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#Covid19

Marco e Matteo nel cuore del cantiere dell'ospedale in Fiera

1 Aprile Apr 2020 1340 01 aprile 2020
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Marco Carlo Albertini, amministratore unico di Jobbing Events con le sue squadre sta lavorando sul campo per costruire il nuovo polo di terapie intensive, «tutta la mia squadra, al completo, ha deciso di partecipare». Tra loro Matteo Negri, artista milanese che ha deciso di aderire, «perché volevo restituire qualcosa all'azienda e a Milano»

Tra i 500 operai che stanno costruendo a tempo di record l'ospedale Covid Fiera Milano ci sono Marco e Matteo.

Marco Carlo Albertini

Marco Carlo Albertini è l'amministratore unico di Jobbing Events. «Noi lavoriamo normalmente con Nolostand, che è l'allestitore ufficiale di Fiera Milano. Facciamo i pre allestiti per gli eventi fieristici».

Naturalmente il Coronavirus li ha messi in grandissima difficoltà. «Abbiamo smontato l'ultima fiera il 26 di febbraio e da lì è calato il sipario», racconta Marco, «Da quel momento una dopo l'altra hanno annullato e rimandato tutte le fiere. Ho dovuto chiudere e parlare con il personale».

La chiamata
Una notte fonda interrotta da una telefonata. «Mi hanno chiamato da Fiera e mi hanno chiesto di affiancare le aziende specializzate in moduli ospedalieri che avevano già cominciato a costruire le parti più strettamente sanitarie della struttura».

Marco così chiama i suoi dipendenti. Tra loro Matteo Negri, artista milanese che affianca da settembre una collaborazione con Jobbing Events per cui cura allestimenti fieristici particolari.

Matteo Negri

«Quando è iniziato il lockdown avevo appena finito la mostra Antiretorica alla Galleria Monopoli di Milano, poi ho fatto un evento alla Galleria Vik Milano, che era l'allestimento di una camera che avrebbe dovuto essere presentata a marzo. A maggio mi è anche saltata una personale a Borgomanero. Insomma tutto fermo di colpo. È stato lì che ha chiamato Marco chiedendo chi avesse voglia di rischiare la pelle per costruire l'ospedale. Ho accettato subito».

Una scelta quella di buttarsi nella nuova avventura che hanno fatto tutti. «Tutta la mia squadra, al completo, ha deciso di partecipare», sottolinea commosso Marco, «È una situazione complessa, abbiamo le mascherine che ci rendono difficile respirare e ci sono comunque dei rischi. Tutti i miei diciotto ragazzi si sono resi disponibili subito. Addirittura mi hanno scritto in tantissimi, conoscenti e amici, per chiedermi se potevano venire come volontari».

Un cantiere diverso
Ogni progetto è pericoloso. Ogni cantiere presuppone dei rischi. Ma questo è diverso. «Alla normale attrezzatura va aggiunta quella sanitaria. Quindi mascherina tutto il girono, doppio guanto, distanze di sicurezza, Amuchina ogni volta che si tolgono i guanti. Questo lavorando velocemente», racconta Matteo mentre Marco sottolinea, «la sera si sente tutta la giornata passata con la mascherina faticando a respirare». Ma la differenza non sta tutta qui.

«Faccio questo mestiere da tanti anni!, spiega Marco, «Siamo arrivati a lavori già iniziati Poi una delle cose più strane era il clima. Nei cantieri ognuno è geloso del proprio lavoro, è normale. C'è l'esigenza di dimostrare di essere migliore rispetto al resto. E poi non si lascia in giro nulla, materiali o attrezzi. C'è sempre la paura che rubino. In Fiera in questi giorni ho visto una collaborazione spontanea abbastanza incredibile: cartongessisti che regalano stucco o operai che regalano scatole di viti. Una solidarietà incredibile».

Il lavoro
I ragazzi di Jobbing Events sono stati messi a costruire tutta l'area di servizi rivolti al personale medico. «Quindi spogliatoi, bagni, aree riposo», spiega Marco, che aggiunge «sapere che lo spazio che stai montando è quello dove andrà un infermiere esausto che deve tirare il fiato qualche minuto, cambia tutto. Avevamo l'esigenza di fare qualcosa di bello».

E la bellezza dell'ambiente anche per Matteo è il nodo di questi giorni di lavoro febbrile. «Il nostro impegno di solito risponde all'esigenza di un privato: cerchiamo di dare allo stand l'immagine e l'apparenza che vuole ottenere. Naturalmente in chiave business. Il paradigma in questo caso cambia completamente. La richiesta qui era avere una finitura molto elevata, anche esteticamente, nonostante i tempi. Il primo impatto è stato proprio questa dicotomia: mi sarei aspettato di dover fare in fretta e mettere in piedi una cosa che aiutasse più persone possibile, sacrificando la parte visiva. Invece il mandato era fare una struttura accogliente, elegante, pulita. Non sembra ma un pannello di legno è sempre un pannello di legno, dipende molto da come lo prepari. Al centro del progetto c'è stata l'accoglienza delle persone».

Anche la curatela è stata differente. «Domenica notte abbiamo messo su le grafiche», spiega Marco, «Non stiamo parlando di un tradizionale stand dove scrivere semplicemente la dicitura che lo identifica. Si trattava di mettere cartelli come “Inizio zona rossa” dove comincia l'area contaminata. Siamo stati maniacali, al millimetro. Avevamo la coscienza che non potevamo sbagliare di mezzo metro la posizione dei cartelli che identificano gli estintori».

Le criticità
Un cantiere così complesso e veloce pone diversi problemi. Quello principale riguarsa i materiali. «Di fatto stiamo usando gli stessi materiali di sempre ma per fare una cosa che non c'entra nulla», sottolinea Marco, «L'input principale è stato che quello che costruivamo dovevano stare su per almeno sei mesi, forse un anno. Quindi nell'utilizzo dei materiali c'è stata una grande attenzione sull'utilizzo. Per esempio abbiamo tassellato a terra tutti gli elementi, cosa che di solito non facciamo perché a noi basta che stiano in piedi». Matteo aggiunge ridendo «non sembra ma un pannello di legno è sempre un pannello di legno, dipende tutto da come lo prepari».

La motivazione
«Non so quando e come ci pagheranno», conclude Marco, «Ma è l'ultima delle priorità. Stiamo lavorando per un altro motivo. Il resto viene dopo». E il tema per Matteo è lo stesso. «Questa cosa l'avrei fatta anche gratuitamente. Il rapporto con questo lavoro non è di natura economica. Per me è il modo di dare una mano a Milano e all''azienda che mi aiutato tanto nei momenti più difficoltosi della carriera artistica. È il mio modo per restituire qualcosa che ho ricevuto. È un modo, e lo è per tutti, di fare della propria professionalità un mezzo per costruire qualcosa per il bene comune». Forse è per questo che il motto in questi giorni era “fare bene per fare del bene”.