Marco d'Eramo

«Pur di non ammettere di aver perso la guerra, gli americani hanno perso due volte»

3 Settembre Set 2021 1431 03 settembre 2021
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In Vietnam, gli americani persero la guerra ma "vinsero" la pace. In Afghanistan hanno perso su entrambi i fronti. Che cosa è successo? Forse è davvero tramontata l'epoca del soft power americano? In Afghanistan, spiega d'Eramo, «contrariamente a quanto era sempre avvenuto nella loro storia, gli americani hanno condotto una guerra rozza, come metodi coloniali inglesi». Pagandone le conseguenze

I racconti si inseguono, le narrazioni si moltiplicano, le storie si sovrappongono. Nel suo manuale di contro insurrezione, tuttora in uso nell’esercito, il generale David H. Petraeus, per circa un anno tra il 2010 e il 2011 a capo delle operazioni in Afghanistan, spiega che le idee – e le ideologie – sono un fattore altamente motivante: per questo chi occupa, non meno di «chi insorge recluta appoggio popolare attraverso ideologie». Il meccanismo centrale di queste ideologie, quello attraverso cui «sono espresse e assorbite è la narrativa». Lo storytelling. Uno storytelling che diventa «schema organizzativo» di tutta le realtà. Storytelling da sempre considerato cruciale in quelle che gli americani chiamano morale operations: forme di racconto che costruiscono storia, identità, senso e consenso. Perché le armi arrivano fino a un certo punto.

Ma è proprio su questo terreno – del senso e del consenso – che, dopo averla persa sul campo, gli americani hanno perso la loro ultima guerra. Ne parliamo con Marco d’Eramo, giornalista, attento osservatore di politica internazionale, sociologo di rigorosa formazione, che a questo tema ha dedicato il primo capitolo del suo ultimo libro Dominio. La guerra invisibile dei potenti contro i sudditi, edito da Feltrinelli.

Marco d'Eramo

Che cosa è accaduto allo storytelling della guerra?
Partiamo da una constatazione banale, ma non scontata: lo storytelling funziona se, dietro, c’è un impegno reale. Il Piano Marshall, che non a caso è stato più volte evocato in queste settimane, ha funzionato anche sul fronte del racconto.

Ha funzionato, da un lato, perché c’è stata una pianificazione molto più strategica di quella attuale, dall’altro perché nelle basi americane in Europa c’erano milioni di persone, rimaste fino alla fine della guerra fredda, non poche centinaia di migliaia come in Afghanistan. Questo sul piano materiale, mentre su quello specifico delle “narrazioni” col Piano Marshall si assistette a un dispiegamento incredibile di soft power.
In un suo libro bellissimo, L'impero irresistibile. La società dei consumi americana alla conquista del mondo (Einaudi, 2006), la storica Victoria de Grazia racconta questa evoluzione che, in gran parte, fu legata all’emersione della società dei consumi. I primi elettrodomestici e i primi supermercati, arrivati in Europa con gli americani in Europa, contribuirono a costruire un nuovo immaginario…

Agli americani è venuta meno la sagacia del soft power

Marco d'Eramo

De Grazia racconta un episodio illuminante in questo senso: alla fine degli anni Cinquanta, con il disgelo tra Stati Uniti e Unione Sovietica, si decise di avviare uno scambio di esposizioni tecnologiche. In una di queste esposizioni, i sovietici arrivarono a New York con gli astronauti, i reattori nucleari, le navicelle spaziali, mentre gli americani andarono a Mosca con… una cucina, attrezzata con tutti gli elettrodomestici: il loro scopo non era mostrare i muscoli, ma sedurre. Sedurre la gente comune, partendo dalle massaie. Ci sono riusciti, almeno fino a oggi.

Tornando all’Afghanistan, si può dire che al di la di tutto sia mancato proprio questa capacità di penetrare sotto traccia e creare un nuovo immaginario, come era avvenuto con la società dei consumi alla fine della Seconda Guerra mondiale…
Quell’ intelligenza e quella sagacia, che era stata tipica del soft power americano, è venuta meno. Le nuove guerre, dall’Iraq all’Afghanistan, mostrano qualcosa di singolare: sono state condotte in modo arcaico e coloniale. Hanno seguito una via “inglese”, che non è parte della loro storia. Gli Stati Uniti, infatti, hanno conquistato il mondo rinunciando al modello coloniale europeo. In questo senso, hanno mostrato anche tutti i limiti che quel modello aveva. Il modello coloniale europeo è quello di un impero basato sul libro e sull’alfabetizzazione dell’altro (un senegalese o si assimilava, diventando francese, o restava fuori dal perimetro della “civiltà”: non aveva scelta).

Le nuove guerre, dall’Iraq all’Afghanistan, mostrano qualcosa di singolare: sono state condotte in modo arcaico e coloniale. Hanno seguito una via molto “inglese”, che non è parte della loro storia

Marco d'Eramo

Gli americani, invece, hanno inventato un tipo di influenza e di cultura per cui persino un fondamentalista saudita, che non parla una parola di inglese, è in qualche modo americano perché va da McDonald e si mette i blue jeans. Facciamo un altro esempio di soft power: miliardi di persone amano le canzoni americane senza capire una parola dei loro testi. La potenza di questa operazione era sintetizzata dalla potenza di un’espressione molto semplice: “il sogno americano”. Abbiamo mai parlato di “sogno tedesco”? O di “sogno cinese”? Gli americani hanno creato un modello di multidimensionalità e multinazionalità sovrapposta. Come in un club sandwich puoi essere messicano, ma nello stesso tempo americano. Ecco, tutto questo in Afghanistan non lo abbiamo visto.

Hanno forse dato per scontate troppe cose oppure, oltre, dell’autoinganno, c’è dell’altro?
Partiamo da un paragone che ha fatto versare molto inchiostro in queste settimane: "Kabul è la nuova Saigon", "l'Afghanistan equivale al Vietnam". Questo paragone non tiene conto di un dato fondamentale: gli americani, che pur "persero" la guerra col Vietnam, poi hanno vinto la pace.

La caduta di Saigon va letta in un quadro più ampio...
Un quadro che tenga conto del "dopo". Chiunque guardi lo skyline di Saigon, oggi, capisce che cosa è accaduto in quel "dopo".

Saigon (ora Ho Chi Min City)

Dopo cinquantasei anni dalla vittoria della guerra, il Vietnam è diventato una rotella nell’ingranaggio della globalizzazione. Gli operai vietnamiti producono per le multinazionali americane. Potevano fare questa operazione con l’Afghanistan, ma da un lato c’è stato un vizio sostanziale della classe dirigente americana che dipende moltissimo dall’elettorato: in questo momento, i no-vax in certe zone americane sono una vera e propria potenza elettorale e dettano la linea, influenzando molte scelte. Dall’altro lato, gli Stati Uniti si sono chiusi da tempo in un soliloquio: lo storytelling della guerra al terrore e al terrorismo non funziona. Non funziona più nell’immaginario, ma non ha mai funzionato nel concreto.

Marco d'Eramo

Dominio. La guerra invisibile dei potenti contro i sudditi (Feltrinelli, 2020)

Il terrorismo è infatti una tecnica di combattimento in uno scenario di guerra asimmetrica. Cosa significa, allora, fare guerra al terrorismo? Significa fare guerra a una tecnica di guerra asimmetrica? Lo capiamo il controsenso?
Evidentemente no… Le narrazioni contrapposte e banalizzanti ci stanno ancora seducendo, non ci rendiamo conto del ruolo che hanno avuto nell’evoluzione della catastrofe…
Il fatto che i talebani siano dei criminali cinici è fuori discussione. Ma questo non risolve il discorso, tantomeno i problemi. Partiamo da un’evidenza: in vent’anni di occupazione di americana, si è creata una microeconomia di dipendenza. Ci sono circa trecentomila persone la cui esistenza è legata, economicamente, alla presenza degli americani.

Considerando le famiglie, saranno circa un milione e mezzo. C’è, poi, un altro strato di popolazione – circa due milioni – di piccola borghesia che si à abituata a un modo di vita più agiato, se così si più dire. Su una popolazione complessiva di circa quaranta milioni di abitanti, abbiamo quindi quattro, forse cinque milioni di persone coinvolte nell’americanizzazione del Paese. Noi guardiamo questo frammento, non guardiamo il resto e fraintendiamo il tutto. In particolare, non guardiamo quei trentacinque milioni di persone che non sono state minimamente interessate ai processi di americanizzazione delle loro esistenze.

In sostanza, per tornare al paragone col Vietnam, è come se giudicassimo la fine di quell’esperienza partendo dai boat-people che, dopo la fine della guerra, fuggirono dal Paese e dai vietcong…
Non abbiamo visto milioni di afghani, per le strade, a protestare contro l’arrivo dei talebani. Molti hanno avuto paura, ma la maggioranza è stata in silenzio. Questo richiede una spiegazione non banalizzante, in un senso o nell’altro. Ovviamente non tutti gli afghani sono talebani, così come non tutti i vietnamiti erano vietcong ma resta il problema di capire cosa è successo davvero oltre e fuori dalle inquadrature ristrette solo sull’aeroporto di Kabul. C’è un’ipocrisia di fondo, che fa leva sulla commiserazione e sul patetico, che serve solo da autogiustificazione: evita di spiegare perché in questa guerra gli Stati Uniti, e l’Europa con loro, hanno perso.

C’è un’ipocrisia di fondo, che fa leva sulla commiserazione e sul patetico, che serve solo da autogiustificazione: evita di spiegare perché in questa guerra gli Stati Uniti, e l’Europa con loro, hanno perso

Marco d'Eramo

Tornando al tema della guerra condotta rozzamente, con metodi coloniali inglesi, c’è da considerare un’altra evidenza: gli americani erano stranieri occupanti. Pur senza diventare per questo talebani, a moltissimi afghani questa occupazione non piaceva. È un dato di fatto.

In tutto questo, improvvisamente, è come se fosse cambiata anche la percezione quasi salvifica che circondava Biden dopo le elezioni…
I democratici hanno dovuto far proprie le posizioni di Trump, sia sui talebani, sia sulla Cina. La posizione "America First" è un tema oramai trasversale a democratici e repubblicani. Per ragioni tattiche, perché altrimenti i democratici perderanno le prossime elezioni. Ma anche per ragioni strategiche: con i cinesi, probabilmente, gli Stati Uniti si erano spinti troppo avanti. Esistono comunque delle linee di continuità fortissime nella politica estera americana e noi non possiamo non tenerne conto, che ci piaccia oppure no.

Il terrorismo è una tecnica di combattimento in uno scenario di guerra asimmetrica. Cosa significa, allora, fare guerra al terrorismo? Significa fare guerra a una tecnica di guerra asimmetrica? Lo capiamo il controsenso?

Marco d'Eramo

Comunque, Biden si è messo in una posizione molti difficile, al di là dell’Afghanistan che tra qualche mese verrà dimenticato…

La comunicazione moderna funziona così: certe storie sappiamo come cominciano, ma ignoriamo come (e se) finiscono. Navalny? Aung San Suu Kyi? Bielorussia? Myanmar? E i rohingya?
Succederà lo stesso anche con Kabul. Ad esempio, Biden sta dicendo che bisogna contrastare la Russia ma da quanto ha incontrato Putin, a giugno, nessuno ha più parlato di Navalny. Biden, inoltre, ha dato il proprio assenso all’accordo, sbloccando la situazione sul Nord Stream 2, il gasdotto tra Russia e Europa…

Ha capito che non poteva mettersi contro Russia e Cina nello stesso momento…
O, meglio, non poteva spingere la Russia nelle braccia della Cina. L'Afghanistan si colloca in questo scenario, complesso ma non al punto tale da non poterlo comprendere. Solo che conviene consegnarsi a narrazioni di facciata. Narrazioni inconsistenti tenute in piedi solo per non ammettere di aver perso.

L'alternativa qual era?
Restare in eterno, cosa impossibile, o organizzarsi per far fluire apertamente quattro milioni di afghani in Occidente. Questa seconda ipotesi, se dichiarata, avrebbe creato tensioni fortissime con i vari Orban, Le Pen e via discorrendo.

I profughi arriveranno lo stesso...
Certamente, ma questo è un altro discorso. Un discorso che non è stato fatto chiaramente, perché non conveniva farlo. Un valore residuo, evidentemente, certe narrazioni lo contengono ancora: ci impediscono di guardare la luna, facendoci guardare il dito. Solo che alla fine finiamo per non vedere più né l'uno, né l'altra.

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