Don Antonio Loffredo

Baby gang? L’espressione di un disagio enorme creato da noi

18 Gennaio Gen 2018 0831 18 gennaio 2018
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Il parroco del Rione Sanità racconta il fenomeno delle baby gang con gli occhi di chi lo vive da dentro la città. «Inutile puntare il dito solo su famiglie disastrate, servizi assenti, Gomorra e malavita», spiega. «Questa mostruosità è colpa nostra, facciamo un po’ schifo. Ai nostri ragazzi non possiamo neanche più chiedere “cosa ti piacerebbe fare da grande?”»

Don Antonio Loffredo lo chiamano “il parroco ribelle” del rione Sanità di Napoli. «Ci vivo dal 2001. E sono contentissimo», racconta. «È un posto dove se non si hanno occhi per vedere la luce dalle ferite si può impazzire. Ma se hai occhi e quella luce la vedi, la lasci passare, allora puoi vivere una grande bellezza».

Il Rione Sanità, periferia in mezzo alla città, Forcella, Montesanto dove un gruppo di bambini ha scattato una foto poi pubblicato su Facebook, e che ora sta facendo il giro del web, con delle armi in mano.

O ancora l’uscita della metropolitana, fermata Policlinico, palcoscenico dell’ultima aggressione di una baby gang ai danni di un altro minore. I Quartieri spagnoli, il lungomare, i margini della città. Sono tutti luoghi che in fondo si assomigliano. Dove sembra che le baby gang stiano impazzando incontrollabili senza una reale ragione. Tutto quello che sta succedendo a Napoli ha a che fare con la malavita? Con il bullismo? O con la miseria e i servizi, primo la scuola, inefficienti?

Antonio Loffredo, che questi giovani li conosce bene, non ha dubbi sul fatto che una colpa esiste. «È nostra», dice. «questi ragazzi stanno esprimendo un disagio enorme. E il disagio enorme lo stiamo creando noi: quello che sta succedendo è una mostruosità».

Chi sono questi ragazzi? Spesso adolescenti ed oggi sempre più bambini?
Per raccontarvelo riporto una storia. 15 dicembre 2017 sul profilo Facebook delle Catacombe di Napoli mi colpisce il racconto vero di Salvatore. La storia di un uomo che come tutti è stato un bambino, uno di quei bambini che, a differenza degli altri, che una casa dove tornare l'hanno avuta sempre, usciva da scuola e rallentava i passi con la speranza di diventare grande o di sparire durante il tragitto tra casa e scuola. Un bambino che aveva sete di famiglia, di normalità, di affetto. Una sete saziata da droga, rapine, carcerazioni. Ben 15 anni di carcere segnano la sua storia. Da17 anni sono parroco della Sanità e non ho saputo fare niente per quel bambino. “Respiri di uomini e odori di uomini. Notti lunghe e giorni tutti”. Questo è il massimo che abbiamo saputo offrirgli dopo che gli abbiamo rubato la speranza dal suo cuore di cucciolo. Nella storia, che su Facebook è stata scritta da Chiara Nocchetti, piano piano, nel cuore di Salvatore, il ghiaccio si è sciolto, e lui ha cominciato a gustare la bellezza delle emozioni. “Deve essere il sudore che scorre sotto la tuta da operaio mentre lavoro arrampicato su un ponteggio. Deve essere il sorriso di un uomo che mi guarda e mi dice: "tra tutti, io credo in te". Ecco questi ragazzi sono quelli a cui non sappiamo parlare, con cui non siamo in grado di relazionarci, quelli a cui non guardiamo con abbastanza delicatezza e attenzione.

Cosa dobbiamo fare?
Dobbiamo offrire urgentemente soprattutto ai più fragili il nutrimento per la testa e per il cuore. Soprattutto dobbiamo diventare una società unita, una Comunità Educante. Una comunità non idolatra, attenta agli ultimi. Non competitiva ma capace di coltivare la cultura della reciprocità e della responsabilità. Tutti proprio tutti nasciamo con una profonda sete e viviamo tutta la vita alla ricerca della fonte. Abbiamo sete di bellezza, di giustizia, di amore. Spesso fatichiamo non poco a trovare la fonte. A volte la sete è l’unica guida nella notte e allora capita che qualche mio fratello più piccolo scambi una pozzanghera d’acqua per la fonte e da vittima diventa carnefice.

Perché siamo arrivati a questo punto?
Nelle strade di Napoli, ma non ho dubbi anche in quelle delle altre città italiane, l’emergenza si respirava da un po’. Se non fai niente la bomba esplode. E noi come società cosa abbiamo fatto?

Il giudice Nicola Quatrano, nelle motivazioni delle sentenza al processo sulla “paranza dei bambini”, li descrive come ossessionati dalla morte, che forse amano e probabilmente cercano, pronti a farsi uccidere e ad uccidere come i militanti della Jihad
E non mi sento di dargli torto. Certe terminologie sono vere, terrorismo significa colpire senza una ragione. Il loro è un linguaggio fatto di violenza pura, e questo mi inquieta. Però pensiamoci. Dove l’hanno interiorizzata tutta questa violenza? Mi ricordo che personaggi di forze politiche tra loro hanno sempre litigato, forse erano persone nemiche, ma educate. Oggi in certi luoghi sacri della politica le persone si picchiano come se fosse la cosa più naturale del mondo. Ma può essere normale questa cosa? È normale questa immagine? Io direi di fermarci un attimo e metterci davvero in crisi come società.

Quello che sta succedendo in città quanto ha a che fare con la malavita napoletana?
In certe baby gang, in certi quartieri trovi “il figlio di, il nipote di”. Ma non limiterei mai il discorso solo a questi rioni. Il disagio riguarda proprio una fascia d’età. È chiaro che arriva prima in zone più sofferenti dove il disagio economico e culturale è più forte. Ma nessuno ne è esente ed il legame con la malavita lo terrei come secondario. Le azioni di questi ragazzi sono legate alla dimensione della violenza gratuita, al fare male agli altri, al distruggere e basta.

E il bullismo? In che modo entra in queste azioni?
Bisogna considerarlo nel discorso. Si colpiscono i più fragili. Anche i piccoli riconoscono la fragilità e ci piombano sopra con violenza. E poi i ragazzi sono abituati ormai a queste scene, ovunque guardano assorbono violenza. Ma anche inq uesto caso, il bullismo nn può essere l'unica ragione.

Scuola e famiglia?
Lo sappiamo bene, soprattutto a Napoli, che la scuola è inefficiente. E questa non è una scusa per lavarsi le mani. Non possiamo dare, o almeno io non darei, la colpa a quelle famiglie disastrate, difficili, complesse. Perché dove la famiglia non riesce dovrebbe intervenire la comunità. Ma questa comunità educante dove si nasconde? È troppo facile guadare il dito e non il problema vero.

Il problema siamo noi
Noi facciamo un po’ schifo. Ci dobbiamo correggere come società, a tutti i livelli. Ma quando mai si è visto che ad un ragazzo non si può più chiedere “cosa ti piacerebbe fare da grande?”. La domanda più antica della storia. E non glielo possiamo chiedere pechè per lui non stiamo costruendo politiche per lo sviluppo del lavoro gioavanile adeguate. Noi parliamo parliamo e ancora parliamo dei fatti di cronaca. Ma perché nessuno si chiede mai “ma cosa hanno interiorizzato questi bambini per arrivare a tanto?” Gomorra? Ma è una barzelletta? Ti guardi un film e succede questo. Io non ci credo. Sono stati tutti i livelli della società dalla scuola, alla politica, dalle istituzioni alla famiglia a creare questa mostruosità. La responsabilità è condivisa.

L’attenzione mediatica di questi giorni è un male secondo lei?
I ragazzi le vedono e si sentono ancora più protagonisti. Bisogna muoversi con cautela. Almeno servisse a farci porre la domanda: “Ma che società siamo noi che il rispetto per gli altri ce lo siamo dimenticato”.

Qual è la strada da percorrere? Concretamente che possiamo fare? Lei che fa nel rione Sanità?
Io ho cercato di “acchiapparli” con la musica, con il teatro… ma ne prendi 100, 200, e il resto? Con il resto come fai? Così ho capito che non servono “operatori specializzati” ma operatori di prossimità. Ragazzi come loro, che parlano la stessa lingua, conoscono gli stessi gesti. I ragazzi, i più piccoli soprattutto, hanno difficoltà a relazionarsi con chi non appartiene al loro mondo. Quindi adesso un gruppo di giovani tra i 18 e i 25, anni che sono passati dal disagio e che ora stanno imparando a conoscere altri valori mi aiutano a parlare con loro, a mostrare l’altra strada possibile. Io cerco di stimolare quella bellezza che ci sta. Lo so che ci sta. È la fonte che cercano e a volte non riescono a vedere.

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