Marco De Masi

«Umanesimo e impresa: binomio vincente»

15 Giugno Giu 2022 1052 15 giugno 2022

Esiste una via verso un “umanesimo” d’impresa? A questa domanda risponde Marco De Masi nel libro “Il mestiere dell’uomo. Perché la cultura umanistica fa bene all’impresa italiana”

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Esiste una via verso un “umanesimo” d’impresa? A questa domanda risponde Marco De Masi nel libro “Il mestiere dell’uomo. Perché la cultura umanistica fa bene all’impresa italiana”

Oggi la tecnologia non fa – quasi – in tempo a entrare in azienda che è già stata superata da ricerche che ne migliorano le prestazioni, la facilità di applicazione e il risparmio energetico. Inoltre l’emergenza pandemica e la crisi climatica sono generatori di problematiche da risolvere, ma fungono anche da acceleratori per l’introduzione di un modo nuovo di guardare al futuro della cultura delle aziende. Il contesto in cui sono immerse le imprese italiane continua a cambiare, a dimostrarsi difficilmente decifrabile. Quali sono, per un capo, un CEO o un amministratore di una organizzazione complessa, gli strumenti per vivere meglio in questi nuovi ecosistemi, per essere più innovativi, e dunque più competitivi? Esiste una via verso un “umanesimo” d’impresa che sia anche digitale?

Al cuore della risposta a queste domande va dritto Marco De Masi, giornalista, italianista e manager del Boston Consulting Group, nel suo libro “Il mestiere dell’uomo. Perché la cultura umanistica fa bene all’impresa italiana” pubblicato da Luiss University Press.

Cosa intende quando parla, e scrive, di umanesimo?

La premessa doverosa è che la risposta dipende dall’ambito in cui scegliamo di muoverci. “Il mestiere dell’uomo” prova a cogliere le prospettive letteraria e d’impresa dell’umanesimo odierno, cercando di trasmettere un’idea semplice: alcune persone, aziende e istituzioni, più o meno consapevolmente, fanno propri certi tratti della cultura umanistica, trasformandoli in elementi di competitività.
Con il termine umanesimo, in storia della letteratura, ci si riferisce di solito a un periodo che va dalla seconda metà del XIV secolo alla metà del XV, che si sviluppa attorno all’arco di tempo che Benedetto Croce chiamava “il secolo senza poesia”, e che va dalla morte di Giovanni Boccaccio alla pubblicazione delle Stanze di Angelo Poliziano.

Quali sono i motivi per cui lei oggi parla di umanesimo in azienda?

Non è un caso che, proprio in questi anni, il termine umanesimo sia impiegato sempre più spesso per raccontare l’atteggiamento delle aziende che decidono, in tanti e differenti modi, di occuparsi in maniera continua dell’ascolto delle necessità di tutti i portatori d’interesse. La mia impressione è che si cominci a parlare di umanesimo in azienda intendendo la necessità di articolare una più puntuale riflessione sulle conseguenze che le attività di un’organizzazione articolata e complessa come un’azienda possono avere sulle persone, dentro e fuori l’organizzazione stessa.

L'intervista continua su Morning Future

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