Mario Raffaelli

Coronavirus, sosteniamo l’Africa perché così tuteliamo l’Europa

10 Aprile Apr 2020 1210 10 aprile 2020
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Nel continente la pandemia, per ora, cresce a ritmi più lenti rispetto a Usa e Europa. «Se anche qui si verificasse l’espansione che abbiamo visto in altri Paesi», spiega Mario Raffaelli, presidente di Amref Health Africa in Italia, «sarebbe una catastrofe di proporzioni incredibili sia sotto il profilo umano che sotto il profilo economico. Sostenere l’Africa a contrastare il virus non è solo una scelta umanitaria, ma anche un modo per tutelare la salute e gli interessi di tutti»

Sono oltre 12mila i casi di Coronavirus confermati nel continente africano. I numeri potrebbero non fare impressione rispetto a quelli che si registrano oggi negli Usa, o in Italia o ancora in Spagna. Ma il direttore dell’Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus ha esortato l'Africa a "prepararsi al peggio".

Se il continente dovesse trasformarsi in un nuovo focolaio sarebbe un’ecatombe. «Il continente è fragilissimo», dice Mario Raffaelli, presidente di Amref Health Africa in Italia, ong che promuove progetti di salute in Africa. «E i sistemi sanitari non sono in grado di rispondere alle esigenze di tutta la popolazione». Nel continente vivono 1,314 miliardi di persone, il secondo più popoloso al mondo.

Come si sta diffondendo la pandemia in Africa?
Innanzitutto dobbiamo fare tutto ciò che è in nostro potere per limitarne la diffusione, l’Africa e i sistemi sanitari africani non sono pronti.

Mario Raffaelli, presidente Amref

Parliamo davvero di una fragilità estrema che può portare alla tragedia. La velocità di diffusione del virus è comunque più lenta rispetto ad altri Paesi.

Come spiega questa lentezza e il fatto che ci siano dei Paesi come il Burundi o la Sierra Leone o ancora il Gambia con un numero di casi che non supera le dieci unità e Paesi come il Sudafrica, l’Egitto o l’Algeria che sono molto vicini a raggiungere i duemila contagi?
La mia ipotesi, ma non c’è un’evidenza scientifica della cosa, è che ad essere più colpiti nel continente siano stati quei Paesi che hanno una maggior connessione con l’Europa, come quelli a nord del continente, o il Sudafrica appunto. Inoltre si spera che trattandosi di una popolazione molto giovane, i due terzi infatti ha meno di 20 anni, ci sia una resistenza maggiore al virus. Per quanto riguarda l’Africa siamo in ogni caso ad una fase preliminare. Se anche qui si verificasse l’espansione che abbiamo visto in Europa o negli Usa sarebbe una catastrofe di proporzioni incredibili sia sotto il profilo umano che sotto il profilo economico.

In Africa i Paesi più colpiti sono quelli che hanno una maggior connessione con l’Europa

Mario Raffaelli

L’Oms stima che per ogni milione di persone nel Paese ci siano 5 posti letto in terapia intensiva, in Europa sono 4mila per ogni milione
È chiaro che arrivati a questo punto non è possibile pensare adesso di rivedere tutto il sistema e attrezzare adeguatamente gli ospedali recuperando il gap di posti letto per le terapie intensive. Quello che si deve fare è uno sforzo maggiore sulla tracciabilità dei contagi in modo da isolare in tempo i focolai. A questi dati va anche aggiunga la carenza del personale sanitario e la difficoltà nel riconoscere i casi dovuta alla carenza di strumenti di analisi.

In questo scenario prevenire i contagi sembra essere l’unica strada possibile. Ma il distanziamento sociale in Africa non è una misura quasi impossibile da adottare?
L’isolamento è irrealistico visto così come lo conosciamo noi. Il tipo di vita è comunitaria, a volte per cultura ma spesso anche per costrizione. Basti pensare alle realtà degli slum. Quello che però si può fare è investire sulla prevenzione e sulle pratiche igieniche che diminuiscono le possibilità di contagio. Con Amref abbiamo lanciato Leap, una piattaforma “mobile health” progettata in Africa per l’Africa. È una soluzione di apprendimento per la formazione di operatori sanitari sempre e ovunque. Una soluzione che utilizza la tecnologia audio e sms per responsabilizzare, sensibilizzare o formare personale sanitario, consentendo a ogni individuo di apprendere al proprio ritmo, con i propri dispositivi mobili – cellulari basici o smartphone – all’interno delle proprie comunità. Questa piattaforma è attualmente attiva in Kenya e Malawi. Sul programma sono caricate le informazioni in diverse lingue e dialetti.

Se spegniamo i focolai europei e poi in Africa si diffonde il Coronavirus, certamente quel virus poi ritornerà in Europa

Mario Raffaelli

Il problema economico non è da sottovalutare, l’Africa subirà una forte recessione. La presidente commissione Europea Von der Leyen lo scorso sette aprile ha annunciato lo stanziamento di un fondo di 15 miliardi da devolvere ai paesi fuori dall’Unione, tra cui l’Africa appunto.
Oggi siamo comprensibilmente focalizzati sul dramma che stiamo vivendo in prima persona. Ma è importante che tutti capiscano che sostenere l’Africa non è solo una questione umanitaria e solidaristica, ma si tratta di interesse reciproco. Dobbiamo sostenerla per una questione sanitaria perché abbiamo visto quanto contagioso sia questo virus e con che facilità si sposta tra i Paesi. La salute è un tema globale, non può esserci salute in un Paese sì e in uno no. Se spegniamo i focolai europei e poi in Africa si diffonde il Coronavirus, certamente quel virus poi ritornerà in Europa. E poi c’è anche un fattore geopolitico, sarebbe sbagliato far passare l’idea che a sostenere il continente ci sia solo la Cina, non significa mettersi in competizione ma tenere sempre bene a mente che gli aspetti sanitari si riflettono su quelli economici.

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