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Presa diretta

L'atelier del maestro Guerriero dove l'imperfezione diventa design

22 Gennaio Gen 2016 1458 22 gennaio 2016
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Cosa ci fa un’archistar nel laboratorio di falegnameria di un Centro per disabili mentali? Per saperlo 
lo abbiamo seguito alla Sacra Famiglia di Cesano Boscone dove in 13 laboratori di terapia occupazionale lavorano 250 persone

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Alessandro Guerriero

«Alessandro, va’ in pensiùn! Va’ in pensiùn, va’!». La faccia di Angelo è tutta una risata, dagli occhi chiari che si strizzano a fessura, alle guance paffute che sembrano uscire dal contorno del viso. Accompagna la frase con un gesto della mano, e intanto finge di schivare una sberla che non gli arriverà mai. E giù di nuovo a ridere. È appena iniziato il turno delle 10.30 al laboratorio di falegnameria della Fondazione Sacra Famiglia di Cesano Boscone, e Angelo è seduto al suo banco di lavoro a carteggiare, mentre il pensionando Alessandro – giacca in lana cotta, cappello a zucchetto e pantaloni ampi – supervisiona il lavoro. Lui è Alessandro Guerriero, famoso designer e architetto ex presidente del Naba di Milano, e l’età della pensione l’avrebbe anche raggiunta, avendo superato i 70. Ma qui ha trovato una nuova giovinezza, anche nel rapporto con i disabili che realizzano le sedie che disegna. E di ritirarsi a vita privata non ha nessuna voglia. «O meglio, sto aspettando che si liberi un posto per fermarmi qui, con i ragazzi», confida. «Si sta talmente bene».

Entrare di mattina in questi tipici edifici di mattoni rossi e vetrate ampie e alte, che fanno precipitare la luce del giorno su macchine, tavoli e trucioli, è come essere catapultati in un’epoca in cui il lavoro era solo d’officina e di tornio. Qui si producevano, negli anni 60, diversi manufatti e componenti meccanici che venivano commercializzati all’esterno. A lavorare, all’epoca, erano i tanti orfani che vivevano qui e imparavano un mestiere utile alla vita. Oggi nelle stesse strutture (di cui Guerriero si è innamorato a prima vista, intuendone le enormi potenzialità) si svolgono alcune delle attività dei 13 diversi laboratori di terapia occupazionale gestiti dalla Fondazione: 250 persone in totale su quattro turni. Falegnameria e ceramica sono quelli che hanno vissuto, da febbraio in avanti, le trasformazioni più incisive, fino a diventare fucine di creatività decisamente fuori dagli schemi e a incontrare, lungo percorsi impensabili fino a qualche mese fa, importanti artisti, musei, aste ed esposizioni.

Il senso non importa

Una grande insegna di legno con scritto a rilievo “Atelier” sormonta la falegnameria, a cui si accede attraversando un corridoio ingombro di librerie, sedie e vetrine in stile shabby chic. «Abbiamo esposto i nostri lavori alla fiera dell’Artigianato, in dicembre», spiega il responsabile del settore terapia occupazionale, Stefano Albini, «e prima siamo stati al Salone del Mobile. I ragazzi sono sempre in fibrillazione». E che qualcosa di eccezionale sia avvenuto e continui ad accadere lo si capisce subito, perché in mezzo al laboratorio troneggia una sorta di totem a tre piani, con nere mensole elicoidali e cerchi di luci a led, eredità della fiera. «Ciao, ciao», salutano i lavoratori senza distrarsi troppo, consci dello sguardo tra il benevolo e il burbero degli istruttori. Qui si producono sedie – nessuna uguale all’altra, dichiaratamente imperfette, per un occhio profano “sbagliate” – e altri oggetti più piccoli ideati al momento per riutilizzare gli avanzi di produzione.
Al banco dei carteggiatori Angelo lima i suoi alberelli piatti senza perdere il sorriso, mentre un tavolo più in là sono allineati barchette, teste di cervo, mani e speciali ritratti fatti con pezzi di legno e ricavati da disegni su commissione. Pare che ci sia la fila, anche da parte degli impiegati della Sacra Famiglia, per essere immortalati e in qualche modo “reinventati”. In questo spazio creativo infatti quello che conta non è tanto il risultato – che pure è godibilissimo – ma il tragitto che si compie per arrivarci. «Tutto è prodotto da loro», spiega Guerriero, «e non mi importa se ha un senso o no. Guardi queste specie di statuette che ricordano Pinocchio: i ragazzi le hanno chiamate “non so cosa sono” perché nessuno lo sa: nascono così, da un’idea un po’ pazza presa improvvisamente sul se- rio». E di essere presi sul serio hanno bisogno tutti i turnisti di oggi, Angelo, Carlos, Lorenzo, Davide, Giulio, per sentirsi vivi. Anche se non smettono un attimo di scherzare, e l'argomento preferito, manco a dirlo, è prendere in giro il grande capo: «Dov’è tua moglie?», gli chiede uno, e muove la mano obliqua su e giù come a dire: quando arriva per te sono guai. «Sono proprio bravi, ma certi giorni non hanno tanta voglia di lavorare», sorride Gino, l’istruttore in camice nero. «Capita a tutti, no?». Più in là, nell’attiguo laboratorio di ceramica, con le pareti a scaffali zeppe di stampi di tutte le forme e dimensioni, altri due ospiti della Fondazione stanno lavorando la creta, mentre poco distante a un tavolo rettangolare alcune signore infilano perline colorate. C’è Pina, 58 anni, che è velocissima a intrecciare serpentelli di creta per dar vita a ghirlande ornamentali, e vicino a lei c’è Alberto, capelli brizzolati e un’enorme montatura con lenti che gli ingrandiscono gli occhi. Si vede che è orgoglioso del suo lavoro di modellatore. «Chiedi, chiedi pure», dice, e alla domanda sulla sua età risponde entusiasta: «Sei anni!» Un’operatrice lo corregge con pazienza («Ti sei dimenticato il quattro davanti, Alberto...»), ma lui sorride ancora di più, accenna di sì con la testa e tira dritto. Sa di aver ragione, e non gli importa delle decine.

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Alberto

Alberto e Pina sono tra i disegnatori che hanno dato vita alla produzione principale di questo laboratorio, i bellissimi vasi dalle forme pulite e dalle fantasie difettose, anche in questo caso, che Guerriero ha supervisionato ma non deciso. In una stanza sono tutti allineati: c’è quello con il cielo stellato, quello con le faccine stilizzate, quello con le linee simil-Pollock e con i triangoli colorati, tutti scaleni.

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«Sono nati buttando sul tavolo le idee, in riunioni-happening dove era vietato porre confini al pensiero», racconta Guerriero. E così le faccine sono quelle degli ospiti, in cui ciascuno ha rivisto se stesso; il cielo è punteggiato di pennellate rotonde d’oro e d’argento; i triangoli hanno contorni sconosciuti al righello e colori accesi; le linee non sono dritte perché «chi le ha fatte non sapeva andare dritto, le ha tracciate come poteva, e un altro ha riempito alcuni spazi di nero perché non sapeva neppure fare le linee. Ma il risultato è eccezionale», conclude Alessandro ammirando l’opera in controluce.

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Normali meraviglie

La chiamano terapia occupazionale, anche se in questo caso non si tratta semplicemente di occupare il tempo, ma di riempirlo di senso. Un senso che aveva anche prima dell’inizio del progetto creativo (Normali Meraviglie, lo hanno battezzato), chiaramente, ma che si esprimeva in forme più scontate e meno personali. Nelle bacheche di vetro che nessuno ha osato sbaraccare sono raccolte alcune ceramiche che i disabili producevano fino a un anno fa: vasetti con motivi floreali, gufi, pagliacci... cose normali, non certo meraviglie. Un potenziale che covava sotto la cenere, aspettando l’innesco giusto.
Ancora saluti, ancora risate e pacche sulle spalle all’uscita, mentre insistono per regalarci un Pinocchio «così vi ricordate di noi». È solo il secondo turno, quello che precede il pranzo, ma il buonumore continua fi- no alle tre e mezzo, quando tutti smontano. Fuori, tra i vialetti e l’erba umida, un signore di una certa età – impermeabile in stile inglese e mente persa in chissà quali pensieri – nota subito la statuetta che portiamo via e si avvicina. Stop, deve dire qualcosa. «Ma non ha il naso molto lungo», osserva perplesso, guardandolo a una certa distanza da dietro gli occhiali. «Mi sa che quelli là hanno sbagliato. Non sono mica tanto bravi, sai?».

Tutte le foto sono di Antonio Mola