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Messico

Trump, il tuo muro non ci fermerà

8 Giugno Giu 2017 1141 08 giugno 2017
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Mezzo milione di persone ogni anno tenta di passare il confine tra Messico e Stati Uniti. Tra questi, il 92% subisce violenze quali percosse, furti, abusi sessuali, rapimenti. Medici Senza Frontiere cerca di assisterli e prestare loro cure mediche. E avverte: le misure di contrasto non funzionano (tantomeno i muri)

Mezzo milione di persone ogni anno affrontano un viaggio disperato, incontrando nel cammino condizioni estreme, violenze e pericoli: il viaggio dal Centroamerica verso gli Stati Uniti, via Messico. Vengono da El Salvador, Honduras e Guatemala, il cosiddetto “triangolo Nord del Centro America”, tra i paesi più pericolosi al mondo, caratterizzati da violenza sociale estrema, povertà e mancanza di prospettive future. Medici senza Frontiere dal 2012 assiste questi migranti e rifugiati in diversi punti del cammino migratorio in Messico, mettendo in campo medici, psicologi e assistenti sociali, dedicati all’ascolto, al trattamento delle patologie, e all’assistenza legale per riconoscere il loro stato di diritto e di vulnerabilità. E oggi cercano di attirare l’attenzione sul dramma di questi migranti attraverso un reportage fotografico e la testimonianza del coordinatore medico Msf in Messico, l’italiana Carla Denti.

«Nei nostri centri arrivano persone che raccontano storie terribili», dice, «fatte di lunghi percorsi a piedi per sfuggire da aggressori o controlli, interminabili viaggi in cima al treno merci, conosciuto come la Bestia, con il pericolo di cadere o essere gettati giú, temperature elevatissime o bassissime, fame. A tutto questo si aggiunge la stessa discriminazione, la stessa orribile violenza dalla quale scappano: assalti, furti, minacce, percosse, rapimenti, violenza sessuale, estorsioni. Ma questo non basta», continua la dottoressa Denti. «Credo che per le persone in fuga dalla violenza non ci sarà speranza di salvezza fino a quando i diritti di protezione e assistenza non verranno rispettati e garantiti, fino a quando tutti noi non saremo in grado di praticare un esercizio di umanità nel comprendere e nell’accogliere».

Senza prospettive

Bambini nel centro migranti di Tenosique. Quasi il 13% dei bambini sotto gli 11 anni sono stati identificati come minori che hanno viaggiato non accompagnati attraverso il Messico (senza un familiare o accompagnatore adulto)

Secondo i dati di Msf, gli abitanti dell’America Centrale costretti a scappare dalle violenze in Honduras, Guatemala e El Salvador sono vittime anche lungo la rotta migratoria verso gli USA e il Messico. Queste persone non hanno accesso completo alle cure mediche e sono costrette a confrontarsi con troppa violenza lungo la rotta e con politiche di deportazione aggressive che ignorano i loro bisogni di assistenza e protezione. «La violenza inarrestabile e le sofferenze emotive patite da tantissime persone in movimento verso gli USA non sono diverse da quelle vissute nelle zone di conflitto dove lavoriamo da decenni», afferma Bertrand Rossier, capo missione di MSF in Messico. «Uccisioni, rapimenti, minacce, reclutamento forzato da parte di attori armati non-statali, estorsioni, violenze sessuali e sparizioni forzate sono tutte realtà di guerra e conflitti affrontate anche dalle persone nella regione dell’America Centrale».

La Bestia

Un treno trasporto merci staziona sui binari vicino al centro migranti di Huehuetoca, a due ore a nord da Città del Messico. I migranti spesso salgono sui tetti di questi convogli (che chiamano "bestie") per percorrere tratti di strada

Il rapporto di Msf Forced to Flee from the Northern Triangle of Central America, a Neglected Humanitarian Crisis, prende in esame due anni di dati medici, interviste ai pazienti e testimonianze raccolte dalle nostre équipe attraverso consultazioni mediche dirette, e illustra l’estremo livello di violenza vissuto dalle persone che scappano dal "triangolo" del Centroamerica e il bisogno di cure e protezione lungo la rotta dei migranti e dei rifugiati.

Delle 467 persone intervistate, il 39,2% ha riferito di attacchi diretti o di minacce a loro stessi o ai loro cari, e di estorsione o reclutamento forzato da parte di gang come i principali motivi della fuga dai propri Paesi. Il 68,3% ha riferito di essere stato vittima di violenza durante il transito in Messico. In totale, il 92,2% dei migranti e dei rifugiati visitati dalle équipe di MSF tra il 2015 e il 2016 ha vissuto sulla propria pelle un evento violento nel Paese di origine o lungo la rotta. Inoltre, il nostro rapporto mostra come l’accesso alle cure sanitarie, ai trattamenti per la violenza sessuale e ai servizi di salute mentale durante il viaggio sia limitato o inesistente.

Accolte

Madri nel centro migranti di Tenosique. Tenosique

Nonostante siano vittime di alcune delle peggiori violenze perpetrate oggi nel mondo – denuncia ancora la ong - i migranti e i rifugiati provenienti dalla regione del Centroamerica sono ancora trattati nella maggior parte dei casi come migranti economici dai Paesi di destinazione, come il Messico o gli Stati Uniti. Le persone costrette a scappare hanno infatti accesso limitato alle procedure di richiesta di asilo, nonostante vi siano bisogni reali ed esista un quadro giuridico. «I tentativi di bloccare la migrazione rafforzando i confini nazionali e aumentando le pratiche di detenzione o deportazione forzate, così come li abbiamo visti in Messico e negli Stati Uniti, ignorano un’autentica crisi umanitaria e non frenano il traffico di migranti», conclude Bertrand Rossier. «Queste strategie hanno conseguenze devastanti sulle vite delle persone in movimento».

Non si fermano

Un gruppo di migranti originari del Salvador e del Guatemala leggono la mappa delle rotte dei migranti in Messico, nel centro migranti a Guadalajara

MSF chiede dunque ai governi nella regione — principalmente El Salvador, Guatemala, Honduras, Messico, Canada e Stati Uniti – di assicurare alternative migliori alla detenzione e un maggiore aderenza al principio di non-respingimento. Questi Paesi dovrebbero aumentare i nuovi insediamenti formali e le quote delle riunificazioni familiari, in modo che le persone che hanno bisogno della protezione internazionale, incluso l’asilo, possano smettere di rischiare le proprie vite.