Gaël Giraud

La transizione ecologica? Per Draghi è l'unica possibilità di sopravvivenza politica

24 Febbraio Feb 2021 1606 24 febbraio 2021
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Economista, gesuita, da poche settimane è al timone del nuovo Centro per la giustizia ambientale della Georgetown University di Washington. Il suo libro “Transizione ecologica. La finanza al servizio della nuova frontiera dell’economia” è tra i testi principali dell'ecologismo globale e ha ispirato il nome del nuovo dicastero del nuovo governo italiano. Lo abbiamo incontrato

«La transizione ecologica sarà la chiave di volta anche per la creazione di nuovi posti di lavoro». Ne è certo Gaël Giraud, classe 1970, economista, gesuita, da poche settimane al timone del nuovo Centro per la giustizia ambientale della Georgetown University di Washington. In passato è stato chief economist all’Agence Française de Développement. Direttore di ricerche al Cnrs (Centre national de la recherche scientifique), fa parte del Centro di Economia della Sorbona, del Laboratorio d’Eccellenza di Regolazione Finanziaria e della Scuola di Economia di Parigi.
Con “Transizione ecologica. La finanza al servizio della nuova frontiera dell’economia” edito da Emi ha vinto in patria il Prix Lycéen du libre économique mentre in Italia ha ottenuto il Premio Biella Letteratura e Industria. È uno dei testi di maggiore rilevanza del movimento ecologista globale. Al titolo del testo di Giraud si ispira anche il nome del nuovo ministero che Mario Draghi ha affidato a Roberto Cingolani. L'intervista è stata realizzate in occasione di un incontro web organizzato insieme ai colleghi Massimo Ramundo, redattore di Nigrizia; Cinzia Vecchi, direttrice organizzativa del Festival Francescano e Lorenzo Fazzini, direttore di Editrice missionaria italiana.

Cosa si intende per transizione ecologica?
In sostanza significa quattro cose: sostituzione degli idrocarburi fossili con fonti da energia rinnovabile; rinnovamento termico degli edifici in modo da renderli energeticamente positivi o almeno neutri; garantire la mobilità verde attraverso l’incremento dell’utilizzo del trasporto su ferrovia per passeggeri e merci; inventare l’agro-ecologia (senza fosfati e senza fossili) e l’industria verde. Questo sarà il passaggio più complicato. Pensate solo alle tecnologie. Per 40 anni abbiamo “elettronizzato” le nostre vite, ma queste meraviglie difficilmente possono essere riciclate. E invece l’orizzonte è verso un sistema di economia circolare. Sarà la quarta rivoluzione industriale.

Un’industria verde senza tecnologia?
Tutt’altro. Abbiamo bisogno della tecnologia, ma di un’altra tecnologia non di quella utilizzata fin’ora per la miniaturizzazione di oggetti difficilmente riciclabili. Dobbiamo puntare a un’industria che venda servizi non solo oggetti. Penso per esempio agli pneumatici che una volta venduti e utilizzati vengono restituiti al produttore per essere riciclati. Ma non solo, oggi abbiamo bisogno di oggetti fabbricati in modo da poter essere facilmente riparabili e riciclabili. Tutto deve poter essere riciclato: energia, acqua, minerali, rifiuti… In questa quarta rivoluzione industriale abbiamo bisogno di un’industria a bassa tecnologia che risparmi energia, minerali, acqua e biomassa e per questo abbiamo bisogno del progresso tecnologico.

Chi pagherà?
Questo è il punto. Questo processo costa decine di miliardi di euro ogni anno. Il settore privato da solo non ce la può fare. Il primo passo sarebbe quello di introdurre una carbon tax sulle importazioni simile a quella che era stata raccomandata dalla Commissione Stern-Stiglitz alla quale io ho contribuito. Almeno cento euro/tonnellata nel 2030 per poi arrivare a 300 euro per tonnellata. Lo Stato avrà un ruolo centrale, ma, soprattutto in Italia dove il debito pubblico è al 160%, sarà fondamentale il supporto della Bce, che potrebbe cancellare il debito pubblico italiano in suo possesso liberando risorse da investire nella transizione ecologica. Poi serve una tassazione continentale (carbon tax, tassa sulle transazioni finanziarie) per finanziare un green new deal europeo.

In Italia il nuovo ministero della Transizione ecologica è ai nastri di partenza. Nella sua Francia, che ci ha anticipato di 6 anni, il ministero pare finito su un binario morto. Rischiamo di fare la stessa fine?
L’esperienza francese di un ministro della transizione ecologica non è stata solo negativa, per esempio nel 2015 questo ministero ha approvato un’importante legge di transizione che se fosse stata attuata correttamente avrebbe dato frutti importanti. Il problema è l’attuale governo Macron che non vuole investire su questo percorso. Ma in Italia un grande piano per la riconversione ecologica del Paese è l’unica possibilità di sopravvivenza politica per Mario Draghi. Altrimenti farà la fine di Mario Monti. In questo senso il ruolo attivo della società civile sarà fondamentale.

Lei sostiene che le aziende non possono fare tutto da sole, ma che ruolo avranno in questo processo?
Per cambiare il nostro modello economico, abbiamo bisogno delle imprese. Ho un dialogo aperto con diversi imprenditori e manager italiani, in particolare nel nord del Paese. Alcuni di loro sono perfettamente consapevoli del percorso da fare. L’Italia poi può contare su scuole scientifiche e di ingegneria di altissimo livello e su una società civile vivace e attenta su questi temi.

Se fosse nel ministro Cingolani quale segnale darebbe per primo?
L’innovazione termica degli edifici e a seguire un piano di mobilità verde. Queste due cose si possono incominciare a fare da subito.

Le file di fronte alle mense per i poveri sono sempre più lunghe. I dati sull’occupazione rischiano di andare fuori controllo. La chiusura di industrie tradizionali non rischia di costare tantissimo sul versante del lavoro?
Il rinnovamento termico degli edifici, la mobilità verde, l’industria verde sono progetti ad altissima capacità di creazione di posti di lavoro. Lavori verdi e dignitosi. Le energie rinnovabili sono tutte meno produttive del petrolio e quindi se si sostituisce il petrolio con queste fonti ci sarà bisogno di più mano d’opera. Il vero nemico dei posti di lavoro è il petrolio. In un mondo ecologicamente sostenibile, ci sarà poco spazio per i robot. La vera domanda non è quanti posti perderemo, ma dove troveremo la manodopera necessaria. Tanto più che si tratterà di lavoro non delocalizzabile.

Lei è contro lo sviluppo tecnologico?
Per niente. L’industria verde avrà bisogno di tecnologia, ma non sarà quella dei cellulari per esempio. In Francia stiamo lavorando a un importante progetto sul fotovoltaico organico. La mia prospettiva non è assolutamente affiancabile a quella dei sostenitori della decrescita.

Chi sono oggi i nemici della transizione ecologica?
Soprattutto le banche che hanno in pancia attivi legati alle energie fossili, che in una prospettiva green perderanno valore. Abbiamo bisogno di trovate una soluzione a questo problema. La chiave ancora una volta può essere la Bce che potrebbe acquisire questi crediti deteriorati. Le banche da sole non possono farle.

Chi sono invece gli amici?
Tutti gli altri e specialmente i poveri. Perché i poveri hanno capito che la salvezza è la transizione ecologica. È chiaro il messaggio della Laudato Si’: il grido della terra e il grido degli poveri è lo stesso. Ecco: gli amici sono la creazione e i poveri

È ipotizzabile una transizione ecologica in un solo Paese, senza coinvolgere Stati Uniti e Cina?
La locomotiva non può che essere l’Europa, Usa e Cina verranno dopo. In Europa ci sono i soldi, la tecnologia, i migliori ingegneri del mondo e la cultura. Aspetto fondamentale, perché consente alla popolazione di comprendere il cambio paradigmatico di una tecnologia della sobrietà, che negli Stati uniti per esempio non è concepibile. Almeno per ora.

La Next generation Eu va nella direzione giusta?
In modo ambivalente. La Commissione Ue parla di crescita verde. Ma la crescita verde è una contraddizione in termini. Dobbiamo mettere sul piatto azioni concrete. Ribadisco: la rinnovazione termica degli edifici, la mobilità verde, l’agro-ecologia e una industria verde. Però tutto questo non fa parte della prospettiva della Commissione europea.

Come cittadini e consumatori possiamo agevolare questo processo?
Gli adulti in buona salute possono diventare vegetariani, quando c’è il treno possiamo rinunciare all’aereo. Possiamo consumare prodotti bio e a chilometro zero. Un prodotto che arriva dalla Cina produce molta più Co2 di un prodotto domestico.

I prodotti bio però costano di più…
È vero. Oggi non tutti sono in grado di pagarli, perché manca il lavoro, non perché sono cari. Se portiamo davvero a termine il processo di transizione economica, i tassi di occupazione saranno molto più alti e tutti si potranno permettere prodotti più sani e salutari per il corpo e per l’ambiente.

In questi mesi stiamo attraversando una pandemia e l’obiettivo di tutti è la salute. Come si coniuga questo bisogno con la transizione ecologica?
La salute è un bene comune. Non si può privatizzare la salute o aspettarsi che solo gli stati se ne occupino. Per sbarazzarci del Coronavirus abbiamo bisogno di un coordinamento infallibile tra tutti gli Stati, dobbiamo ripetere l’impresa compiuta negli anni settanta quando abbiamo sradicato il vaiolo in tutti gli stati. Pensiamo anche alle pandemie che probabilmente si moltiplicheranno a causa del riscaldamento globale. Non sarà né il settore privato da solo, né lo stato da solo che potrà gestire la salute come un bene comune globale o l’ambiente o la biodiversità o la cultura. Un esempio molto interessante è il Dndi (Drugs for Neglected Diseases Iniziative), è una piattaforma creata dieci anni fa a Ginevra in Svizzera per lottare contro le malattie trascurate dal settore farmaceutico privato perché i pazienti non sono solventi. La Dndi porta al tavolo dei negoziati gli stati sovrani, le Ong e i rappresentanti di Big Pharma, i rappresentanti privati. Oggi Dndi riesce a distribuire una terapia per l’epatite C in Egitto per 300 dollari invece dei 3mila euro che costa in Europa. Questo è un esempio di un’istituzione a livello globale che tratta della salute come bene comune, come ibridazione dello stato, della società civile e del settore privato e mi sembra che dovremmo ispirarci a questo tipo di istituzione ibrida né puramente privata, né puramente statale per costruire un’organizzazione mondiale della salute e dovremmo fare esattamente lo stesso per gli altri beni comuni: la cultura, l’ambiente, la biodiversità ecc.

Gli ultimi documenti di Papa Francesco dalla Laudato si’ alla Fratelli tutti hanno al centro le questioni ambientali, lei è un sacerdote della Compagnia di Gesù oltre che un economista…
Quello che posso dire è che la transizione ecologica non è un’appendice opzionale dell’esperienza cristiana, è al centro della nostra relazione con la creazione e quindi con Dio. Per me oggi non si può essere cristiani e non essere ecologici.


Immagine di @Alain Goulard pour l'Agence Française de Développement

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