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Albania. Tonin, a 20 anni in fondo al mare

Un volontario che da cinque anni lavora in Albania, racconta la storia di uno dei ragazzi morti nel disperato naufragio del 9 gennaio. Si chiamava Tonin.

di Stefano Biraghi

Bardhaj, Albania

Non aveva ancora 20 anni, Tonin. Li avrebbe compiuti in questi giorni: per l?esattezza, il primo di febbraio. Probabilmente sognava di festeggiarli in Italia. Magari s?immaginava un brindisi con una birra e mezza pizza al taglio, qualcosa di semplice e informale; senza le candeline ma col brivido, il fascino e la solitudine dell?avventura clandestina; sotto un tetto provvisorio in compagnia di qualche compagno di viaggio conosciuto soltanto da pochi giorni. Forse sognava già, per quella data, anche di aver trovato un lavoro; in nero, certo, senza alcuna garanzia, faticoso, duro ma sicuramente in grado di offrirgli qualche prospettiva in più rispetto al nulla, all?apatia che ogni giorno respirava aspettando il tramonto lungo le stradine fangose del suo villaggio nel nord dell?Albania. L?inverno è lungo laggiù. Piove e fa freddo. Con la testa cerchi sempre di essere altrove. Tonin sognava tutto questo, sicuramente con timore ma lo sognava da tempo; forse dal momento in cui aveva smesso di andare a scuola e aveva cominciato a non avere niente da fare per tutto il giorno. A guardare la tv. Il generatore e il volume a palla, quando manca la corrente. Troppa tv. Quella maledetta tv che è come una finestra: credi di guardare dentro la tua vita ma poi ti basta uscire dalle quattro mura della casa in cui vivi e ti trovi in una realtà che non c?entra nulla con quella che ti hanno fatto baluginare davanti agli occhi. Lontana anni luce; o forse, soltanto uno sputo di mare. Lo immagino Tonin che pensa? “machecacchio, se siamo arrivati su Marte, non saranno mica ottanta chilometri d?acqua salata a separarmi da tutto questo!”. I fortunati non tornano Anche per Tonin, dopo la scuola era arrivato il niente. Inverno dopo inverno. Come per la maggior parte dei coetanei e per molti ragazzi più grandi di lui. Per i loro padri. Come quasi per tutti, d?altronde, da queste parti. Quasi. Fatta eccezione per quelli che hanno accettato di sguazzare nei traffici e nei soldi facili della mala e per quelli che, invece, ci hanno provato davvero a fuggire da tutto questo. Ne hanno avuto la possibilità, la fortuna, il coraggio, che importa! “L?occasione ti capita una volta soltanto”, questo si sente sempre dire tra i ragazzi. Quelli che ce l?hanno fatta e sono riusciti a fare qualche soldo all?estero, poi tornano. Chi dalla Grecia, chi dall?Italia, chi dalla Germania. Poi tornano e sono diversi. Qualcuno va fino in America. I più fortunati? E chi può dirlo, “quelli non li vedi più tornare!”. La famiglia di Tonin da poco più di un decennio era scesa dalle montagne del Dukagjin per stabilirsi ai margini della città. In questa periferia della periferia d?Europa. Lo immagino, Tonin, in mezzo alla sua famiglia: sua sorella Roza che prepara da mangiare e intanto cerca di studiare sui libri di matematica. Già perché Roza è ostinata; ha voluto continuare la scuola e si è iscritta all?università. Scandalo e orgoglio della famiglia, la figlia ribelle. La ragazza che studia. Per Tonin, soltanto la sorella maggiore. Ma così troppo maggiore? Lo ricordo Tonin, con il suo volto scuro, i grandi occhi castani, così penetranti, eppure schivi, sfuggenti, quasi a non voler trafiggere gli sguardi che incrociava. Di rado sorrideva ma quando ciò accadeva – a volte, durante le gite, piccole fughe dalla vita quotidiana – la sua risata era un?esplosione coinvolgente. Allora lasciava intravedere le due file di denti irregolari e, per qualche istante, perdeva quell?aria triste e pensierosa che, forse a causa di quell?accenno serioso di baffetti da uomo, si portava sempre appresso. Quegli inverni cupi Tonin, ragazzo che sentiva di essere già uomo, con il pensiero a quella partenza. Con l?idea di quel primo compleanno vissuto lontano da casa. Quanto aveva aspettato questo momento, quanto lo aveva progettato con gli amici! Quanti di loro, adesso, lo avrebbero invidiato sapendolo in partenza. “Ma come avrà fatto a trovare i soldi che gli servivano?”. 1.500 sputati eurobigliettoni. La paga di quasi un anno di lavori saltuari, in Albania. Troppo per uno che non lavora? anche gli amici lo avrebbero guardato strano se avesse detto loro che stava per andarsene. è partito di notte. D?inverno, che tanto nessuno esce di casa e la gente, a differenza di sempre, non mormora, al massimo batte i denti per il freddo. Alla periferia del benessere Veniva da Bardhaj, Tonin. Un villaggio alla periferia della città di Scutari; tra la discarica e le colline. Viveva in questa crudele Albania d?inizio millennio. Terra di contrasti: selvaggia, a volte dolcissima. Di una dolcezza antica e paziente. Terra di stenti: in media in Italia circa il 20% del reddito viene speso per il vitto, in Lombardia ancora meno, circa il 17%. In Albania siamo tra l?80 e il 90%. Cioè il reddito serve per riempirsi la pancia; il resto sono solo sogni, buoni per le chiacchiere tra amici ai bordi delle strade polverose. Qualche tempo fa ne parlavo con il vescovo di Scutari, Angelo Massafra e con don Antonio Giovannini, sacerdote in Albania, ?fidei donum? della diocesi di Milano. Guardavamo i camion che scendevano dalla montagna carichi di tronchi di faggio. Legna da ardere, 50 trasporti ogni giorno; di rimboschimento non c?è traccia. “Cosa resterà per i loro figli?” ci chiedevamo. “Già, ma intanto, oggi, cosa danno loro da mangiare?”. Il vivere quotidiano laggiù segue logiche d?ineccepibile linearità. Le sfumature le lascia ai benpensanti dell?altra sponda. Peraltro, tralasciando il disastro ambientale, il taglio della legna è una delle poche attività ?lecite? che garantisce qualche guadagno. Si può anche coltivare l?erba nera, meglio nota come cannabis. Ma il mercato della ?maria? è talmente saturo che il prezzo di vendita è appena superiore a quello del tabacco. Inoltre c?è bisogno di un sacco d?acqua e la polizia (forse per eliminare concorrenti sul mercato) è sempre pronta a dare multe e a requisire i raccolti. Un business florido Resta l?emigrazione. Un business florido. Roba che ci campano in tanti e qualcuno riesce anche ad arricchirsi. Quella legale è quasi impossibile. Gommoni, scafi, documenti falsi sono le possibilità offerte dal mercato: ciascuna ha la sua tariffa, i suoi referenti e le sue coperture. Le sue liste d?attesa. Sempre più lunghe. Pattugliare le coste non basta. è un deterrente, certo. Una barriera di mercato. Alza i rischi e i costi dell?offerta. Perché nell?ultimo anno ci sono stati così pochi sbarchi in Italia provenienti dall?Albania? Perché la gente non può più permettersi i costi del viaggio. E chi i soldi li ha veramente, si paga i documenti in regola. Ricordate la logica lineare? “Non basta mettere i divieti”, mi spiega don Antonio, “occorre dare un?alternativa. Non si può dire a un uomo dove non deve andare, senza dargli l?opportunità di rimanere” . Sono anni che lui, prima in Italia e ora in Albania, ha a che fare con le leggi italiane sull?immigrazione. E su questi temi non ha certo peli sulla lingua. “Dare in mano le politiche sull?immigrazione a Bossi è come affidare l?educazione sessuale a un pedofilo! A una persona disturbata, che ha un problema irrisolto con la materia e, più in generale, con la globalizzazione. Col risultato che abbiamo un estremista no global al governo in una maggioranza che si dichiara liberal”. L?epilogo di Tonin I sogni di Tonin e i suoi quasi vent?anni sono naufragati la notte del 9 gennaio al largo dell?isola di Saseno; il motore del gommone che lo avrebbe dovuto portare in Italia schivando le barriere d?egoismo delle nostre leggi è andato in avaria a pochi minuti di nuoto dalla costa albanese. Le tenebre, la pioggia e uno sputo di mare in tempesta hanno fatto il resto. Al mattino, quando i soccorsi hanno individuato il natante, a bordo hanno trovato più di venti corpi assiderati. Pochi avevano più di vent?anni, e quasi tutti venivano dal Nord dell?Albania. Da villaggi, come Bardhaj, dove il tempo per i giovani non sembra mai passare e le giornate, specie d?inverno, sono fredde e monotone. Scandite soltanto dal rombo dei generatori e dai jingle della televisione.

Info: 09.01.2004

La notte di venerdì 9 gennaio una tempesta sorprende un gommone carico di albanesi che tentano di raggiungere l?Italia. Nel naufragio muoiono 20 persone, 17 uomini e 3 donne, e ne sopravvivono 11. Prima di soccombere alla furia delle onde, uno dei due scafisti (sopravvissuti) aveva lanciato l?allarme con il telefonino a una televisione privata di Valona, punto di partenza dei disperati. I soccorsi scattano la mattina di sabato 10, quando una motovedetta del 28° gruppo navale italiano, con base a Durazzo, riesce a raggiungere il natante, sbarcare i cadaveri sull’isola di Sesano, ai confini con la Grecia, e portare invece i superstiti negli ospedali di Valona. L?episodio desta scalpore in Albania: viene proclamato il lutto nazionale, e le indagini svelano che uno dei due scafisti, Artur Rrokaj, è figlio del capo dell?unità antiterrorismo della polizia di Scutari, nonché fratello di un ispettore di polizia di Valona. I due funzionari vengono arrestati insieme ai traghettatori, con l?accusa di omicidio e associazione a delinquere. Finisce in manette anche il vicedirettore del porto di Valona, fratello del padrone del gommone, comperato in Italia.

Info: Chi parte e chi lotta per restare

In Albania la geografia economica è ribaltata rispetto all?Italia. Il Sud è a nord della Grecia e in qualche modo riesce a rimanere legato al mercato occidentale. Il Nord, invece, è a sud del Montenegro, nel buco dei Balcani. Traffici e povertà. La distanza fra Milano e uno di questi villaggi è breve: due ore d?aereo, 200 euro tra andata e ritorno; la distanza inversa, invece, a volte è infinita: 1.500 euro per morire su un gommone. In questa terra ci sono persone che lavorano per dare una speranza: don Antonio Giovannini, sacerdote ?fidei donum? della diocesi di Milano, da quattro anni vive a Scutari a servizio della diocesi locale dove l?ha incontrato Stefano Biraghi, l?autore dell?articolo, durante uno dei suoi periodi di volontariato. Da sempre in prima linea sul fronte dell?immigrazione, alla fine degli anni 80,don Antonio ha fondato a Milano l?associazione La Grangia di Monluè e l?omonima casa di accoglienza. Accoglienza, educazione, istruzione e integrazione, i valori che tutt?oggi ne guidano l?impegno. In Albania il vescovo Angelo Massafra gli ha affidato lo ?scomodo? compito di occuparsi di alcune comunità sparse tra le montagne del nord. È tra i fondatori di ?Shoqata per integrimin e zonave rurale?, un?associazione per lo sviluppo economico, sociale e culturale delle zone più povere.

Info: Sheshi Gjon Pali II, Kisha Katedrale, Shkodër, Albani – tel. 00355.2248818


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