Claudio Ceravolo

In trincea nel pronto soccorso di Crema come in Africa

5 Aprile Apr 2020 0800 05 aprile 2020

Dopo aver lavorato per più di trent’anni nell’ospedale della sua città dove ha ricoperto il ruolo di responsabile del centro di oncologia, il presidente di Coopi ha indossato nuovamente il camice per andare in trincea nel pronto soccorso di Crema. Dopo essere stato colpito dal Coronavirus oggi aspetta l’esito di due tamponi per escludere ogni forma di contagiosità e poter tornare in corsia. Una risposta naturale di un medico per la sua comunità, non diversa dal contributo che negli anni ha portato nei teatri di guerra più sanguinosi dell’Africa

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Dopo aver lavorato per più di trent’anni nell’ospedale della sua città dove ha ricoperto il ruolo di responsabile del centro di oncologia, il presidente di Coopi ha indossato nuovamente il camice per andare in trincea nel pronto soccorso di Crema. Dopo essere stato colpito dal Coronavirus oggi aspetta l’esito di due tamponi per escludere ogni forma di contagiosità e poter tornare in corsia. Una risposta naturale di un medico per la sua comunità, non diversa dal contributo che negli anni ha portato nei teatri di guerra più sanguinosi dell’Africa

Prendersi carico della propria città come se si trattasse di un villaggio africano in una situazione di guerra. Claudio Ceravolo, 72 anni, presidente della Fondazione Coopi, Ong italiana della rete Link2007, è tornato nell’ospedale della sua città, Crema, per fronteggiare in pronto soccorso il Coronavirus. Con un passato che lo ha portato con Coopi nei teatri più caldi e sanguinosi dell’Africa, Ceravolo descrive la sensazione attuale di “far gruppo” con colleghi e infermieri non lontana da quella vissuta nell’ospedale di Goma, in Congo, assediata dai Banyamulenghe nel 1996. Scettico sugli italiani che cantano sui balconi Ceravolo ha risposto all’emergenza non da eroe, ma da medico. Oggi dopo essere stato a sua volta colpito dal Coronavirus, aspetta i risultati di due tamponi: «se tutti i controlli escluderanno una mia contagiosità, riprenderei con entusiasmo il lavoro in pronto soccorso».

Da cosa è nato il bisogno di rientrare in servizio al pronto soccorso dell'ospedale della sua città?

«Non parlerei di bisogno, piuttosto di una naturale risposta a una situazione di crisi. Dopo aver lavorato trent’anni nell’ospedale di Crema, avevo conservato salde amicizie tra gli ex colleghi, così quando è risultato evidente che le dimensioni dell’epidemia stavano facendo esplodere il pronto soccorso, ho avuto un breve colloquio telefonico col direttore sanitario, per dire “se serve io sono qui”. Il giorno dopo avevo già indosso il camice».

In che modo l'esperienza nel mondo delle Ong ha influenzato la sua scelta?

«Coopi da sempre ha fatto la scelta di non fare interventi “one shot”, ma di privilegiare un rapporto continuato nel tempo con una comunità, concatenando tra loro interventi diversi ma rispondendo alle varie necessità, senza mai “mollare” neppure durante le peggiori crisi umanitarie. Ed è così che in molti dei paesi in cui interveniamo abbiamo una presenza e una conoscenza che dura da più di 40 anni. In Sierra Leone dal 1974, in Repubblica Centrafricana dal 1976, nella Repubblica Democratica del Congo dal 1979, in Somalia dal 1980, e così via. Lo stesso approccio deve valere con le comunità in cui siamo nati e viviamo: quindi è normale e naturale che di fronte a una crisi si risponda in modo attivo. Vorrei però fare una precisazione : se io personalmente ho potuto riprendere il lavoro in pronto soccorso, è perché da 10 anni a Coopi abbiamo adottato una governance duale, in cui io in quanto presidente e il Cda abbiamo il compito di garantire ai soci e agli stakeholders il rispetto dei principi dello statuto, della mission e della vision. Quindi non siamo direttamente impegnati nelle attività quotidiane. Un medico invece che in una ONG deve gestire un progetto sanitario, non può lasciare tutto e andare in Pronto Soccorso, ha degli impegni ben precisi verso le comunità con cui lavora. Questo lo dico perché non vorrei che nascesse nell’opinione pubblica l’idea che le ONG dovrebbero smettere di fare quello che fanno per dedicarsi all’assistenza degli italiani. È sbagliato e miope, specie di fronte a epidemie che non guardano di sicuro alle frontiere. Ognuno deve rispondere facendo al meglio il proprio lavoro».

Quale l'esperienza vissuta con Coopi che più si avvicina alla battaglia contro il Coronavirus?

«Dal punto di vista psicologico e emozionale la gestione delle grandi crisi, in particolare in situazioni di guerra. Ho vissuto la stessa sensazione di “far gruppo” con i colleghi e con gli infermieri, sia in un pronto soccorso con decine e decine di pazienti sospetti di Covid19 in attesa di una presa in carico, sia nell’ospedale di Goma, assediata dai Banyamulenghe nel 1996».

Quali sono i segnali di speranza che riceve oggi dai pazienti?

«Rispetto alla mia esperienza in pronto soccorso negli anni passati, ho trovato una maggiore “pazienza” e una maggiore consapevolezza che in una crisi grave tutti dobbiamo adattarci. In altri termini, mentre fino a qualche mese fa molti cittadini utenti del pronto soccorso erano “pazienti poco pazienti”, nel senso che una attesa anche di pochi minuti veniva vissuta come intollerabile e dava luogo a vibrate proteste, ora la gente aspetta ore e ore e, quando noi ci scusiamo dell’attesa, rispondono tranquilli di capire benissimo le nostre difficoltà, e ci ringraziano pure».

Quali invece i momenti difficili, inevitabili?

«Il triage. Dell’insieme di tutti pazienti sospetti di essere infettati da Covid19, in una minoranza di casi è da subito chiaro che possono tranquillamente tornare a casa, perché hanno degli scambi respiratori buoni. Nella maggioranza dei casi, molti segni non ci lasciano tranquilli, sarebbe utile e prudente ricoverare il paziente, ma letti non ce ne sono. Quindi prolunghiamo l’osservazione, nella speranza che si liberi qualche letto, oppure ci si prende ugualmente la responsabilità di mandarlo a casa, ma nella paura di vederlo tornare con una situazione respiratoria peggiorata».

Crede che l'esperienza che la collettività sta facendo in questi giorni possa restituirci un mondo migliore?

«Francamente io sono scettico sui grandi moti di sentimento nazionale, come il cantare tutti sui balconi. L’individualismo ha già scavato in profondità nelle coscienze di questo paese: oggi cantiamo assieme e diciamo “andrà tutto bene”, domani quando bisognerà pagare il prezzo della crisi economica ognuno cercherà di ottenere una briciola per sé e al diavolo tutti gli altri».

Dove ci sarà più spazio per i diritti e la percezione delle fragilità?

«Mi accontenterei di vedere crescere la consapevolezza che siamo tutti sulla stessa barca, che in un mondo globale le calamità così come le opportunità non si possono bloccare alle frontiere. Vorrei una volta per tutte che si smettesse di chiamare “buonista” chi ha semplicemente la consapevolezza che o si entra in una crescita sostenibile, che è la stessa per gli italiani come per gli africani, oppure si va tutti alla malora».

Come sta adesso?

«Purtroppo il Coronavirus ha colpito anche me: ho avuto una polmonite interstiziale limitata, senza compromissione respiratoria, e ho dovuto fare il mio periodo di quarantena. Ora sto aspettando i risultati dei due tamponi, che se negativi dovrebbero attestare le mia guarigione. Dopodiché, se tutti i controlli escluderanno una mia contagiosità, riprenderei con entusiasmo il lavoro in pronto soccorso».

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