Economia & Impresa sociale 

Aulab, la coder factory nata in un sottano di Bari

Come è nata (e ha preso il volo) l’impresa sostenuta da SocialFare. «A oggi», spiega il ceo Davide Neve, «abbiamo formato oltre 10mila studenti e oltre 2mila developer con il nostro coding bootcamp Hackademy, replicato in più di 65 edizioni». Il tasso di placement è superiore al 95%, con la ricerca di lavoro che dura in media 3,2 mesi. L'ottava puntata della serie sulle esperienze più innovative di imprese sostenute grazie all'impact investing. Un progetto in collaborazione con Social Impact Agenda per l'Italia (Sia)

di Chiara Buongiovanni

Inizia in un “sottano” (così chiamano il seminterrato a Bari) la storia di Aulab, la prima coder factory italiana nata nel 2014 dall’intuizione di Giancarlo Valente e Davide Neve (in foto). Determinante il primo finanziamento dal fondo a impatto SocialFare Seed nel 2018. Da allora Aulab ha raccolto investimenti per circa 4,5 milioni di euro, con una crescita dei ricavi a un tasso medio annuo superiore al 110%. Aulab offre corsi professionali per sviluppatori web e ha creato una software house interna e un coworking tecnologico per permettere agli studenti di sperimentare sul campo le competenze ed entrare in contatto con professionisti digitali e opportunità di business.

Il 95% degli studenti trova lavoro
«A oggi», spiega il ceo Davide Neve, «abbiamo formato oltre 10mila studenti e oltre 2mila developer con il nostro coding bootcamp Hackademy, replicato in più di 65 edizioni». Il tasso di placement è superiore al 95%, con la ricerca di lavoro che dura in media 3,2 mesi e si conclude con assunzione prevalentemente a tempo indeterminato o in apprendistato.

Aulab contribuisce al contrasto del fenomeno dei Neet nel nostro Paese, ma si configura anche come opportunità di riqualifica professionale e cambio vita, con un’offerta formativa che in soli tre mesi trasforma ragazzi e adulti totalmente “a digiuno” di informatica in sviluppatori web junior in grado di operare a livello front-end e back-end. A conferma, i dati sul settore di provenienza — il 75% degli studenti Aulab proviene dai distretti dell’artigianato, abbigliamento e ristorazione — e le importanti collaborazioni attive, tra cui quella con Glovo per la riqualifica professionale dei rider.

Una exit di successo
«Siamo partiti con un percorso di customer discovery nelle scuole superiori», ricorda Neve. «Oggi come allora quella del web developer è una delle posizioni più richieste, a fronte di un “buco” in Italia di oltre 100mila risorse in ambito tech secondo l’Osservatorio delle Competenze Digitali». Molto positiva sin dai primi corsi la risposta delle oltre 400 aziende partner, in cui gli studenti Hackademy sono confluiti come neo-assunti. Con le prime conferme sul mercato, arriva la consapevolezza della necessità di reperire capitale e di avere una guida esperta per scalare il modello di business. «Ci siamo candidati al programma di accelerazione di SocialFare perché cercavamo un incubatore che ci aiutasse a crescere in maniera genuina e sostenibile». Con un modello riconosciuto come buona pratica dal Fondo europeo per gli investimenti (Fei), SocialFare lega l’accompagnamento al finanziamento attraverso SocialFare Seed.

«Aulab ci ha convinti per l’idea innovativa in linea con la priorità europea di generare capacity di nuove competenze per soggetti a rischio di fragilità economica e lavorativa, per il team fortemente determinato, per la regione di origine e la disintermediazione del modello tra formazione e accesso al lavoro, oltre che per il focus su competenze digitali», spiega Laura Orestano, Ad di SocialFare e presidente di SocialFare Seed che, per primo nel 2018, ha investito in Aulab 200mila euro, a cui sono seguiti investimenti da parte di business angels per complessivi 300mila euro e una campagna di equity crowdfunding su Mamacrowd di 500mila euro nel 2021. A settembre 2022 è avvenuta l’exit per gli investitori, in concomitanza con la parziale acquisizione di Aulab da parte del gruppo Multiversity, leader italiano dell’e-learning. «Per un investitore a impatto, rischiare significa non solo mettere soldi ma investire in conoscenza, energie e relazioni», chiosa Orestano.


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