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Bombe di mele piovono a kabul

Guerra. Storia delle razioni di cibo lanciate dal cielo. Cinque menù, istruzioni in inglese. Prodotte con criteri politicamente corretti sono un business da milioni di dollari.

di Gabriella Meroni

L?unico difetto che tutti gli riconoscono non è certo trascurabile, visto che si tratta di cibo: fa schifo. Quell?improbabile miscuglio di fagioli e riso di pessima qualità che si incolla alle pareti del sacchetto, e per farlo uscire bisogna schiacciare a un?estremità, come fosse maionese, non ha mai incontrato i gusti delle popolazioni cui è stato destinato. Le storielle sulle razioni umanitarie americane, i ?sacchetti gialli? che in questi giorni cadono a centinaia di migliaia sull?Afghanistan, si sprecano. Due anni fa, in Kosovo, all?ex vice segretario di Stato (nonché marito della stella della Cnn Christiane Amanpour) James Rubin toccò ad esempio assistere di persona a parecchi falò di profughi albanesi che utilizzavano quelle provviste al posto della legna. E prima ancora, in Bosnia, una giovane profuga di 18 anni, Arolelina, lo disse chiaro e tondo alle tv di tutto il mondo: quella zuppetta gelatinosa era proprio immangiabile. Certo, ciò che potrebbe essere seccante in una mensa ufficiali diventa un trascurabile dettaglio su un campo di battaglia, dove la gente muore di fame e non ha neppure un pugno di farina con cui arrivare a sera. Quei pacchetti fosforescenti, le fotografatissime Hdr (sigla inglese per ?razioni umanitarie giornaliere?), non hanno lo scopo di accontentare i palati di raffinati gourmet. Ma quello, molto più prosaico, di sostentare un essere umano per un giorno. Ma che ci volete fare? Prima di arrivare in Afghanistan, quegli stessi sacchetti hanno fatto più volte il giro del mondo. Gli Stati Uniti li producono dal 1993, quando, esattamente il 22 novembre, furono per la prima volta sganciati da un C-130 sulle enclave bosniache della Croazia. Da allora sono arrivati in 20 Paesi del mondo in 8 milioni di pezzi giallo brillante, per essere visibili a grandi distanze e al buio, e progettati per resistere all?urto di un lancio (senza paracadute) da 10mila metri d?altezza. E ogni volta che c?è una crisi, si ricomincia. Il viaggio delle razioni usate questa volta in Afghanistan inizia subito dopo l?11 settembre, quando l?impressionante macchina bellica americana si mette in moto. E quando l?esercito degli Stati uniti scalda i motori, la fibrillazione si estende a tutte le aziende che con l?esercito lavorano e che solo nel campo alimentare muovono 7 miliardi di dollari l?anno. Così, anche le tre industrie che assemblano i sacchetti gialli richiamano gli operai stagionali, e aspettano il via. Che puntualmente arriva, ai primi di ottobre. Bastano infatti 48 ore perché le Hdr, lasciate le catene di montaggio e i magazzini, arrivino al centro di smistamento di Philadelphia, il Defence supply center. Ma da dove erano partite? Le ditte vincitrici di contratti nazionali per la fornitura dei pacchi umanitari all?esercito (oltre che delle razioni giornaliere per i militari) sono tre: la Wornick company con sede a Cincinnati (Ohio), che ha ricevuto una commessa da quasi 45 milioni di dollari; la AmeriQual foods di Evansville (Indiana), che ha un contratto da 48 milioni; e la Sopakco packaging di Mullins (South Carolina), che ne vanta uno da 64 milioni. Totale, 157 milioni di dollari di spesa. Tocca a loro confezionare i fagioli e il riso, i cracker e i biscotti a base vegetale (per non urtare la sensibilità di persone cui la religione può vietare di volta in volta di consumare maiale o manzo), e le marmellate di frutta che compongono, insieme al burro di arachidi, la razione che sfamerà per 24 ore un soggetto denutrito. Nei sacchetti possono finire, a caso, 5 menu leggermente diversi (riso giallo invece che alle erbe, fagioli al pomodoro piuttosto che lenticchie o pasta, fette biscottate al posto di semplice pane) più una busta accessoria con spezie, un cucchiaio di plastica, fiammiferi e una tovaglietta imbevuta di detergente, non alcolico e non profumato, per lavarsi. Un pensiero, quest?ultimo, che ha suscitato non poca ilarità anche in patria; sulla busta infatti si può leggere (in inglese) che trattasi di «salvietta idratante che rinfresca senza bisogno di acqua e sapone. Si asciuga in pochi secondi e lascia la pelle morbida e liscia». Denutriti sì, ma come appena usciti dall?estetista. «Ogni sacchetto vale 4,25 dollari», spiega Laureen Natko, ufficiale in forza al Defence supply center di Philadelphia. «Al 26 ottobre ne abbiamo sganciati 920mila, per una spesa di circa 3,9 milioni di dollari. Si tratta di pasti completi e bilanciati, composti per il 60 per cento da carboidrati, il 12 per cento da proteine e il 28 per cento da grassi. E non hanno niente da invidiare alle razioni che mangiamo anche noi, quando siamo in missione». In realtà, qualcosa da invidiare ce l?hanno: il numero delle calorie, che nei sacchetti per i militari supera abbondantemente le 4mila. «Ma è tutto calcolato», continua Laureen, «perché il cibo sia più facilmente assorbito da un fisico debilitato. D?altra parte, l?esercito ha studiato i menu con il World food programme, l?agenzia alimentare delle Nazioni Unite?». «Davvero? Non mi risulta», commenta Jeff Rowland, dell?ufficio Wfp di Roma. «In realtà queste razioni, eccellenti dal punto di vista nutrizionale, pessime quanto a gusto, sono troppo care per i nostri parametri. E poi noi preferiamo sfamare i rifugiati con cibi freschi. Ciò non toglie che in alcune situazioni abbiamo utilizzato i sacchetti gialli», continua, «ma solo per brevi periodi». Il business alimentare Dietro le razioni Usa non ci sarà l?Onu, ma c?è comunque un mondo. E un business, fatto essenzialmente di due parti: le imprese piccole e quelle grandi. Fiore all?occhiello del Dipartimento alla difesa è infatti il programma Small business, che punta a coinvolgere nelle forniture alimentari all?esercito le aziende con meno di 200 dipendenti, meglio se caratterizzate da qualche elemento ?sociale?. Così si scopre che tra i produttori del riso colloso e dei fagioli adesivi figurano ditte come la My own meals, gestita prevalentemente da donne, incaricata di confezionare, tra l?altro, i pasti kosher e halal destinati rispettivamente a soldati ebrei e musulmani praticanti. Oppure come la Y. Hata & co delle Hawai, che impiega soggetti svantaggiati, o la Six points inc., gestita da appartenenti alla minoranza nativa americana. Un vero inno al politicamente corretto. Molta meno trasparenza si ritrova, invece, sul resto del mercato dei fornitori, quello delle grandi multinazionali. A parte le volenterose signore di My own meals, insomma, chi ci guadagna davvero sui sacchetti più cari della storia degli aiuti umanitari? «Certo che so chi sono i fornitori di Wornick, Ameriqual e Sopakco, ma non posso rivelarli», dichiara Jim Fagan, direttore della R&D associates for military food & packaging del Texas, l?associazione di categoria delle aziende che confezionano le razioni per l?esercito. «Rischierei di danneggiare i nostri associati. Sono tutti in concorrenza tra loro, e svelare i loro migliori clienti manderebbe in fumo molti affari. Posso solo dire che gli alimenti arrivano da tutto il mondo, e il criterio che si segue per i contratti è sempre lo stesso: il miglior prezzo». Ci faccia almeno qualche nome? «Be?, il numero uno: Nestlé. Ma forse l?aveva capito anche lei». Se il cibo arriva da tutto il mondo, ci saranno anche fornitori da Paesi arabi? o no? «Sì, è ovvio. Tanto tutte le derrate sono sterilizzate prima dell?uso?». L?umorismo di Jim il texano non è dei più raffinati, ma tant?è. Forse è solo l?ennesimo segnale del fatto che gli affari, anche in guerra, sono affari, e che i dollari restano il miglior baluardo contro i pregiudizi. A prova di schianto Arriviamo così all?ultimo passaggio, la partenza. Per gli invii sui cieli di Kabul avviene da due basi: quella in territorio statunitense di Charleston, South Carolina, e quella di Ramstein, sede del 37° squadrone aereo, in Germania. I militari stoccano i pacchi nella pancia dei grandi C-17 Globetrotter, pigiandoli a dieci a dieci in scatoloni di cartone su cui è disegnata una bandiera a stelle e strisce e una mezzaluna e su cui una scritta dice ?cibo donato dal popolo americano?: sforzo inutile, perché i cartoni sono sicuramente destinati a sfracellarsi nell?impatto col terreno. Non così i sacchetti, garantiti a prova di schianto, che planeranno senza subire troppi danni sul territorio afghano. Qui qualcuno li raccoglierà, e per quel giorno avrà la fortuna di sopravvivere. Ma non sapremo mai, probabilmente, se in cuor suo sarà costretto a dar ragione alla giovane, sincera, disgustata Arolelina. Dentro queI sacchetti gialli º una porzione di riso e fagioli in salsa di pomodoro º una porzione di riso giallo o alle erbe º due biscotti a base vegetale º due crackers vegetali º una barretta dolce alla frutta º una vaschetta di burro di arachidi º una vaschetta di marmellata di fragole º due tortine alla frutta º una confezione di fette biscottate º una busta accessoria con peperoncino, sale, pepe, zucchero, un cucchiaio di plastica, alcuni fiammiferi (privi di marca) e un tovagliolo imbevuto di liquido detergente non alcolico per lavarsi viso e mani


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