Sanità & Ricerca

Assistere i bambini autistici con i robot. Uno studio della Bicocca

Sfruttando la naturale propensione dei bambini a interagire con i robot, i ricercatori del RobotiCSS Lab della Bicocca stanno misurando il livello di compromissione di alcune capacità cognitive dei bimbi autistici, in particolare di quella abilità di formarsi una “Teoria della mente” che è essenziale per riconoscere e interpretare le intenzioni, gli stati mentali e le emozioni proprie e degli altri esseri umani

di Sabina Pignataro

Da tempo sappiamo che l’autismo è un disturbo complesso che danneggia molti aspetti del funzionamento infantile: in particolare, sappiamo i bambini con disturbi dello spettro autistico mostrano difficoltà sociali, comunicative ed emotive nel relazionarsi con le altre persone. Quello che non sappiamo ancora è se queste difficoltà sorgano nella relazione con qualsiasi soggetto, animato e non, oppure sono unicamente limitate all’interazione con gli umani.

A questo quesito stanno cercando di dare una risposta i ricercatori del RobotiCSS Lab (Laboratorio di Robotica per le Scienze Cognitive e Sociali) del Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca. Qui un gruppo interdisciplinare, che coinvolge filosofi, psicologi dello sviluppo e pedagogisti, sta studiando il modo in cui si forma e si struttura la “Teoria della mente” (ToM, Theory of Mind) nei bambi autistici, una capacità cognitiva (che si sviluppa nei bambini normotipici già nei primi anni di vita) che è essenziale per riconoscere e interpretare le intenzioni, gli stati mentali e le emozioni proprie e degli altri esseri umani. Una competenza che è di primaria importanza per orientarsi nel mondo. E per farlo stanno sfruttando la naturale propensione dei bambini a interagire con i robot. «I bambini autistici infatti», ha spiegato Edoardo Datteri, ricercatore e coordinatore del RobotiCSS Lab, «si lasciano ingaggiare più facilmente dai robot, perché questi sono emotivamente meno ricchi degli esseri umani e questa loro povertà emotiva li intimorisce di meno. E più facile quindi che si istauri una relazione tra di loro».

L'idea che i robot possano aiutare i bimbi con autismo non è nuova. Fino ad ora, infatti, la robotica è stata utilizzata soprattutto in ambito riabilitativo ed educativo con anziani affetti da demenza di tipo Alzheimer e con bambini che presentano gravi disabilità per favorire lo sviluppo di competenze sociali e comunicative. Paro (dalle sembianze di un cucciolo di foca), NAO (robot umanoide) e KASPAR (robot umanoide raffigurante il volto di un bambino con un aspetto neutro) sono alcuni dei robot antropomorfi o zoomorfi utilizzati più frequentemente.

L’elemento innovativo della ricerca del RobotiCSS Lab, però, risiede nella scelta di utilizzare i robot non soltanto in ambito riabilitativo ma, soprattutto, come strumento conoscitivo per accrescere le informazioni sul funzionamento della mente delle persone con autismo.

Qualche settimana fa i ricercatori della Bicocca hanno portato il CoderBot, un robot non umanoide (sviluppato grazie ad una campagna di crowdfunding dell’Università Bicocca) presso una scuola primaria di Milano. «Quello che abbiamo fatto è stato questo: abbiamo messo in contatto un bambino autistico con un robot, poi abbiamo osservato che tipo di relazione e interazione si creava tra di loro e infine abbiamo valutato la capacità del piccolo di cogliere le intenzioni di questo robot».

Le ricerche scientifiche disponibili fino ad ora farebbero pensare che i bambini affetti da disturbi dello spettro autistico, benché molto abili nello scoprire relazioni causali tra eventi fisici, non siano in grado di sviluppare una Teoria della Mente e per questo fatichino a dare un senso alle intenzioni e ai comportamenti altrui quando questi non sono esplicitati. «Se riuscissimo a scoprire che anche i bambini autistici sono in grado di attribuire intenzioni e stati mentali ai robot», ha spiegato ancora Datteri, «come fanno i bambini normotipici (come suggerito da un recente studio), pur essendo incapaci di riconoscere cosa sentono, pensano, provano gli essere umani, potremmo ipotizzare che la loro capacità di formarsi una “teoria della mente” non è totalmente compromessa». I risultati preliminari di questi lavori di ricerca sono stati presentati al Congresso Nazionale “Interazione bambino-robot” organizzato dal RobotiCSS Lab il 12-13 Giugno scorso. «Siamo solo all’inizio, ma queste scoperte potrebbero rappresentare un passo importante nella comprensione della natura delle abilità cognitive dei bambini autistici», ha poi aggiunto il ricercatore.

Parallelamente, il team di Datteri sta collaborando con Laura Fedeli e Valentina Pennazio, professoresse dell’Università di Macerata, esperte di robotica e autismo. «L'obiettivo è quello di capire se i robot possano essere utilizzati per potenziare le capacità di riconoscere le emozioni nei bambini con autismo». Un lavoro simile sta coinvolgendo anche Raffaella Faggioli, psicoterapeuta dell’Officina Psicoeducativa di Milano, ente specializzato in interventi psicoeducativi per persone autistiche, e Paola Baldini della cooperativa sociale BES, sempre a Milano, attiva nell’inserimento di persone con autismo nel mondo del lavoro. «È una bella sfida che portiamo avanti attraverso un’interazione virtuosa tra ricercatrici e ricercatori di area psicologica, pedagogica, filosofica e tecnologica», ha infine concluso.


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