Pescespada
Saperi tramandati

Le donne dei pesci spada

20 Ottobre Ott 2021 1249 20 ottobre 2021
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A Messina, Antonella e Giusi Donato sono ancora le uniche donne che hanno deciso di seguire le orme del nonno materno e fare della pesca del pesce spada la loro ragione di vita. Un mestiere che affonda le radici nel lontano II secolo a.C. e si tramanda di padre in figlio. In questo caso, dal nonno materno Marco Mancuso, grazie ai cui racconti le due giovani donne stanno tracciando il futuro di questo mestiere, declinandolo al femminile. Anche come presidente dell'associazione "Pescatori delle Feluche dello Stretto", Antonella porta avanti una politica volta a creare sinergia tra uomini e donne

Quanto ci si può immedesimare in una storia, una di quelle che da piccoli accompagnava i tranquilli pomeriggi o le ore prima di andare a dormire? Storie delle quali vorresti fare parte, pensando di fare la differenza.? Sicuramente tantissimo, dal momento che, dalla semplice narrazione di una giornata a tirare le reti in barca, a programmare la rotta che dovrai seguire l’indomani solcando lo Stretto di Messina, una volta cresciute, Antonella e Giusi Donato hanno deciso che avrebbero seguito le orme del nonno materno. E oggi sono le uniche donne diciamo “del mestiere”, nonostante la pesca del pesce spada non sia proprio facile. È comunque una pesca che ha origini molto lontane, addirittura nel II secolo a.C., ed è tramandata di generazione in generazione.

«Abbiamo rilevato la ditta del nonno materno, Marco Mancuso, decidendo di imbarcarsi letteralmente in questa avventura - racconta Antonella, che è anche presidente dell'associazione "Pescatori delle Feluche dello Stretto" – inserendoci in un settore abbastanza nuovo. Al momento non possiedo ancora una mia imbarcazione, ma c’è tempo per averla».

Un mondo sicuramente declinato al maschile, nel quale le donne hanno sempre avuto un ruolo importante, anche se non in prima linea. Erano, infatti, quelle che lavoravamo il pescato, principalmente per la famiglia. Poi, piano piano hanno esteso questa attività anche al di fuori del nucleo familiare.

«Le donne sono quelle che raccontano e tramandano. Il fatto che oggi siamo ancora solo io e mia sorella – aggiunge Antonella - forse potrebbe essere spiegato con il tipo di pesca molto particolare. Quando peschi il pesce spada non rilasci alcun attrezzo in mare. Devi riuscire con il solo occhio ad avvistare il suo passaggio. Stiamo in giro 12 ore e sono 12 ore di ricerca. Qualcuno la chiama caccia, ma per me non è giusto definirla così. Nella caccia c’è la previsione del nascondiglio, del richiamo, della finzione. Sembrerà strano, ma sono ambientalista e animalista. Considero questo tipo di pesca sostenibile perché, prima di prendere il pesce spada, lo vediamo e sappiamo bene di cosa si tratta. Lui, però, ci ha visto molto prima e lì comincia l'inseguimento. Chiaramente subisce il colpo della nostra spada ma, se non si stanca, non si avvicina, non possiamo costringerlo. Abbiamo solo una corda che, tirando troppo, si stacca, facendoci rischiare di perderlo. Oppure si può sciupare. Io dico che siamo una piccola aggiunta alla selezione naturale della specie perché il pesce spada è quasi il finale della catena; dopo, c’è solo lo squalo. A lui basta inabissarsi di tre metri sotto il livello del mare e per noi è finita, non possiamo più prenderlo. E questo succede in pochissimi secondi perchè è velocissimo. È nostro solo quando arriva alla fase finale delle sua vita, quando è stanco e perde velocità».

Antonella e Giusi sono la dimostrazione che, quando qualcosa ti appartiene, quando l’hai nel sangue, nulla può farti desistere. Ad affascinarle, infatti, non sono mai state le grandi avventure alla scoperta di tesori o di isole sperdute nei mari, ma la quotidianità di un mestiere fatto di fatica, di duro lavoro, anche di molta precarietà. Un mestiere del quale devi essere innamorato per poterti alzare ogni giorno e sapere che a decidere non sarai tu, ma l’immensità del mare. E questo giorno dopo giorno, anno dopo anno. Mestiere nel quale,sembrerà strano, ma esiste anche una certa parità tra l'essere umano e l'animale.

«Noi rispettiamo lui e lui, in un certo senso, lo capisce. Per questo dico che non la potrei mai chiamare caccia».