Elena (nome di fantasia)

Io, mamma di un detenuto: il dolore, le rivolte e il virus? Non mi sono mai arresa

26 Aprile Apr 2020 1249 26 aprile 2020

"Nemmeno per un istante ho provato la tentazione di abbandonare mio figlio di fronte alla sua condanna". Le parole della mamma di un detenuto hanno commentato la IV stazione ("Gesù incontra la Madre") dell’ultima via crucis in una piazza San Pietro deserta. Sono tante le madri che hanno conosciuto lo stesso sentimento. Elena è una di loro, suo figlio sta scontando la pena nel carcere di Foggia, uno dei penitenziari al centro delle rivolte delle scorse settimane

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"Nemmeno per un istante ho provato la tentazione di abbandonare mio figlio di fronte alla sua condanna". Le parole della mamma di un detenuto hanno commentato la IV stazione ("Gesù incontra la Madre") dell’ultima via crucis in una piazza San Pietro deserta. Sono tante le madri che hanno conosciuto lo stesso sentimento. Elena è una di loro, suo figlio sta scontando la pena nel carcere di Foggia, uno dei penitenziari al centro delle rivolte delle scorse settimane

"Nemmeno per un istante ho provato la tentazione di abbandonare mio figlio di fronte alla sua condanna". Le parole della mamma di un detenuto hanno commentato la IV stazione ("Gesù incontra la Madre") dell’ultima via crucis in una piazza San Pietro deserta. Un racconto intimo e personale, ma allo stesso tempo condiviso da molte famiglie, da molte donne. Sono tante le madri che hanno conosciuto lo stesso dolore e lo hanno scavato, trovando la forza di non piegarsi di fronte a una sofferenza così grande. Elena è una di loro. È la madre di un uomo detenuto nel carcere di Foggia, ormai da oltre dieci anni. Punto di riferimento di una famiglia ferita e di un figlio mai perduto porta, da quel giorno di molti anni fa, “un macigno”, con coraggio e dignità.

Elena, l’emergenza sanitaria preoccupa particolarmente nelle carceri. Nel giorno della notizia del lockdown in molti Istituti sono scoppiate rivolte. A Foggia, un gruppo di detenuti ha distrutto alcune aree del Penitenziario, c’è stata un’evasione. Come ha vissuto quei momenti?
Con molta ansia. Avevo parlato al telefono con mio figlio proprio il 9 marzo, era tranquillo. Anzi, mi aveva detto che sperava che l’emergenza sanitaria potesse rientrare presto, per poter venire a casa in permesso. Invece, poco dopo, è scoppiata la protesta. Lo abbiamo appreso dai telegiornali, dai siti di informazione. Ho provato grande dolore nel vedere quelle immagini. Non ho pensato per un attimo che mio figlio potesse aver preso parte alla rivolta, lo conosco bene. Ero preoccupata per tutta la situazione e per il futuro di quei ragazzi che vedevo scappare. Cosa pensavano di fare? La violenza, la fuga non possono mai rappresentare la soluzione. Mi angosciava quella loro scelta.

Quando è riuscita a parlare con suo figlio?
Dopo alcuni giorni. Ho provato più volte a chiamare in Istituto, appresa la notizia della rivolta, ma non rispondeva nessuno. Stavano gestendo un’emergenza, ho compreso la situazione e quindi non ho insistito. Ci ho riprovato due giorni dopo e mi ha risposto un agente molto gentile. Mi ha rassicurata e mi ha detto che avrei potuto parlare con mio figlio appena ripristinata la normalità. Così è stato. Era molto provato, ma stava bene. Anche lui non ha condiviso la scelta violenta. È difficile vivere il carcere con una pandemia in corso, ma non era quello il modo di rivendicare i propri diritti. Questo mi ha detto mio figlio.

Dagli inizi di marzo sono stati sospesi i colloqui, i permessi ed altri benefici, proprio per prevenire i contagi. Come avete riorganizzato i contatti a distanza?
L’Istituto consente più telefonate a settimana. Abbiamo iniziato con due, poi diventate tre. Inoltre, da qualche tempo ci è concesso un quarto contatto con videochiamata. Che sollievo poterlo vedere, almeno in video. Sa, noi non abbiamo mai preteso nulla. Abbiamo imparato ad accontentarci e, in un momento così difficile, sentirlo quattro volte a settimana va bene. L’importante per noi è che stia bene, fisicamente e psicologicamente. La preoccupazione c’è sempre, ma lui è un combattente. Anche noi non ci siamo mai arresi e abbiamo sempre affrontato il mondo esterno, il suo giudizio.

La comunità spesso non si dimostra pronta a riaccogliere le persone che hanno avuto problemi con la legge. I pregiudizi sono lame affilate anche per le famiglie…
Sì, è vero. Ma noi abbiamo creato una sorta di strato di protezione, fin dall’inizio. Lo abbiamo fatto per una forma di rispetto nei confronti del dolore di mio figlio, della vittima e dei suoi familiari. Sono eventi che non dovrebbero mai accadere, ma purtroppo fanno parte della storia dell’umanità. Non è una forma di giustificazione, il male non è mai giustificabile. La colpa si può espiare, ma non si può cancellare con un colpo di spugna.

Dal giorno dell’arresto come è cambiata la vostra vita?
All’inizio non è stato facile affrontare il dolore. Quando viene arrestato un tuo caro è come se ti scoppiasse una bomba in casa. Ti sembra di non riuscire a sopportare tanto dolore, non hai la lucidità per capire cosa sta accadendo. È come se qualcuno ti prelevasse da una barca e ti buttasse in mare. Hai solo due possibilità: andare giù oppure iniziare a muoverti, per cercare di arrivare alla riva. Io ho scelto la seconda opzione.

Cosa si fa una volta giunti alla “riva”?
Si cerca di capire, senza colpevolizzazioni. Ci siamo posti tante domande, come genitori. È un nostro figlio, noi abbiamo fatto e facciamo parte della sua vita in maniera piena. Ci si chiede se e in cosa si è sbagliato. Cosa non andava, perché non si è confidato con noi?

Siete riusciti a trovare risposta alle vostre domande, a distanza di tanti anni?
Non per tutte, alcune sono rimaste senza risposta. Abbiamo capito però che il bene primario è la vita di nostro figlio, che dobbiamo preservare il benessere della famiglia. Mi sono detta: è successa questa cosa, grave, ma dobbiamo andare avanti. Abbiamo pianto tanto, non glielo nego, a volte mi capita di piangere ancora; alcuni giorni sono ancora no, ma va meglio. Prima sentivo il peso di un macigno; oggi che può accedere ai benefici, qualche sassolino da quel masso sono riuscita a toglierlo. Non bisogna arrendersi, anche se c’è sofferenza, ma neanche fare finta di nulla.

Quale messaggio si sente di consegnare alle madri che si trovano nella sua situazione di dieci anni fa?
Vorrei dire loro di non abbandonare i figli, di essere presenti, di saper ascoltare. Ciò non significa giustificare le azioni sbagliate: bisogna sempre guardare alla realtà, non averne paura e ragionarci su, per essere migliori. Bisogna capire dove si è creato quell’intoppo. Solo l’amore di una mamma, di un genitore può sostenere anche quando è tutto buio; è un amore che non giudica. Un amore che però va meritato, che richiede un cambiamento necessario per il bene di chi ha sbagliato e, di conseguenza, della famiglia. Chi non ha vissuto un dolore di questo tipo giudica, ma non può sapere cosa si prova. Io le dita contro le ho sentite, seppur puntate alle spalle. Ho sempre tollerato e ho sempre desiderato il bene per tutti. Mai, nemmeno una volta, ho augurato a qualcuno di vivere ciò che ho dovuto affrontare io.

Dove ha trovato la forza?
In mio figlio, proprio in lui. Ha sbagliato, poteva vivere diversamente gli anni della sua giovinezza. In quelli trascorsi in carcere ha molto riflettuto, lo abbiamo fatto tutti. E io ho avuto una conferma: è il figlio che conoscevo. Non è lui che sta cambiando, sta modificando il modo di percepirsi. Prima si nascondeva agli altri, a se stesso.

Non tutti i genitori scelgono di stare vicino a un figlio che ha sbagliato, che ha commesso un reato, che ha ucciso...
I genitori sono sempre un esempio. Non mi reputo migliore degli altri, assolutamente no. Ma credo che il nostro ruolo debba essere quello di amare, donarsi. Nei confronti dei figli, tutti, bisogna essere educatori, ma senza imposizioni. Il bene di un genitore può essere più forte del male. Non bisogna avere il timore di guardarli e guardarsi negli occhi. Non si possono abbandonare (si commuove), questo non si può fare.

Lei ha altre figlie, non deve essere stato semplice per e con loro…
Non lo è stato, infatti. I primi tempi sono stata sempre accanto alle mie figlie, soprattutto alla più piccola. Vivevo con la morte nel cuore, ma c’ero. Le ripetevo che non dovevamo piangerci addosso, che loro fratello, nostro figlio era vivo, sarebbe tornato. I miei momenti di sconforto erano e sono solo miei. Siamo molto uniti, ci adoriamo, ma certe cose vanno affrontate da soli.

Suo figlio ha iniziato ad accedere ad alcuni benefici, prima dello stop a causa dell’emergenza sanitaria. Come pensa sarà questa nuova fase della sua vita?
Sta iniziando a conoscere un mondo diverso da quello che ha lasciato, quando è entrato in carcere. Allora era poco più che un ragazzino. Deve iniziare a viverlo da persona adulta, molto più consapevole di prima. Deve imparare che la vita è questa, ci sono variabili, si vivono scossoni. Dovrà capire come gestire anche l’imprevedibilità. È sempre lui l’artefice del suo destino: ha sbagliato, ha pagato e sta pagando. Non si cancella ciò che è successo, ma non lo si può condannare per sempre. È importante che anche lui possa accettare ciò che è accaduto, perdonarsi, al di là della condanna.

In questo percorso di riflessione e crescita la detenzione che ruolo svolge, è utile?
Non lo è se isola. Chi sbaglia deve pagare, ma nel modo giusto. L’isolamento non può essere un obiettivo, annulla la persona. L’ergastolo è una condanna terribile, noi lo sappiamo. Poi, nel nostro caso, la situazione è cambiata, ma in quel momento solo la fede è riuscita ad aiutarmi. Mi ha dato la forza credere in qualcosa di superiore. La preghiera, la famiglia e il lavoro mi hanno fatto sopravvivere a quella sentenza. Una detenzione senza riflessione, opportunità, che non consente di mettersi alla prova e riscattarsi, non può servire.

C’è un tema molto delicato, che ho spesso affrontato nelle mie interviste in carcere: la vittima e il perdono. È possibile secondo lei?
Ci ho riflettuto tanto, lo faccio ancora (fa una lunga pausa). Ma io sono dall’altra parte… Le vittime e i loro cari meritano il massimo rispetto. Serve tempo, molto tempo per curare le ferite. E forse, in alcuni casi, pensare di poter chiedere perdono è troppo…

Ho conosciuto Elena alcuni anni fa, in carcere, durante un’attività trattamentale aperta ai familiari. Era, è una donna molto riservata, come tutta la sua famiglia. Solo per questo motivo, abbiamo deciso insieme di utilizzare un nome di fantasia. Tutto il resto è racconto di vita vera: la sua, la loro.


*Giornalista, operatrice del CSV Foggia, è volontaria negli Istituti Penitenziari di Foggia e Lucera e dell’ULEPE di Foggia. Con edizioni La Meridiana ha pubblicato “Colpevoli. Vita dietro (e oltre) le sbarre” e “Solo Mia. Storie vere di donne”

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