Cooperazione & Relazioni internazionali

Aiutiamoli a casa loro: per evitare una catastrofe umanitaria in Bangladesh

Sono 1.300.000 le persone che hanno bisogno di aiuto in Bangladesh, oltre 900mila vivono in campi profughi e insediamenti informali sovraffollati e privi delle strutture igieniche di base. Una situazione devastante che ha bisogno di una mobilitazione della società civile e della comunità internazionale, come spiega la co-fondatrice e direttrice di MOAS, Regina Catrambone

di Redazione

1.300.000 persone hanno bisogno di aiuto in Bangladesh, oltre 900 mila vivono in campi profughi e insediamenti informali sovraffollati e privi delle strutture igieniche di base e di rifugi sicuri, 200 mila si trovano in aree soggette a smottamenti e inondazioni e per 15 mila di esse il rischio di esserne vittima è elevatissimo. Dopo l’escalation di violenze in Myanmar ai danni della comunità apolide e musulmana dei Rohingya, oltre 700 mila persone si sono riversate in Bangladesh nella speranza di mettersi in salvo, scatenando così quella che le Nazioni Unite hanno subito definito “la crisi di rifugiati che si sviluppa più velocemente a livello mondiale”. Questo esodo si è concentrato proprio nelle primissime fasi dopo la ripresa delle violenze contro i Rohingya, tanto che stando ai dati ufficiali dell’ISCG (Inter-Sector Coordination Group) da gennaio 2018 sarebbero state registrate solo circa 9 mila persone.

Proviamo a immaginare l’impatto di un simile esodo biblico su un paese come il Bangladesh a reddito medio-basso e incline per la sua collocazione geografica a catastrofi naturali quali cicloni, monsoni e altri eventi estremi. Proviamo a immaginare in che condizioni arrivino i Rohingya sopravvissuti alle operazioni costanti di pulizia etnica, alle vessazioni e alle violenze subite e dopo aver affrontato viaggi terribili via terra, mare o fiume. Moltissime donne hanno affrontato l’esodo in gravidanza, con figli anche piccolissimi al seguito e senza marito o altri familiari. Troppe adolescenti hanno subito il trauma dello stupro o durante il viaggio sono state intercettate dai trafficanti che, approfittando della loro vulnerabilità, le hanno rivendute e schiavizzate. Una percentuale in costante crescita di bambini è esposta al rischio di malnutrizione, mentre insicurezza alimentare e mancanza di acqua potabile minacciano gli abitanti dei campi.

Tuttavia, altre tragedie silenziose e poco documentate colpiscono questa minoranza perseguitata. In situazioni di crisi si tende sempre a focalizzare l’attenzione sui bisogni primari, fra cui esigenze alimentari, cure mediche e rifugi dove poter vivere. Ma, come abbiamo constatato noi stessi con MOAS, ci sono conseguenze difficili da comprendere a prima vista. Una di queste è il tragico impatto psicologico di quanto sperimentato in Myanmar e della costante incertezza di vivere in un campo profughi dove ogni singolo bisogno viene soddisfatto a fatica. I bambini sono quelli che soffrono particolarmente, tanto che già lo scorso dicembre si è parlato di una vera e propria crisi per la salute mentale dei più piccoli. In tanti, dopo aver assistito allo sterminio della propria famiglia ed aver sperimentato la violenza in prima persona, hanno affrontato soli il viaggio e per loro non esisterà mai una infanzia degna di questo nome. Tuttavia, durante le mie visite sul campo, mi emozionava sempre la loro capacità di sorridere, di accoglierti a braccia aperte, di improvvisare giocattoli con qualsiasi cosa trovassero a disposizione e di dimenticare grazie al gioco gli orrori vissuti.

Ora la situazione è ulteriormente aggravata dall’imminente stagione monsonica e dal ciclone atteso. Sono già cominciate le prime violente piogge che in poco tempo spazzano via il risultato di mesi di duro lavoro. L’ultimo report parla almeno 58 incidenti, oltre 1000 rifugi danneggiati e circa 10 mila persone coinvolte soprattutto a causa del forte vento e delle tempeste che si sono abbattute sugli insediamenti regolari e non. Il problema principale, a fronte dell’elevatissimo numero di persone che andrebbero sistemate in aree più sicure, è che solo poco più di 24 mila sono state ricollocate e che manca lo spazio per realizzare alloggi sicuri. Proprio questa mancanza strutturale insieme ad una scarsa pianificazione e a risorse insufficienti per affrontare l’emergenza monsone rendono praticamente impossibile limitare e mitigare i rischi imminenti.

Altro settore prioritario è quello dell’assistenza sanitaria e della prevenzione per evitare il diffondersi di epidemie e il contagio di malattie trasmissibili e a vettore idrico. In sei mesi di incessante lavoro nelle Aid Station di Shamlapur (un villaggio di pescatori nella cui area risultano circa 13 mila abitanti) e Unchiprang (un’area remota con circa 21 mila persone) abbiamo assistito oltre 64 mila pazienti, curando principalmente casi di ulcera peptica, patologie e disturbi all’apparato respiratorio e diarrea acuta. Donne e bambini rappresentano entrambi circa il 42% dei pazienti registrati nei nostri centri per l’assistenza medica primaria. Fra i bambini il 53% ha un’età compresa fra 2 e 12 anni, mentre moltissime ragazze e donne hanno bisogno di assistenza durante e dopo la gravidanza. Vista l’altissima percentuale di donne incinte (molte delle quali lo sono a seguito di violenze sessuali), MOAS ha deciso di dedicare speciale attenzione alla salute materna e pediatrica oltre alle cure pre/post-natali. Tuttavia, nonostante il nostro impegno costante e la volontà di mantenere accesa la speranza dei Rohingya e dei bengalesi che li ospitano, senza l’aiuto di tutti non riusciremo a far fronte a tutte le esigenze sul campo.

La crisi umanitaria scatenata dall’esodo dei Rohingya, forse più di altre attualmente in corso, mette a nudo l’ipocrisia e l’egoismo di una comunità internazionale che ha rinunciato agli alti ideali di solidarietà, fratellanza, convivenza pacifica fra i popoli per scegliere un egoismo che si disinteressa a ciò che succede fuori dal proprio perimetro di interesse. Stiamo costruendo un mondo fratturato dove intere generazioni di bambini non possono andare a scuola, dove le ragazze sono costrette a sposarsi giovanissime per smettere di essere un peso per le famiglie, dove i ragazzi non possono scegliere liberamente il proprio destino mentre gli adulti assistono impotenti.

Ancora una volta, a nome di MOAS e di ognuna delle oltre 100 mila persone che abbiamo assistito dal nostro esordio, chiedo a tutti di fare la propria parte per abbattere i muri dell’egoismo e dell’indifferenza e per costruire ponti di pace e fratellanza. Solo così eviteremo nuovi esodi in massa di milioni di disperati in cerca di sicurezza e potremo evitare che il numero dei morti di speranza aumenti costantemente.

L'autrice è Co-Fondatrice e Direttrice MOAS

Foto: MOAS


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