Vincenza Pellegrino

«Il Coronavirus ci insegna che il futuro è in mano nostra»

1 Aprile Apr 2020 1636 01 aprile 2020
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Mentre siamo alle prese con un presente che non ci aspettavamo bisogna già ricominciare a guardare al futuro, ma con qualche consapevolezza in più: «Il Coronavirus», dice Vincenza Pellegrino, studiosa di sociologia dei processi culturali e comunicativi, professoresse all’università di Parma, «rimette la palla al centro su cosa tutti siamo chiamati a fare. La Pandemia può svelare potenzialità della nostra società che credevamo sopite o assenti»

«Che incertezza che incombe. Che strani questi giorni di sospensione. Ma li digeriremo poco alla volta», a dirlo è Vincenza Pellegrino,studiosa di sociologia dei processi culturali e comunicativi, insegna all’università di Parma. Nel 2019 ha pubblicato, con Ombre Corte edizioni “Futuri possibili - Il domani per le scienze sociali di oggi”, e proprio in questi giorni di emergenza Coronavirus sta chiudendo il secondo volume del progetto “Futuri testardi - La ricerca sociale per l’elaborazione del doposviluppo” che sarà pubblicato nei prossimi mesi. Che parola strana il futuro, indagare sul futuro, presi come siamo da un presente che non ci aspettavamo. «Il primo volume», spiega Pellegrino, «è un’analisi della teoria sociale e spiega la capacità di ambire ad un mondo migliore partendo dalla evoluzione di prodotti culturali tipici della modernità quali l’utopia e la distopia. Il secondo volume è una raccolta di dati empirici, ricerche sull’immaginario collettivo e su quali altri mondi potremmo abitare che funzionano meglio di questo. Un modo per esplorare la capacità di immaginare e descrivere un ordine sociale più giusto rispetto a quello a cui siamo abituati».

Due libri che parlando di futuro. Eppure sembra che il futuro di tutti sia cambiato all’improvviso. Questo come si inserisce nell’emergenza Coronavirus e che ruolo giocano le distopie?
È stata un’esperienza strana finire di scrivere un libro sulle distopie e utopie formulate dai giovani dentro a processi di ricerca-azione e intanto vedere come fuori cambiavano le cose a causa del Coronavirus e come spesso le distopie e la realtà coincidevano. La distopia è una rappresentazione che ci mostra il futuro peggiore che potrebbe succedere se continuiamo a vivere in un certo modo. Come ad esempio, le giornate future troppo veloci, il dominio della tecnologia rispetto alle nostre capacità, la precarietà cronica dei giovani. La necessità di un “corpo sempre bello” fino a non voler accettare la forma che ci è stata data in destino. Queste narrazione vengono poi “ribaltate” in utopie, racconti attraverso i quali i giovani immaginano un futuro dove queste storture sono state raddrizzate, ed ecco che i corpi si accettano per come sono e nelle giornate ci prendiamo il giusto tempo, per tornare agli esempi. È stato straordinario leggere le distopie dei ragazzi intervistati per la stesura del libro e intanto vedere venir fuori, con il coronavirus, le fragilità e le storture del mondo.

Il coronavirus ci ha mostrato a quale futuro andiamo incontro se non raddrizziamo le nostre storture?
No, ma credo da un lato ci aiuti a riflettere su ciò che conta davvero, dall’altro ci ha svelato potenzialità della nostra società che credevamo sopite o assenti.

In che senso?
In questi giorni la società ha cercato di ribaltare la distopia con una prova di capacità organizzativa per migliorare il sistema sociale. Il sistema sanitario ha mostrato una capacità eroica, il volontariato ha risposto con forza. Ecco il Coronavirus è una crisi ma non è che prima di questo noi non fossimo già in crisi. Vedi i problemi ambientali, ecologici, sociali. Ma davanti a questi siamo rimasti fermi, davanti al Coronavirus no. E, per come la vedo io, la politica ha mostrato ancora la forza di riorganizzare il sistema.

La politica che ruolo sta giocando?
Negli ultimi decenni ci eravamo convinti che la politica fosse impotente, che il sistema funzionasse così e fosse impossibile da modificare. Invece possiamo correggere il mondo e ripensarlo, davanti alle evidenti storture causate da un sistema troppo competitivo ed ecologicamente insostenibile. Il Coronavirus rimette la palla al centro su cosa tutti siamo chiamati a fare. Se da un lato la pandemia ha creato molto panico, dall’altro ci ha mostrato di cosa è capace l’azione politica e di quale tenuta incredibile abbiano le nostre competenze professionali. Il Coronavirus ci ha mostrato che siamo capaci di non essere inerti, e intanto ha mostrato che è possibile rispondere ad alcuni desideri di massa, come di rallentamento. È un aspetto di discontinuità rispetto al funzionamento della storia che in qualche modo conterà.

Questo come impatta sul futuro?
Abbiamo capito forse che il futuro è in mano nostra, e questa non è una cosa scontata. Il futuro dipende dalle nostre azioni collettive e individuali. Il nostro futuro è legato a quello degli altri. Non dico che terminata l’emergenza alcune cose positive di queste settimane, tra cui la possibilità di lavorare in Smart – Working saranno mantenute, non lo so, ma voglio dire che simbolicamente l’epidemia è l’occasione di assumere l’importanza della politica e dell’agire collettivo nella vita dei singoli. Ora appare un po' meno vero che il mondo va come va e nessuno può farci niente. E appare un po' meno vero che i singoli da soli possono, senza gli altri. Il futuro è aperto, e dipende da noi, questo ora suona un poco più vero. La storia dell’uomo non è data, perché è prima di tutto una storia sociale e culturale e si muove in base a come le comunità decidano che vada.

Dobbiamo “assumerci” il futuro?
Assumiamoci il futuro come prodotto culturale importante per la nostra vita. Il presente non è mai sufficiente a sé stesso. L’idea di cambiare il mondo con un progetto politico dà senso al nostro presente. Se non torniamo a questo modo politico di spendere la vita credo saremo sempre insoddisfatti. Le generazioni piene di senso sono quelle che hanno combattuto per un mondo migliore. Il Coronavirus è una tragedia che aiuta a capire forse che abbiamo bisogno gli uni degli altri, che abbiamo sempre bisogno di un’organizzazione sociale, che la capacità politica di una comunità serve a tutti, anche ai forti.

Vincenza Pellegrino si è formata in Francia dove ha svolto gli studi dottorali e post dottorali in antropologia sui temi delle migrazioni transnazionali contemporanee; rientrata in Italia ha lavorato alla S.I.S.S.A di Trieste nell’ambito della sociologia della scienza, insegnando per diversi anni metodologia della ricerca sociale e all’Università di Udine. Oggi è professoressa associata di Sociologia dei processi culturali e comunicativi presso l’Università di Parma, dove insegna Politiche Sociali e Sociologia della Globalizzazione e, tra le altre cose, presiede un corso di alta formazione sul Welfare Pubblico Partecipativo ed è delegata del rettore per il Polo Universitario Penitenziario di Parma.

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