Le Sorelle Cannata
Impresa

A "Le Sette Aje" la cura della terra è donna

5 Febbraio Feb 2022 1533 05 febbraio 2022
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Parla al femminile la storia della famiglia Cannata che, attraverso la determinazione e la voglia di fare della terra un valore aggiunto sperimentando tecniche innovative, ha trasformato "Le Sette Aje" in un'azienda familiare che produce in modo naturale. Il tutto nella ridente Valle del Belice. Il "Protocollo Agro-Omeopatico" che viene oggi applicato ai vigneti e all'uliveto minimizza l’intervento umano sostenendo le proprietà nutraceutiche dei suoi frutti. Rosalia, Cristina, Agata e Gabriella la nuova generazione che sta traghettando l'attività verso scenari sempre di nicchia, ma decisamente importanti

Una storia di passione, famiglia e tradizione, quella che contraddistingue ”Le Sette Aje”, azienda dall’impronta odierna prettamente femminile, che nei suoi sette ettari di terreno, 5 dei quali a vigneto e 2 a uliveto, che sorgono lungo le sponde della Valle del Belìce, esattamente a Santa Margherita di Belice, in provincia di Agrigento, ha applicato un innovativo protocollo Agro-Omeopatico secondo una filosofia d’azienda che si basa sulla volontà di riscoprire la genuinità dei frutti della terra e, di conseguenza, la loro bontà. Realtà produttiva siciliana d'eccellenza scelta da Bonivi, start up siciliana che ha lanciato il primo olio extravergine di oliva biologico italiano carbon neutral, proprio per la salvaguardia dell'ambiente che le appartiene e che fa sua attraverso il protocollo e la tutela della tradizione di famiglia.

Un’innovazione che, a dispetto di un termine che richiama immagini di macchinari che punta a sfruttare al massimo i terreni e le produzioni, si fonda sulla salvaguardia della naturalità e della naturalezza della pianta di cui si prende cura la quarta generazione della famiglia Cannata, rappresentata da Rosalia, Cristina, Agata e Gabriella. A guidarle sempre papà Leonardo insieme a mamma Nina e nonna Rosalia, numi tutelari di un patrimonio familiare unico. Una storia che affondale le sue origini nei primi del Novecento quando, nel lontano 1916, nonno Leonardo acquistò i primi terreni, 70 are in località Arcera, impiantandovi i primi vigneti, uliveti e mandorli. In modo particolare il Cataratto. Li comprò da un ricco proprietario terriero noto con il soprannome di “Canaddunaschi” (letteralmente, “cane con due narici”, per indicare una persona con un particolare fiuto per gli affari). Lo abbiamo dedicato a nostro nonno.

Nel 1976, nonno Giovanni va avanti e acquista un ettaro e mezzo di terreno in località “Miccina” e trapianta le varietà antiche del padre, tra il 2005 e il 2006 Leonardo espande l’azienda, impianta il vigneto di Grillo e reimpianta il Nerello Mascalese; nel 2008 si amplia l’uliveto con il reinnesto di varietà antiche piantate da nonno Leonardo; nel 2009 è la volta del Moscato Zucco; nel 2016 si consolida il protocollo agro-omeopatico e un anno dopo le quattro sorelle fondano l’azienda "Le Sette Aje", battezzando come primo prodotto il Grillo Canaddunaschi 2016.

Quattro giovani donne che hanno si da subito guardato lontano, decidendo si seguire ognuna una propria strada per poi un giorno ritrovarsi a gestire l’azienda, vivendo per la prima volta tutte insieme. Magari realizzando il sogno comune di una cantina nella quale riunire tutti i talenti e le potenzialità dell’azienda. Per conoscerle meglio, potremmo dire che Rosalia, 36 anni, la più grande, cura ogni aspetto della relazione con il cliente, raccogliendone le sensazioni ed emozioni che manifesta all'assaggio dei nostri prodotti; Cristina, 29 anni, è la voce narrante dell'azienda e si occupa di raccontare sia le storie racchiuse nei prodotti sia nelle perle di vita quotidiana; Agata e Gabriella, 21 e 17 anni, le più giovani, sono considerate i Bastoni della Vecchiaia della famiglia, coltivano rispettivamente le passioni per il cioccolato e la lingua cinese, supportando l'amministrazione e la comunicazione dell'azienda direttamente dai campi, per esempio aiutando papà Leonardo nell'operatività quotidiana del lavoro nei terreni.

Poi c’è Mamma Nina, la loro fan numero uno, un prezioso punto di riferimento per tutta la famiglia sia dal punto di vista del sostegno morale sia per quello che serve nell’attività quotidiana dell’azienda. Per ultima, ma non certo per importanza, ecco Nonna Rosalia, la colonna portante, fonte inesauribile di saggezza, la tipica nonna siciliana pronta a preparare di tutto e di più per chiunque varchi la soglia dell’azienda. La passione per la cucina la vedono protagonista della "Giornata della Campagna", durante la quale, in estate, si accolgono tutti color i quali desiderano respirare anche solo per una giornata un ambiente familiare, immersi nella natura e nella bontà che questa offre. Questa sua capacità di trascinare ed emozionare non a caso l’hanno fatta diventare una piccola star del web, dal momento che i suoi video si trovano nel canale Youtube dell'azienda e vanta oltre 100mila visualizzazioni, dandole modo di offrire i suoi consigli su ricette, neanche a dirlo, della tradizione siciliana. La frase più consueta che le si sente pronunciare è: “Ma chi me lo doveva dire?”. A lei è dedicato il vino più importante, il Donna Rosalia, un passito che sa di albicocca, mennula (mandorla) amara, dal sapore molto territoriale, perfetto per accompagnare cannoli, pasta di mandorle e magari anche qualche tipo di formaggio. Una vera bontà per i sensi, nessuno escluso.

«Dai tempi di nonno Giovanni e papà Leonardo a oggi - racconta Cristina - è stata una continua crescita per tutti e tutto. L’applicazione dell’omeopatia all’agricoltura fa comprendere cosa vuol dire amare la terra, le piante, le coltivazioni, con la stessa attenzione e cura delle generazioni che ci hanno preceduto, coniugando metodi naturali e metodi altamente innovativi, nel rispetto delle piante, delle loro caratteristiche naturali e dell’ambiente».

Essere, quindi, consapevoli da dove si arriva, quali sono le proprie radici, consente di costruire un futuro dalle basi solide. Una ricchezza che può provenire proprio dalla terra.

«Ovviamente noi siamo state fortunate – prosegue Cristina - perché siamo state abituate ai ritmi della natura. A novembre si andava a raccogliere le olive, a maggio si curava la fioritura del vigneto, poi c’era la vendemmia. Si mangiavano le verdure che crescevano nei nostri terreni in base alla periodicità e al loro ciclo naturale. Naturale, quindi, per noi cercare di preservare la naturalità dei prodotti. Ricordiamo sempre quando la nonna ci faceva la pastina con l’olio e, per farcela mangiare, ci diceva “ammini”. Abbiamo capito solo una volta cresciute che stava esprimendo l’amore e la voglia di prendersi cura di noi. “Ammini” oggi si chiama uno dei nostri oli».

Fondamentale lo sviluppo del protocollo.

«Mio padre stava sperimentando dal 2010 circa metodi di agricoltura diversi, più innovativi, mirati all’eco sostenibilità che abbiamo poi chiamato “Protocollo agro omeopatico”. Si tratta di un metodo di agricoltura he, quindi, non incide sulla vinificazione e sulla molitura; procedimenti che, però, seguono la filosofia del naturale. Un metodo innovativo perché va aldilà di qualsiasi biologico e anche del biodinamico. Praticamente immettiamo nell pianta il germe depotenziato, ossia il vaccino che si chiama nòsode, che combatte sia la peronospera sia l'oidio, che sono le principali malattie di cui soffre in questo campo la Sicilia. Certo, la pianta si ammala, ma è sicuramehte in grado di autocurarsi perché si trova in uno stato di salute ottimale. Tutto questo ci ha permesso di sospendere l’utilizzo di rame e zolfo, dandoci modo di produrre vini 100% naturali e a residuo zero, che di anno in anno abbiamo migliorato, cercando di capire se e dove stavano gli errori. Poi, tra un’annata e l’altra, dobbiamo anche considerare una differenza imprevedibile data sia dalle variazioni temporali sia dalla reazione della pianta stessa a tante variabili. Contro le quali possiamo fare poco».

Fondamentale anche il lavoro di recupero delle varietà.

«Il papà di mio nonno custodiva un numero di varietà incredibili, che però adesso sono scomparse. Siamo, però, riusciti a riportarne in vita undici. Si tratta di piantine, non di filari, uve antichissime dai sapori molto particolari. Poi c’è un’uva che custodiamo molto gelosamente, che io ho trovato assolutamente per caso. L’abbiamo chiamata Nakone, ma in verità non sappiamo cosa sia. Abbiamo provato a fare delle ricerche tra registri e acceramenti, ma non abbiamo trovato dei riferimenti certi. Con questa uva reliquia facciamo un rosato particolare che vinifichiamo insieme a una varietà rinvenuta attraverso un progetto di riscoperta del vitigno ed è il Moscato Zucco».

Una preziosità che, insieme ad altre varietà, rende “Le Sette Aje” un luogo di esperienze sensoriali. Chi, infatti, ha avuto la fortuna di gustare i loro prodotti, torna a casa con un patrimonio di profumi e sapori unici, appartenenti solo a generazioni che rischiano di scomparire se non diventano patrimonio di chi segue. Oltre 800 le piantine, giovani e antiche, di varietà tipiche della Valle del Belìce, che crescono “coccolate” grazie al micro-clima particolare dei terreni dell’azienda ”Le Sette Aje”. Parliamo della Nocellara e della Biancolilla, a cui si aggiungono cultivar antichissime, come la Giarraffa, la Cerasuola, la Piddicuddara e la Murtiddara. Oli che sanno anche di foglia di pomodoro, di erbe aromatiche e di carciofo, quindi veramente speciali.

«Trattiamo l'olio esattamemte come il vino, cioè tenendo conto che esistono diversi oli da abbinare a un'ampia varietà di piatti. Abbinandoli, per esempio, alla pasta, si esaltano le loro proprietà organolettiche e le caratteristiche proprie, capaci di fondersi e dare vita a un tripudio di sapori che solo in luoghi del genere si possono vivere pienamente. Se nostro padre non avesse avuto questa ostinazione nel volerci fare capire quanto è importante prendersi cura delle cose, portandoci a vivere la terra, non avremmo avuto modo di costruire questa azienda».

Un futuro che proviene dal passato Ma perché “Le Sette Aje”?

«Una ragione è perché i terreni sorgono dove prima la strada trazzera si chiamava “Sette Aje”. Nome che abbiamo anche trovato in una mappa antica. Volevamo essere quanto più possibile legati al territorio. C’è, però, sempre un mistero sul significato più profondo di questo nome che mio padre un giorno spero ci rivelerà».

Un’azienda che, forte della sua tradizione, guarda anche al mercato.

«Siamo più presenti al Nord e in Centro Italia, più che al Sud. Non offriamo un prodotto facile dal punto di vista economico. Il nostro prezzo più alto sfiora i 30 euro, perchè sia il metodo di coltivazione sia la vinificazione implicano costi abbastanza sostenuti. Abbiamo una rete di vendita che va dall'Italia all'Europa (Francia, Belgio, Germania) e stiamo arrivando negli USA e in Medio Oriente. Il primo anno abbiamo prodotto 3500 bottiglie, quest'anno arriveremo a 10mila, ma restiamo sempre di nicchia. Ci sceglie chi capisce l'immane lavoro che sta dietro a tutto questo – conclude Cristina Cannata - quindi siamo contente perché diversamente dovremmo andare contro la filosofia che ci ha visto nascere. E lo si percepisce quando ci si viene a trovare. La nostra è una famiglia che mette avanti il cuore, infatti chi prova i nostri prodotti se ne innamora subito. Non è questa la più grande soddisfazione?».