Gianni Maddaloni

«Per Scampia sogno una cittadella dello sport»

26 Marzo Mar 2021 1209 26 marzo 2021
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La Star Judo Box del maestro Gianni Maddaloni è una palestra che accoglie tutti: bambini con disabilità, detenuti, i “difficili”. E il suo lavoro a Scampia fa la differenza: «Io non uso la cintura nera, ma quella della pace», dice Maddaloni. «Le ragazze e i ragazzi del quartiere hanno bisogno di una guida, non di essere stigmatizzati ed emarginati»

“È chiaro questo?”, “Mi sono spiegato?”. Gianni Maddaloni, padre dell’oro olimpico Pino, lo ripete alle fine di ogni frase. Quelle domande scandite bene, dette piano, assomigliano ad una richiesta sincera di mettersi dalla parte della comprensione. Ti sta chiedendo di lasciare a casa i giudizi, e soprattutto i pregiudizi, e guardare le cose per come sono, né meglio, né peggio. Difficili e non scontate, difficili ma con un’umanità che le attraversa. Come la vita a Scampia, come la vita di Scampia, periferia nord di Napoli. Qui le Vele, i sette palazzi, o ancora il Lotto P con le “case dei Puffi” - che dovevano essere case provvisorie, per tamponare l’emergenza abitativa dopo il terremoto dell’Irpinia nell’80, invece poi l’emergenza lo sono diventate - erano la roccaforte delle camorra che aveva aperto un “supermercato” della droga: 25 piazze di spaccio. Ma dopo la faida, una guerra di camorra tra i Di Lauro e gli “scissionisti” durata dal 2004 al 2006, con strascichi fino al 2008, Scampia è iniziata a cambiare, gli abitanti hanno detto basta. Ma la povertà è rimasta e il tasso di disoccupazione nel quartiere è del 61%. Senza opportunità di lavoro è difficile riscrivere il futuro. Oggi ci vivono poco più di 40mila abitanti residenti, una stima al ribasso. A loro si aggiungono le migliaia di famiglie che, in mancanza di alternative, occupano le case, e una consistente comunità Rom che sta in un campo costruito nel quartiere. In questo pezzo di Napoli, che lega il centro della città all’hinterland, sono le persone che fanno la differenza. Gianni Maddaloni e la sua “Star Judo Club Napoli”, una palestra che accoglie tutti: ragazzi con disabilità, detenuti, i “difficili” che non hanno una guida, fa la differenza. «Io non uso la cintura nera, ma quella della pace», dice Gianni. «Lo sport è pace, non è guerra».

Ha sempre vissuto nel quartiere?
Io sono nato in questo quartiere, nel Rione San Gaetano. Da piccoli eravamo quasi obbligati a scendere in strada. Eravamo otto figli e vivevamo in una casa popolare di 50mq. E giù iniziava la battaglia, si chiamava la “crocchia”, tanti ragazzi si scagliavano su un solo bambino: dovevi imparare a difenderti e io con il tempo sono diventato prima un bravo incassatore, le prendevo sempre, e poi ho imparato a scegliere i compagni. Nel rione eravamo più di 20mila bambini…Quando avevo 16 anni mio padre ebbe un incidente in vespa. Lo portarono d’urgenza all’Ospedale Cardarelli: si spaccò il fegato. C’era bisogno di un maschio che rimanesse con lui in ospedale per la notte e io ero l’unico disponibile, l’unico della famiglia abbasta grande. Che notte d’inferno. Morì tra le mie braccia, aveva 52 anni. Sono invecchiato all’improvviso, in una sola notte. Non mi uscì una lacrima, e questa cosa l’ho pagata con il tempo. Ma come potevo piangere? Mia madre aveva solo 45 anni, l’ultimo dei miei miei fratelli 12 mesi. All’epoca studiavo per diventare meccanico d’auto, ma abbandonai le mie ispirazioni, lascia l’officina e partii per Frosinone, per guadagnare inizia a fare l’operaio. Tornavo a casa ogni 15 giorni e portavo a mia madre 150mila lire ogni volta. “Mi porti più soldi tu di quelli che portava tuo padre”, mi diceva lei.

E Poi, com’è nata la Star Judo Box?
A 18 anni ho trovato lavoro come custode all’Ospedale Policlinico, un bel lavoro. Quindi torno a vivere a Napoli e mi iscrivo in una palestra di Secondigliano. Quella scelta mi ha cambiato la vita: al momento giusto ho trovato un uomo giusto, per me è diventata una figura paterna, un maestro che mi ha insegnato regole e valori.

A 18 anni mi sono sposato e a 20 ho avuto Pino, il mio primo figlio, poi è nata Laura e poi Marco, loro dal primo matrimonio. La famiglia si è allargata con il secondo matrimonio: due figli della mia seconda moglie, poi un'altra bambina e un bambino, Brayan, adottato tanti anni fa (sorride ancora ndr). La mia è stata una vita veloce, piena di soddisfazioni e sacrifici enormi (sorride ndr). Ho abitato per 10 anni anni, dal 1983 al 1993, nella vela Marrone, ora è stata abbattuta. Ci hanno abitato anche i miei primi tre figli, si dovevano forgiare.

Spendevo tutto quello che avevo per portarli a fare stage in giro per il mondo, io non parlavo una parola d’inglese, ma la cosa che contava più di tutte era che i miei figli potessero fare esperienza. Nel 1991 il mio primo figlio disse “Papà voglio una palestra mia, anche uno scantinato. Voglio vincere le Olimpiadi”. Ho fatto 80 milioni di debiti per questa palestra in uno scantinato. Ma mio figlio mi ha ripagato di tutto, è stato di parola. E quando ha vinto nel 2000 le Olimpiadi a Sydney ho pianto per 45 minuti di fila.

Cosa è cambiato dopo il successo?
Per me niente. Diverse volte hanno provato a farmi lasciare Scampia. Una volta mi portarono a Giugliano per mostrarmi una palestra bellissima, nuova, molto grande. “È tua se vuoi”, mi dissero. Ma io mi guardavo attorno e non vedevo le vele, non c’erano i palazzoni, non c’era Scampia. Per dedicarmi al Judo e per poterlo fare in modo indipendente, come dicevo io, come volevo io, ho continuato a lavorare come autista nelle ambulanze e come portiere. La Star Judo Club Napoli è nata per rendere possibile la realizzazione di un desiderio di bambini e famiglie del quartiere, per la costruire una società civile attraverso lo sport, la cultura e la legalità.

Perchè bisogna restare a tutti i costi nonostante le difficoltà?
Perchè è la nostra natura, la natura della mia palestra. Vogliamo vivere e lavorare nei posti dove c’è tanta brava gente. Si parla delle Vele come luoghi di criminalità. Ma è stato il sistema che si è abbattuto sul quartiere che ha costruito la criminalità. Sono state le scelte politiche sbagliate che hanno letteralmente accatastato migliaia di persone dove potevano starcene solo centinaia. Sono quelle stesse scelte che ci hanno lasciato senza nessuna possibilità di lavoro. Ma parliamoci chiaro, quando un bimbo ha il papà in carcere, non ha riferimenti, quante possibilità ha quel bimbo di diventare un uomo onesto?

Oggi collaboriamo con il Ministero della Giustizia, siamo impegnati nel reintegro di giovani minori e detenuti. In 12 anni da qui sono passati 558 detenuti, mi aiutano a sistemare la palestra. Collaboriamo anche con il tribunale dei minori, mi mandano i ragazzi che hanno commesso piccoli reati. Dai noi arrivano i bambini con disabilità e i bambini autistici. La mia è una palestra aperta a tutti e funziona così: chi non può prende, chi può paga solo una piccola quota sociale che ci aiuta a mandare avanti la palestra. Prima del Covid erano 600 le persone che venivano in palestra, solo 150 pagavano una quota sociale. Un bambino che impara le regole dello sport, impara anche quelle della vita: a rispettare le donne, a rispettare i ruoli, gli anziani. La criminalità si combatte con i modelli positivi. Ogni settimana, da quando è iniziata la pandemia, prepariamo e distribuiamo pacchi spesa per le famiglie dei quartiere. Nessuno qui viene lasciato solo.

Il prossimo sogno?
Io credo che Dio esiste e di sogni miei ne ha realizzati un bel po’. Da Milano per esempio una famiglia che vuole restare anonima continua a fare donazioni alla palestra e questo ci permette di andare avanti. Il prossimo sogno è avere una cittadella dello sport a Scampia, non è un sogno che faccio per me, ma è un sogno che faccio per il quartiere. E quando sogni per gli altri allora stai sicuro che si avvera.

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