Inclusione

Fidenza, fare la pasta può far rinascere

di Paolo Grisorio

Un laboratorio di pasta fresca dove persone con disabilità, guidate da Marilena Porcari e dalle "nonne", imparano ricette tradizionali. La realtà si chiama "Pastaparola" e ha vinto il contest per i migliori anolini organizzato dalla Gazzetta di Parma: «Ci è stato riconosciuto che facciamo un prodotto di eccellenza e credo che questo parta semplicemente dalla scelta di voler bene a questi ragazzi seguendo la strada dettata da ottimi ingredienti e dal rispetto delle ricette tradizionali che ci sono state portate», racconta la fondatrice

All’uscita di Fidenza, provincia di Parma, se si gira a sinistra si possono andare a comprare abiti firmati e scontati in uno degli store più famosi d’Italia. Oppure si può proseguire verso alcune delle tappe più rinomate della food valley là dove ormai da anni accorrono a migliaia persone attratte dalla fama – e dalla fame – di prelibatezze che non hanno più bisogno di pubblicità. Siamo nel regno del dop, del doc, dell’igp, del bio, dove non c’è prodotto che non venga continuamente scoperto o riscoperto, per il gusto e la gioia dei buongustai, per il portafoglio di chi lo commercia. 

Se invece si gira a destra si va verso Chiusa Ferranda, località sconosciuta ai più. Qui si trova Pastaparola, un nome inventato. Ma cosa significa. Dicono che qui si passa parola su come si fa la pasta: gli anolini, i passatelli, i tortelli di erbette, le mezze maniche e altre paste ripiene, ma anche i tortelli alla marmellata e i dolci di pastafrolla, le peschette, le torte, la sfoglia dolce casalinga. Inoltre, anche i prodotti di Pastaparola vanno per lo più a ruba, anche se un po’ meno e non fra tutti. 

Marilena Porcari di questa realtà è la creatrice ed è insieme a lei che si svolge il filo del racconto di questa storia che parla di un laboratorio di pasta fresca, condotto da giovani apprendisti pastai, cioè ragazzi con disabilità che fanno pasta e dolci, seguendo ricette antiche, sotto la supervisione di adulti.

All’inizio c’è una dimora

Tutto comincia circa 15 anni fa all’interno di una vecchia scuola elementare risistemata e trasformata in una struttura di tipo residenziale per minori. La dimora, questo il nome dell’esperienza originaria, è una odv destinata a ospitare in affidamento bambini e ragazzi temporaneamente privi di un contesto adeguato ai loro bisogni perché provenienti da famiglie in difficoltà. Alcuni dei primi oggi sono divenuti padri e madri di famiglia, ma altri, segnati dalla loro disabilità, finiti gli studi e divenuti giovani adulti, non hanno potuto farlo. Purtroppo, nemmeno potranno mai farlo e neppure potranno inserirsi in un usuale contesto sociale e tantomeno lavorativo. Il laboratorio Pastaparola nasce proprio per non abbandonarli.

Il modello di accoglienza degli inizi prosegue quindi sulla strada già avviata, incentrato sulla relazione tra persone, consentendo una vita in un ambiente familiare, ma evolve anche in un rapporto costruttivo e si trasforma in qualcosa di nuovo, in grado di sostenere e accompagnare nella costruzione del proprio presente e del proprio futuro anche chi ha una disabilità. 

Numeri non grandi ma significativi 

Dopo tre anni di attività Pastaparola conta 8 ragazzi accolti seguiti volontari adulti e di questi 4 fissi; 3 sono i ragazzi assunti; 5 i volontari fissi, di questi tre sono nonne. Da settembre entrerà: 1 nuovo ragazzo accolto e 1 nuovo tutor assunto. La produzione è di circa 500 kg annui di anolini; 300 kg di tortelli con ricotta e spinaci; 500 di torte e altri dolci. Il valore della produzione annua non arriva ai 40mila euro. 

Ci sono molti volontari qui, sia giovani sia adulti, che saputo del bisogno si sono messi a disposizione anche se la gestione di chi ha disabilità non è semplice

Come inizia tutto ce lo spiega Marilena Porcari: «La cosa che volevo di più era vedere felici i miei figli, adottivi o affidatari che fossero. Mi è stato chiaro però che a un certo punto non avrebbero più avuto dove andare, dove stare bene». Marilena lascia il lavoro di ostetrica con un pensionamento anticipato e si dedica a questo nuovo progetto. Pastaparola, nasce per dare una risposta a un bisogno di bene, di amicizia e di inclusione sociale. Combattiamo lo spettro della solitudine e lo spettro dell’essere inutili – che viene percepito da questi ragazzi a causa della loro condizione – tramite un’attività lavorativa e l’offerta di un’amicizia». 

Fare la pasta imparando dalle nonne

Prima in cucina e poi nel locale palestra della vecchia scuola elementare, come molte delle migliori idee, ecco quindi sorgere e svilupparsi quasi per caso quella di preparare e cucinare pasta e dolci coi ragazzi. Impastare però, lo abbiamo capito, non è mai stato lo scopo ma l’occasione e lo strumento, tramite il quale stare accanto più facilmente a giovani adulti con disabilità anche molto gravi.

«Avevo notato», continua a spiegare Marilena, «che la relazione con i ragazzi migliorava quando erano con me mentre lavoravo per preparare da mangiare. Sviluppavano curiosità e attenzione e si coinvolgevano positivamente. Ho insistito nel percorrere questa strada partendo da sola, poi ho capito che forse potevano venire anche altri che aiutando i loro ragazzi avrebbero aiutato anche me». Si sparge la voce: venite qui che abbiamo spazio e fare insieme è meglio che fare da soli. Portate anche una ricetta di pasta che sapete già fare. 

Intorno a un tavolo a imparare

Apprendere non è mai semplicissimo. Per farlo è stato necessario pensare di rivolgersi a chi nel campo della ristorazione sapeva già fare e quindi chi meglio di uno chef? Ma pare che alcuni chef, almeno quelli locali, spesso chiedano loro stessi alle restore – le donne del posto che sanno impastare – di poter apprendere come si fanno i piatti tipici. La meta era quella giusta ma non il percorso. 

«Prima di tutto dovevo imparare bene io. Allora mi sono detta: vado da mia mamma per imparare a fare dei prodotti così. Oltre a lei sono arrivate altre nonne, portando spesso ricette di casa loro e ci hanno tenuto a lungo intorno a un tavolo a imparare. Sul sito diciamo che Pastaparola nasce da pochi ingredienti: condivisione dei bisogni, inclusione sociale, amore per la tradizione. Potremmo aggiungere anche: amore per le persone. Vedendo questa disponibilità ho capito che potevamo essere risposta a qualcosa che mancava».

Un successo insperato alla Gazzetta di Parma

Quello che oggi può stupire è che una realtà alle prime armi e senza esperienza pregressa nel settore abbia potuto vincere, come è realmente accaduto, il contest per i migliori anolini organizzato dalla Gazzetta di Parma e continui ancora a ricevere importanti riconoscimenti e apprezzamenti. Viene sinceramente da chiedersi come sia stato possibile. C’è certamente qualcosa che differenzia un anolino con un ripieno di parmigiano di tre stagionature da quello che puoi trovare nel primo ristorante in cui capiti a caso. Infatti, è così. Ma non basta a spiegare il successo avuto. 

Marilena prova a illustrare com’è andata: «Ci è stato riconosciuto che facciamo un prodotto di eccellenza e credo che questo parta semplicemente dalla scelta di voler bene a questi ragazzi seguendo la strada dettata da ottimi ingredienti e dal rispetto delle ricette tradizionali che ci sono state portate». 

A Pastaparola usano solo materie prime di alta qualità e molte sono le “ricette di casa”, ricette antiche riscoperte, come i tortelli sfogliati: una rarità di cui si era persa memoria e che non si trova se non qui. Le materie vengono selezionate privilegiando i produttori locali e per esempio «per i tortelli di zucca addirittura coltiviamo noi le zucche nel nostro orto»

Un tratto distintivo? Accogliere tutti

La parola, passata dalle mamme e dalle nonne ha fatto sì che si potesse fare e far conoscere un prodotto di eccellenza della tradizione locale condividendo con questi giovani quello che altrimenti poteva essere un tempo tragicamente vuoto e privo di ogni relazione o riconoscimento sociale. Pastaparola si distingue per la scelta di accogliere tutti, senza passare dai servizi sociali. Qui non devi fare una richiesta burocratica a qualche ente e operare con le proprie forze senza al contempo guardare i ragazzi solo come soggetti di un’attività produttiva, significa aver chiaro di essere una risposta reale per tutti loro che qui possono lavorare ed essere pagati crescendo anche professionalmente. C’è chi impasta, chi fa la sfoglia, chi riempie la pasta, chi taglia, chi decora. E nessuno ha segreti: ognuno insegna e tutti imparano da chi già sa.

“Qui ci siamo noi e chiedi a noi”. L’obiettivo è non dire di no a nessuno dei ragazzi che chiedono di poter entrare, perché quando un genitore arriva con un figlio a bussare alla porta per è difficile non riconoscersi nel suo bisogno. Si consente così a chi può farlo di acquisire una minima professionalità perché poi nella vita in mancanza dei genitori e con 300 euro al mese di pensione sociale è difficile mantenersi. Tra questi ragazzi ci sono anche ci sono anche i figli di Marilena Porcari. «Le attività si svolgono in comune, ognuno secondo la propria capacità e autonomia e tutti sono sempre accompagnati da volontari e tutor. I volontari in particolare sono la nostra forza facendo sì che chi vive qui si aiuti vicendevolmente. Il nostro motto è semplice: Insieme è meglio. Potrebbe dirlo chiunque, però intanto lo diciamo noi».

La formazione continua sostiene l’eccellenza

Non è semplice sostenere un’attività che utilizza solo materie di eccellenza, ma il laboratorio riesce a mantenersi tramite la vendita dei propri prodotti con la consapevolezza che o fai un passo con le tue gambe oppure stai ad aspettare una risposta che non sai se arriverà. Forse per questo l’altro punto di forza di Pastaparola è la formazione, grazie alla quale continua a offrire un prodotto dai requisiti di eccellenza. 

Percorsi diversi ma tutti specifici C’è chi impara a fare i numerosi tipi di ripieni, chi a fare la pasta, chi a tirarla e chi a sfogliarla, chi semplicemente impara a mettere a posto i prodotti sui vassoi. L’altro percorso importante riguarda la selezione delle materie prime, tutte locali, a chilometro zero. Solo a questo si dedica un giorno alla settimana. Così si mantiene e si affina la qualità.

Una clientela speciale

Chi arriva da Pastaparola compra volentieri e ciò è dovuto certamente alla bontà della pasta e dei dolci, ma anche al desiderio che questa realtà tanto speciale continui a esistere. Alcuni vengono anche da lontano e non è facile spiegarsi come è stato possibile: dalla Svizzera, da Montecarlo, dalla Francia, dal Lichtenstein ma ai giovani fa bene incontrare gente: la socializzazione li aiuta. Molte le attività cui sarebbe utile partecipare, come a qualche fiera di paese e ad altri eventi che però richiedono la presenza, ma servirebbe un truckfood, il mezzo adatto per farlo. Poi c’è anche qualche evento aziendale, realtà della zona che richiedono qualcosa di buono e al tempo stesso differente dal solito. Molto arriva anche dalle feste natalizie e pasquali ma per i ragazzi sarebbe importante esserci in presenza. I clienti si aspettano di trovare l’anolino d’eccellenza. E lo trovano. «Quello che non si aspettano di trovare è la presenza e l’accoglienza dei nostri ragazzi che ti prendono per mano e ti accompagnano. Anche questo li fa tornare e parlare bene di noi». 

Sono i clienti i primi ad essere affascinati e ad adattarsi ai nostri bisogni. Se ci troviamo in un momento di grande daffare si siedono al tavolo stando vicino ragazzi


Dall’inizio a oggi molto è migliorato

Dal punto di vista delle risorse economiche ovviamente come tutte le realtà odv anche Pastaparola è alla ricerca di contributi. Ma non è tutto.

«Guardiamo con aria interrogativa a chi ne trova in continuazione», ammette Marilena. «Ma al tempo stesso registriamo un grande consenso alla nostra attività. E non solo dai clienti.  Ultimamente abbiamo accolto anche volontari di altre realtà che operano nell’accoglienza di persone con disabilità che hanno sentito di noi e hanno voluto conoscerci.  Aspettavamo una decina di persone, sono arrivati in quaranta. Subito ero molto preoccupata dell’organizzazione.  Il numero era più che raddoppiato. Non c’era spazio per tutti, né seggiole per sedersi, né pedane per le sedie a rotelle. Ma ogni cosa è andata al suo posto: sono arrivate mia cognata, sua figlia, un sacerdote amico a sua volta con due volontari. Eravamo persone diverse, umanità diverse, eppure ci sentivamo tutti a casa senza esserci mai incontrati prima. Una familiarità mai sperimentata se non con chi familiare lo è».

Cosa bolle in pentola e cosa manca

Approntare il progetto per divenire una vera e propria impresa sociale è qualcosa cui Pastaparola sta lavorando e che partirà presumibilmente da gennaio. Da quel momento si potranno realizzare nuove iniziative come a esempio una vera raccolta fondi, un crowfunding, che consenta più agevolmente di attuare nuovi progetti. C’è anche un home restaurant all’orizzonte per settembre/ottobre, lo stesso Comune di Fidenza ci crede e ha detto sì dopo una visita personale del sindaco. Inutile specificare che si tratterà di una grande occasione di relazione e interazione con le persone esterne per i ragazzi. Inoltre, accoglieremo un nuovo ragazzo e assumeremo un  tutor. Manca però un truck food, uno di quei mezzi che permettono gli spostamenti ospitando personale e prodotti alimentari da vendere. Spiega Marilena che «Con quello potremmo coinvolgere maggiormente i nostri ragazzi nella relazione col pubblico, portarli fuori di qui dando loro l’occasione dell’interazione che si attua in quella situazione bellissima che è la realtà del mondo intero».

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