quando è arrivato, dopo essere sceso dal treno (La Bestia, il famigerato convoglio che attraversa ogni giorno il Messico ed è il mezzo con cui i migranti si spostano, finendo spesso vittima anche di incidenti durante il viaggio stesso, ndr), aveva 21 anni ed era solo uno dei tanti. Arrivò in un momento in cui, in sole 24 ore, giunsero 1200 persone. Una massa enorme, in cui era difficile distinguere i volti, e quindi le storie, cosa che invece va fatta in ogni occasione. Quando arrivò, assieme ad altre tre persone del Guatemala, raccontò di essere stato maltrattato dalla Polizia Federale. Voleva ripartire subito come tutti gli altri, ma l’ho convinto a fwermarsi e fare denuncia, così sarebbe stato d’aiuto anche ai successivi migranti, perché sarebbe diminuita l’impunità delle autorità. Gli altri tre partirono, lui rimase. Da allora venne con me a documentare, macchina fotografica al seguito, le azioni violente e illegali della Polizia, e oggi è una persona molto coraggiosa. L’incontro con lui mi ha insegnato che ogni persona vale. All’inizio può sembrarti insignificante, una dei tanti. Ma se le poni attenzione, la ascolti, tutto cambia. Perché le dai sempre più valore.


Degli episodi negativi, invece, non è facile parlare…
Sì, ma è necessario. Di estremamente negativo che ho visto in questi anni c’è l’autodistruzione umana. Mi spiego: ho accolto migranti che venivano da un mondo “distrutto”, senza valori, molto violento. Questa stessa violenza è entrata talmente tanto in loro che era la normalità, e anche fra migranti ci si picchia, ci si tratta con modi inumani, soprattutto per i tanti che hanno fatto parte delle pandillas (le gang latinomaericane, ndr). Ma l’esperienza più terribile della mia vita la ebbi il 24 giugno 2008. Mai soffrii così tanto come in quel giorno, in cui successero tre fatti tremendi. La mattina mi recai verso la casa-rifugio ma venni bloccato dal sindaco e altri cittadini, che nell’accusare un migrante epr avere abusato di una ragazzina mi dissero che lo stavo proteggendo quando invece era una storia infondata, che sentivo per la prima volta in quel momento. Ma la folla, almeno una novantina di persone, era inferocita e, con pietre, bastoni e benzina, era pronta a bruciare me e l’albergo. Iniziarono a insultarmi, mi circondarono dicendomi che nascondevo criminali nella struttura. Non sapevo cosa fare, allora dissi loro: “bruciatemi pure”, e mi misi con le braccia aperte. Ero completamente vestito di banco q uesto atto probabilment eli ha spiazzati: “così no, mi hanno detto, abbassale”, ma io non lo feci. Ero nelal posizione di Gesù sulla croce, mi sono avvicinato a uno di loro che aveva la tanica di benzina e, abbassando la testa, gli ho detto di rovesciarmela addosso. Non lo fece, di lì a poco mi incamminai verso l’entrata della casa e mi lasciarono passare. Il secondo episodio fu poche ore dopo, quando andai in Comune a chiedere conto dell’accaduto. Lì i funzionari mi rinchiusero per ben 7 ore senza vedere nessuno, con un’unica opzione: sarei tornato libero solo dopo avere firmato un foglio in cui chiudevo ufficialmente la casa-rifugio. Non cedetti e alla fine mi lasciarono andar,e ma fu estenuante. Fuori c’era la stampa e raccontai loro tutto, compreso il fatto che l’intimidazione era perché con la mia opera stavo bloccando i loschi affari e i sequestri di chi faceva soldi sulla pelle dei migranti. Infine, priam di sera, arrivò La Bestia, scesero un centinao scarso di migranti, e sia io che loro fummo aggrediti anche con lancio di pietre, con la Polizia che stava a guardare. Anche il macchinista ricevette un colpo e finì all’ospedale. Ero molto arrabbiato e gridai: “bruciatemi pure, ma non vedete come sono affamati, sporchi e bisognosi d’aiuto? In loro sta Gesù”. Riuscimmo anche in questo caso a non subire cose peggiore. Da quel giorno, per un anno, vissi con molta tensione.

E oggi com’è la situazione?
Le cose poi migliorarono con l’inizio dell’attuale decennio. È davvero valsa la pena fare tutto quello che abbiamo messo in atto in passato, perché ora non è come prima, e autirtà sono diverse, hanno cambiato atteggiamento, nessuno aggredisce più i migranti e nella piazza principale si fanno anche spettacoli artistici per tutti, accoglienti come accolti. Ci sono anche nuove leggi e se qualche migrante viene utilizzato per lavorare, viene pagato legalmente, con le normali tariffe di salario nazionali.

Qual è oggi l’azione più impegnativa da portare avanti?
La cura delle persone viandanti rimane la priorità, continuano a passare e, poco alla volta, la frontiera rimane permeabile, per questo il viaggio continua. Oggi molte energie vengono spese in un’opera drammatica di ricerca e ritrovamento dei dispersi, spesso cercati dai parenti stessi. Persone che sono state torturate e ammazzate dai cartelli come quello degli Zetas, il più famiglerato, che era presente in 20 Stati messicani su 32 e che ha ucciso, soprattutto nel Chiapas, migliaia di persone seppellendolo ovunque, gettandole nei pozzi o negli stagni, addirittura sciogliendoli nell’acido o bruciandoli nei forni. Capita settimanalmente che si trovi una di queste fosse comuni, e ogni volta si cerca di identificare i resti di queste sfortunate persone.

Ha detto che pur essendo un uomo religioso, non crede in un aldilà con un inferno. Perché (video parte 1, in spagnolo)?
L’inferno è già qui, sulla terra. È l’egoismo elevato al massimo che diventa odio. La misoginia, la xenofobia, la cecità del volere prendere più soldi possibili dai propri simili anche con mezzi illeciti: questo è l’inferno. Ho saputo di una persona che ora è in carcere a vita che ha ucciso più di 200 persone e ancora oggi non ha sensi di colpa perché quello era il suo “lavoro”. Ancora peggio è quando la malvagità è associata alla religione: spesso i mafiosi, i funzionari corrotti sono molto religiosi, vanno regolarmente in Chiesa. Questo, come sacerdote, mi riempie di disgusto. Uno dei leader degli Zeta, il giorno dopo avere ucciso con un’ascia. Lo ha raccontato in Tribunale un suo complice che si chiede continuamente come abbia potuto continuare a condurre una vita del genere dopo atti come quello. una bambini e i suoi genitori, era a messa tirato a lucido. Si tratta di un esempio lampante di come sia diversa la fede dalal religione. La fede ti smuove dentro, ti guida. La religione può essere una pratica sorda, così come le preghiere: limitate a un rito vuoto sembrano lavarti le coscienze ma non c’entrano nulla con l’amore verso il Prosismo e la giustizia.

Ultima domanda. Qual è il suo messaggio a chi già da oggi vuole capire come darsi da fare e magari, tra uno o due decenni, potrà raccogliere il suo testimone come paladino dei diritti umani (video parte 2, in spagnolo)?
Dovete, dobbiamo essere in grado di cambiare la nostra visione, allungandola. Quella che abbiamo ora è parziale, molto corta: bisogna ampliare l’orizzonte, capire che la Storia dell’umanità è lunga, ognuno di noi è un puntino che però non deve rimanere inerte. Anzi, si deve azzardare a mettere un nuovo paio di occhiali: una lente è quella che mi fa capire come l’avanzamento tecnologico non basti per evolversi, dato che stiamo compiendo azioni barbare peggio ancora di quanto faceva l’uomo delle caverne. Dobbiamo chiederci dove vogliamo arrivare, fermare queste barbarie. Con l’altra lente, dobbiamo esser ein grado di vedere con gli occhi di Gesù. Non sto parlando da credente, perché so che potrei risultare un predicatore come tanti, sto parlando da uomo. Gesù da giovane fece cose incredibili nel suo tempo, in quel primo secolo dopo Cristo in Palestina in cui c’era una religione fondamentalista, escludente. Lui è stato semplicemente sé stesso, è andato contro le convenzioni, rompendo schemi. Questa è la prospettiva per andare avanti, credenti come atei. Usiamo la nostra saggezza per rispettare i simili e il mondo in cui viviamo senza approfittarne e usando il denaro come un mezzo, non un fine. La convivenza, pur nelle diversità, è migliore se basata sulla completa tutela dei diritti umani.

Foto di Luciano Perrone. Video realizzati da Fabio La Greca e Michel Benedetti, studenti-reporter di Click! giornale online dell'Istituto scolastico ITIS Einstein di Vimercate (MB)

Solalinde con Lucia Capuzzi, coautrice del libro