Famiglia & Minori

Care mamme, lasciate che i papà facciano i padri

Abbiamo chiesto al pedagogista Daniele Novara dei consigli per i papà. Ma i padri oggi non esistono, ci ha risposto, a meno che le madri li autorizzino ad esserlo. I consigli allora in questa festa del papà 2023, in una società post patriarcale, sono per le mamme

di Sara De Carli

Cari papà. Che dirvi oggi, alla vigilia di questa festa del papà 2023? Oggi che, a dar retta a Google Trends, la parola “papà” si lega essenzialmente al concorso indetto da una nota birra? Vogliamo ricordarvi che quando si tratta di chiedere il congedo parentale per seguire la crescita dei figli, quello dei due genitori che resta a casa 8 volte su 10 è la mamma? Oppure vogliamo darvi dei consigli, dinanzi al dilagante disagio dei vostri e nostri figli? (Che in fondo è un po’ sempre anche chiedervi “dove siete?”). «Tutte domande sbagliate», dice senza mezzi termini Daniele Novara, pedagogista e fondatore del Cpp-Centro psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti. «Oggi la società patriarcale è finita. Il padre oggi esiste come padre solo se fa gioco di squadra con la madre, anzi ancora di più se la madre è disponibile ad autorizzarlo a quel ruolo. Il ruolo del padre oggi è nelle mani delle madri. Il padre oggi aspetta una autorizzazione ad essere padre, da solo non esiste». Allora care mamme, nella festa del papà ci rivolgiamo a voi (a noi): lasciamo che i padri facciano i padri.

Spieghiamo bene questa cosa…

La nostra – per fortuna, lo dico senza rimpianti – è una società post patriarcale, nonostante tutte le rimostranze e la retorica che c’è sul tema. Il patriarcato storicamente è finito, magari resiste in qualche situazione specifica, ma non come codice di senso comune. Nella società post patriarcale il padre esiste come padre solo se fa gioco di squadra con la madre, anzi solo se la madre è disponibile a questo gioco di squadra, perché biologicamente la madre è prevalente, tant’è vero che il patriarcato è nato nel neolitico proprio per limitare il potere femminile, della madre sui figli. In questo momento storico invece, noi abbiamo di nuovo la necessità che la madre “presenti” il padre al figlio e lo autorizzi al suo ruolo paterno. Il ruolo del padre in questo momento segue all’autorizzazione materna. Le madri però, dal punto di vista generazionale, non hanno ancora consapevolezza che la società patriarcale è finita e che il ruolo del padre è nelle loro mani. Molte mamme ragionano ancora in termini di patriarcato, cercando di difendersi e di difendere i figli da esso, perché “non voglio che succeda ai miei figli quel che è successo a me”. Ma intanto sono passati trenta o quarant’anni, i codici sono cambiati. Invece di dire “Questo è tuo padre e sarà lui a gestire la tua adolescenza”, che sarebbe la cosa più sana da fare, continuano imperterrite nella loro azione protettiva nei confronti dei figli. Dicendo poi – talvolta – che il problema sono i papà. È come se ci fosse un rancore nelle madri verso il patriarcato, che dal punto di vista storico è legittimo ma che non è legittimo per i ragazzi che invece hanno bisogno di un padre e non di vivere da orfani con un padre perennemente seduto in panchina che aspetta – da parte della madre – una chiamata che non arriva mai. Parlo sempre escludendo i casi limiti, che ovviamente ci sono… perché esistono anche padri che non rispondono alla chiamata.

Quindi il titolo di questa intervista è “Mamme, lasciate che i papà facciano i papà”.

Senza dubbio. Anzi “autorizzateli a fare i padri”, che è ancora più radicale. Come pedagogista che incontra tanti genitori, mi sento di dire che la difficoltà di oggi è questa, definire lo spazio paterno del padre. Le conseguenze sono varie: la depressione paterna, il papà peluche, il papà compagno di gioco. Il ruolo del padre dal punto di vista educativo, specialmente in adolescenza, è duplice: di arginamento e di suscitare nuove sfide, saper educare i figli al gusto della sfida.

Suscitare il gusto della sfida, come funzione educativa. Cosa significa?

Prendiamo la scuola, che è un esempio lampante. Le famiglie, in particolare le madri, oggi hanno un’apprensione elevatissima rispetto alla scuola. Dopo il Covid ho seguito diversi casi di ragazzini che non volevano più andare a scuola e la situazione si è sbloccata reintroducendo la figura del padre, facendo in modo che di questa paura di andare a scuola se ne occupasse il padre che la gestiva come sfida ineluttabile della loro crescita e li riconduceva a una necessità, non a una scelta psicologica che è tipicamente materna. Una necessità di crescita, legata al fatto che la scuola è una sfida del figlio, non una sfida della famiglia o della mamma. In questo senso l’estate è un luogo educativo straordinario per fare esperienze: il padre col figlio preadolescente o adolescente può programmare l’estate in funzione di sfide di crescita, che sia il vivere momenti di solidarietà o di esplorazione della natura o di apprendimento delle lingue… Io sono un grande sostenitore della convergenza educativa sul padre, in adolescenza. I figli a quell’età hanno necessità di staccarsi dai genitori, di allontanarsi e la figura che può aiutare e sostenere questo percorso – liberando i figli anche dal controllo del maternage – è quella padre, proprio perché “ha meno i figli nella pancia”.

È stato detto che per la cosa che preoccupa di più i genitori di oggi è mantenere viva la relazione con i figli, che non è scontata. E i papà soffrono ancora di più delle mamme quando sentono che il dialogo con i figli non c’è più. Questo spiega tante scelte anche di mediazione…

Quello del dialogo, in adolescenza, è un grande equivoco. Il dialogo con i figli è uno dei miti in cui i genitori sono sprofondati, facendosi del male. Gli adolescenti vogliono allontanarsi dai genitori, non hanno alcuna intenzione di mantenere un dialogo così forte proprio con il papà e la mamma, tanto più la mamma che rappresenta ai loro occhi l’infanzia. Quello che importa in questa fase non è il dialogo ma l’organizzare bene la gestione dei figli, con alcune tecniche – tipo “i paletti” – che permettono ai figli l’esercizio della libertà a dentro alcune regole. Non servono gli “spiegoni” (altra grande tentazione dei genitori di oggi) e non serve cercare di essere gradevoli, quello è il ruolo dei nonni. La tecnica giusta è quella del gatto: aspettare il figlio, essere pronti ad ascoltare quando è lui a voler entrare in relazione (perché ovviamente anche il figlio ha bisogno della relazione e la desidera), ma senza incalzare troppo. Alla domanda “come è andata a scuola”, nessun figlio adolescente risponderà mai nulla di interessante. Il genitore ha la parvenza del “sacro” dialogo, ma è una barzelletta.

Foto di Yan Krukau su Pexels


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