Media, Arte, Cultura

Arbasino il bisturi di un grande snob

Alberto Arbasino arricchisce la sua sterminata opera saggistica e narrativa con questo Dall’Ellade a Bisanzio, in uscita per le edizioni Adelphi.

di Andrea Leone

Alberto Arbasino arricchisce la sua sterminata opera saggistica e narrativa con questo Dall?Ellade a Bisanzio, in uscita per le edizioni Adelphi. Il libro è la cronaca di un viaggio fatto nel 1960 da un gruppo di amici ?di buone letture? che fuggono da una Roma in cui si svolgono le Olimpiadi. La ?cafè society? prevalentemente milanese e francese si muove alla volta del più classico dei viaggi di formazione: la Grecia, molto prima degli infausti ?turismi di massa?. Gli amici hanno in mente soprattutto una Grecia neoclassica, rivisitata dal Novecento francese, quella di Cocteau e Stravinsky molto più di quella tedesca, romantica e tragica di Nietzsche ed Hölderlin. Il Partenone, Olimpia, Delfi, Micene e Mikonos, infine la Turchia e Costantinopoli. La cultura è il diaframma attraverso cui Arbasino interpreta, sempre, luoghi e persone. Ma più che di cultura, si tratta di costume della cultura. Ci si compiace davanti alla sua sapienza enciclopedica, alla sua prosa ricca, squisita, articolata, gaddiana, (di Gadda manca il nucleo fondamentale: la forza, il peso, il centro), ma è difficile trovare in questo testo una vera volontà di conoscenza, come ad esempio accadeva nell?opera di Henry Miller sullo stessa tema. Aggiornatissimo, coltissimo, l?antico nipote di Gadda è soprattutto un notevole cronista di costume; svagato e serrato, leggero e feroce compila la sua infinita enciclopedia della superficie. È un collezionista di prime, di imperativi mondani e culturali, e il suo regno sono i titoli, i nomi, le copertine, i cartelloni, le insegne del mondo. Con ironia e disincanto smaschera miti culturali e redige un trattato sull?estetica di tutti i tempi e paesi. Capace di stoccate umoristiche memorabili, Arbasino è impegnato soprattutto in un solo viaggio, il viaggio nella società. Egli non riesce a evitare i pericoli inevitabilmente connessi con la prosa d?arte: un gergo compiaciuto, un esercizio narcisistico al cui centro rimangono l?intelligenza e il personaggio, lo snob consapevole. A noi lettori sembra insomma di stare a una prima della Scala; più che un libro sulla Grecia è un libro di conversazione sulla Grecia. Particolarmente commosse e ammirate, forse le pagine migliori del libro, sono quelle dedicate a Maria Callas e alla sua Norma ad Epidauro. Arbasino registra il miracolo della Callas con autentica partecipazione e con la consapevolezza di stare scrivendo un servizio di cronaca sul mito.


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