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Cari docenti, non siete dei reazionari

Intervista a un'insegnante che ha scritto un libro per dire ai colleghi: «Vogliono farvi credere che siete vecchi e fuori moda, ma voi continuate a lavorare per i ragazzi»

di Redazione

«Non so al Nord, ma qui a Napoli la scuola è scatafasciata». L’aggettivo è ben scandito, con l’accento partenopeo che lo rende tragicomico, così che ogni sillaba costruisce un contenitore fatiscente di ragazzi annoiati, insegnanti stanchi, circolari gialle a mucchi. Dopo trent’anni di Italiano, Storia e convinzione, Francesca Giusti si sente senza forze. Isolata. Ma tirata per una manica dalla passione per i ragazzi. Mentre i trionfalismi ministeriali per le riforme in atto hanno risvegliato in lei un’antica e costruttiva rabbia: «Ci ricattano», s’infervora senza mai alzare la voce, «vogliono farci credere che chi va contro l’autonomia si oppone al nuovo, quindi è un reazionario che deve solo vergognarsi. Invece conosco tanti insegnanti che fremono per un cambiamento, ma in direzioni diverse da quelle disegnate da Berlinguer e De Mauro». Per chi ancora ci crede, al lavoro nella scuola, per alleviare un po’ la loro frustrazione, Francesca Giusti ha scritto un libro insieme al collega Vincenzo Sommella, anche lui napoletano: Povera scuola!, edito da Donzelli. Una radiografia dell’autonomia, della sua povertà di contenuti, della “delega in bianco” di un’istituzione che «ha rinunciato a educare e a riflettere sulla vita». Quella di Francesca, che ha 54 anni ed è vedova da 15, è una storia di grandi ideali che si infrangono per fare spazio alle decisive battaglie quotidiane. Nata in una famiglia di notai, la “tradisce” prima con la facoltà di filosofia e poi con l’insegnamento. Una giovinezza a cavallo del ‘68, la militanza in gruppi leninisti, gli asili sociali nelle periferie di Napoli, il volontariato in un ospedale psichiatrico. Francesca vende le proprietà che la madre le ha intestato e fa un figlio senza marito. «Non rinnego nulla», dice, «ma eravamo dei fanatici con una lettura sbagliata della società». Vita: Parliamo di scuola. Lei scrive che l’autonomia ha delineato una scuola-azienda con allievi-clienti, dai quali non si pretende troppa fatica. Ma i ragazzi, secondo lei, come vivono la rivoluzione annunciata? Francesca Giusti: Adesso ne vedono gli aspetti di libertà e minor severità. L’altro giorno la mia prima, al Mario Pagano, era in assemblea. Io fingevo di non ascoltare finché non hanno lanciato un’idea: andiamo dalla preside chiedendo di cambiare quei professori che non ci vanno bene. Capisce? Lo sanno bene di avere più scelta. Solo qualcuno ha compreso a pieno le conseguenze di questa riforma, e teme di uscire di qui con una preparazione più scarsa. Vita: Nel suo libro uno dei protagonisti è l’indebolimento del sapere. La tesina della maturità, per esempio, dove lo studente tocca tanti argomenti senza approfondire nulla. I ragazzi lo sentono, questo problema? Giusti: Non del tutto. Far passare dei saperi forti e insegnare a scrivere a chi ha 13-14 anni è difficile. Qualcuno di loro ancora legge senza capire il significato delle parole, perché viviamo in un mondo che non fa pensare e pure questa scuola, così annacquata nei contenuti, si è messa a remare contro. Il risultato sa qual è? Che i ragazzi si impegnano solo se l’insegnante si cura di loro. Quando io li incoraggio, e loro capiscono che mi interessano, allora lavorano. Ma non sempre basta la buona volontà per imparare a scrivere… Vita: Perché tanta importanza alla scrittura? Giusti: Perché aiuta o ordinare i pensieri, a far emergere emozioni. Le prime cose che un ragazzo deve imparare. Il rigore del pensiero serve anche a usare le nuove tecnologie, no? Vita: Cosa cercano i ragazzi dalla scuola? Giusti: Una guida. Sono sballottati sul piano dei valori e delle certezze. È una generazione che s’annoia, la società cerca di inebetirli. Passano ore davanti alla tv, ore in piazza a far niente. Arrivano con un grande vuoto, e la scuola non può, non deve abbandonarli. Vita: Passiamo ai docenti. La riforma, nelle intenzioni, avrebbe dovuto rafforzare il loro ruolo. Ci è riuscita? Giusti: Ha rafforzato il ruolo di chi fa cose di facciata. Col fatto di lavorare per progetti, nell’ottica della scuola-azienda che propone iniziative allettanti per “vendersi”, finisce che non si premia chi lavora con serietà in classe. Vita: Nel libro voi sorvolate sul riordino dei cicli. Volutamente? Giusti: Io temo che il riordino, così com’è stato congegnato, dia il colpo di grazia alla scuola agonizzante. A volte penso di andare in pensione prima del cataclisma, per risparmiarmi questo dolore. Ma io amo la scuola, le ho dedicato trent’anni… Vita: Che sentimenti coglie fra i colleghi? Giusti: Una parte di loro si è arresa da anni, altri se ne fregano. E chi ci credeva è stanco. Io vorrei gridare loro: non siete dei reazionari, cercano solo di farvelo credere, che siete vecchi e fuori moda. Sono tanti gli insegnanti che hanno a cuore gli adolescenti, che vogliono riempire il loro vuoto. Il controsenso è che questo caos rischia di bloccare quello che è il nostro compito: l’educazione. Anzianità in classe Che anzianità di servizio vantano i docenti italiani? Un terzo di loro ha ormai parecchia esperienza: da 20 a 29 anni di insegnamento 20-29 anni 33% 0-9 anni 27% 10-19 anni 26% oltre 30 anni 14%


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