Fabbrica 73
Diritti

Hemingway e la tragedia dimenticata delle operaie di Bollate

3 Giugno Giu 2018 0933 03 giugno 2018
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Cent’anni fa l’esplosione della fabbrica di munizioni Sutter & Thévenot, a Castellazzo di Bollate, nel Milanese dove un giovane Hemingway era arrivato a prestare soccorso come volontario della Croce Rossa. 59 vittime e oltre 300 feriti, per la maggior parte donne. Uno dei più gravi incidenti industriali della storia d’Italia. Una tragedia dimenticata e riscoperta grazie alla curiosità di un parroco

Cinquantanove vittime e oltre trecento feriti, per la maggior parte donne. È stato uno dei più gravi incidenti industriali della storia d’Italia quello della fabbrica di munizioni Sutter & Thévenot, a Castellazzo di Bollate, nel milanese.

È il 7 giugno 1918, un venerdì, nella campagna vicino a Milano, un’esplosione devasta lo stabilimento di Castellazzo, dove lavorano oltre 1500 operaie. Il reparto spedizioni è completamente sventrato. Sul posto arrivano in decine a soccorrere le vittime. Ernest Hemingway, allora diciannovenne volontario della Croce Rossa, dove presta servizio come autista di ambulanze, proprio quel giorno arriva in treno da Parigi a Milano. Nel primo pomeriggio viene chiamato immediatamente e inviato sul luogo del disastro per prestare soccorso.

La vista dei corpi di donne dilaniati dall’esplosione diventa per Hemingway un ricordo impossibile da dimenticare. Quattordici anni dopo dedica all’incidente il racconto Una storia naturale dei morti, inserito nel volume “I quarantanove racconti” pubblicato per la prima volta a New York nel 1938.

Nonostante questa testimonianza però, l’incidente viene rimosso dalla memoria collettiva. È una tragedia nella tragedia che si abbatte su una popolazione già provata da una guerra che l’ha stravolta: solo in Italia i morti sono oltre 1 milione e i profughi decine di migliaia. La propaganda governativa pro-bellica, per creare consenso tra l’opinione pubblica, censura gli eventi più drammatici e la stampa minimizza il fatto. L’incidente terribile avvenuto in un paesino della campagna lombarda, raccontato da Hemingway non viene ricollegato all’esplosione della Sutter & Thévenot. Dello scoppio non si parla, la storia delle vittime e dei feriti cade nell’oblio per quasi novantadue anni.

Oggi, nel centesimo anniversario dell'esplosione, una mostra dal titolo "Quell'esplosione cent'anni fa" e una serie di eventi ricordano le vittime e questa triste pagina di storia del nostro Paese.

Quanto al sesso dei defunti, è un dato di fatto che ci si abitua talmente all’idea che tutti i morti siano uomini che la vista di una donna morta risulta davvero sconvolgente.

Ernest Hemingway

La riscoperta

È il 2010 quando Padre Egidio Zoia, Parroco della chiesa di San Guglielmo al Castellazzo, impegnato nella ricerca di documenti storici, scopre un enorme stendardo creato per il funerale di chi, nell’incidente, aveva perso la vita.

«All’ingresso del cimitero del Paese c’è una stele commemorativa, ma nessuno ne conosceva il significato», racconta Padre Egidio. «La fabbrica è stata smantellata nel 1919, dopo una seconda esplosione in cui però sembra non vi siano state vittime. Di quell’edificio non è rimasto nulla, se non la centralina che serviva per fornire elettricità alla fabbrica. Nessuno sapeva dell’esplosione. Quello stendardo mi aveva colpito, così ho iniziato a cercare».

Padre Egidio trova anche il chronicon, un diario di bordo redatto dal parroco dell’epoca, che descrive così l’incidente: “uno scoppio sentito alla distanza di 30 chilometri e che produsse allo stabilimento e paesi limitrofi di Castellazzo, Bollate, Garbagnate, Senago la rottura di vetri in tutte le case, chiese, asili, scuole e stabilimenti, giunsero da Milano automobili della Croce Rossa con tutti i mezzi di soccorso. Dalle 14.30 fino alle 21 fu un continuo andirivieni di automobili, che portarono autorità sul luogo del disastro. Vi accorsero prontamente i Parroci di Castellazzo, Senago e Pinzano per i soccorsi religiosi. Sua Eminenza il Cardinale Arcivescovo, appena informato della gravissima disgrazia, si recò immediatamente sul posto visitando la località colpita dallo scoppio, benedicendo i morti e confortando i feriti meno gravi, soccorsi sul luogo, e gli operai rimasti illesi. Per descrivere l’ambascia e il cordoglio di tutti e specialmente dei Castellazzesi in quella terribile giornata penna umana non basterebbe; l’improvvisata sala mortuaria sembrava un vero carnaio; alle ore 22 il Parroco si trovava ancora una volta presso tanta desolazione per constatare de visu la morte di qualcuna delle sue giovani parrocchiane”.

Per descrivere l’ambascia e il cordoglio di tutti e specialmente dei Castellazzesi in quella terribile giornata penna umana non basterebbe"

Dal Chronicon della Parrocchia di Castellazzo

«Si legge dell’esplosione, dei feriti e delle vittime, quasi tutte donne. È stato un evento che ha stravolto la comunità di Castellazzo ma anche quelle dei paesi vicini. Nelle mie ricerche ho trovato i chronicon di altre parrocchie dove si legge della tragedia. Hemingway non è stato l’unico a correre in aiuto, dobbiamo ricordare anche i preti e tutte le persone dei paesi vicini arrivate immediatamente a soccorrere i feriti».

Eppure nella stampa l’esplosione della Sutter & Thévenot non trova spazio e nemmeno i testimoni parlano di ciò che è successo. «È un rimosso collettivo», spiega Mara Nicoletta Sorte, dell’archivio comunale di Bollate. «La forte censura bellica e la propaganda in positivo hanno minimizzato la tragedia. In qualche giornale dell’epoca il fatto viene menzionato ma si parla di una trentina di feriti, non si è dato rilievo alla reale portata dell’incidente. Dopo la Prima Guerra Mondiale, è stata la volta della propaganda fascista per cui non si poteva parlare delle debolezze del sistema. Per i testimoni si è trattato di un’esperienza profondamente traumatica. Le persone hanno rimosso, è un fenomeno accaduto anche con altri gravi traumi collettivi». Moltissimi i corpi che non sono stati ritrovati dopo l’esplosione.

«Ricercando nell’archivio la maggior parte dei documenti che abbiamo trovato sono atti di notorietà redatti dai famigliari in cui si dichiarava che gli operai non erano tornati a casa dopo l’esplosione. Non essendoci più i corpi, per moltissime vittime non è stato possibile fare un certificato di morte». Diversi i feriti ricoverati d’urgenza all’Ospedale Maggiore di Milano: 82 donne e 13 uomini. «Il registro delle accettazioni dell’Ospedale conserva ancora i documenti».

Hemingway non è stato l’unico a correre in aiuto, dobbiamo ricordare anche i preti e tutte le persone dei paesi vicini arrivate immediatamente a soccorrere i feriti"

Padre Egidio Zoia

Le vittime

La maggior parte avevano vent’anni, la più piccola appena quindici. Erano giovanissime le operaie morte nell’esplosione. «Si trattava di un grande stabilimento, qui arrivavano a lavorare da tutto il nord Italia, soprattutto donne», spiega Sorte. «La Prima Guerra Mondiale ha dato una grossa spinta all’impiego femminile. La maggior parte degli uomini erano stati arruolati a combattere in trincea, la forza lavoro rimasta era prevalentemente femminile. Inoltre il lavoro di paraffinatura richiedeva delle mani più piccole». Molte delle giovanissime donne che sarebbero morte nella tragedia sono ritratte nelle fotografie di Luca Comerio. Pioniere della fotografia italiana, Comerio viene infatti incaricato dalla ditta Sutter & Thévenot di documentare il lavoro nei vari reparti dello stabilimento bellico. È il 1917 quando le foto vengono scattate, un anno prima dell’incidente. Le immagini sono state ritrovate nell'archivio fotografico di Perugia.
«Una testimonianza diretta arriva proprio da Ernest Hemingway che, a distanza di anni, racconta come ad averlo colpito sia stata proprio la vista dei corpi femminili senza vita. Per la prima volta realizza che in guerra muoiono anche le donne».

Quanto al sesso dei defunti, è un dato di fatto che ci si abitua talmente all’idea che tutti i morti siano uomini che la vista di una donna morta risulta davvero sconvolgente. La prima volta che sperimentai quest’inversione fu dopo lo scoppio di una fabbrica di munizioni che sorgeva nelle campagne intorno a Milano, in Italia. Arrivammo sul luogo del disastro in autocarro, lungo strade ombreggiate da pioppi e fiancheggiate da fossi formicolanti di animaletti che non potei osservare chiaramente a causa delle grandi nuvole di polvere sollevate dai camion. Arrivando nel luogo dove sorgeva lo stabilimento, alcuni di noi furono messi a piantonare quei grossi depositi di munizioni che, chissà perché, non erano saltati in aria, mentre altri venivano mandati a spegnere un incendio divampato in mezzo all’erba di un campo adiacente; una volta conclusa tale operazione ci ordinarono di perlustrare gli immediati dintorni e i campi circostanti per vedere se ci fossero dei corpi. Ne trovammo parecchi e li portammo in una camera mortuaria improvvisata e, devo ammetterlo francamente, la sorpresa fu di scoprire che questi morti non erano uomini ma donne... Ricordo che dopo aver frugato molto attentamente dappertutto per trovare i corpi rimasti interi ci mettemmo a raccogliere i brandelli. Molti di questi furono staccati da un fitto recinto di filo spinato che circondava l’area dove prima sorgeva la fabbrica e dalle parti di edificio ancora esistenti, da cui raccogliemmo molti di questi pezzi staccati che illustravano fin troppo bene la tremenda energia dell’alto esplosivo. Trovammo molti di questi brandelli nei campi, a una distanza considerevole, dove erano stati portati dal loro stesso peso."

Da "Una storia naturale dei morti" - Ernest Hemingway

«Dallo stendardo funebre si capiva che le vittime dovevano essere molte. È questo che mi ha spinto a iniziare la mia ricerca», spiega Padre Egidio. «Non capivo come fosse possibile che una tragedia del genere fosse stata dimenticata. Questa storia racconta molto sulla condizione di lavoro a cui erano sottoposte le persone, i rischi che correvano le operaie e gli operai e che ancora oggi corrono in alcuni casi. Ricordare è importante».