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Come la pandemia ha cambiato il lavoro del Terzo settore

La pandemia ha accelerato cambiamenti in corso - come quello della digitalizzazione -, ma «ha anche mutato alcune dinamiche e paradigmi nel mondo del lavoro del Terzo settore», secondo Diego Maria Ierna, cofondatore dell’osservatorio di Job4good

di Luca Cereda

L’Osservatorio di Job4good da anni analizza i cambiamenti nel mondo del lavoro del Terzo settore, studiando le variazioni sul mercato del lavoro non profit, che come ogni settore lavorativo ha risentito degli effetti della pandemia.

«Abbiamo aggregato e comparato i dati 2020 e 2021di chi frequenta la piattaforma Job4good, e il primo dato che è emerso parla di una prevalenza di donne che nel 2021 sono più della metà dei 270.000 utenti che hanno consultato il sito (64%). La fascia di età più rappresentata è tra i 25 e i 34 anni (sono circa il 35%), seguita dal range tra i 18-24 anni con un 24% e poi la fascia 35-44 anni (con un 21%). Inoltre abbiamo coinvolto nello studio 60 enti del Terzo settore di tutta Italia», spiega Diego Maria Ierna, cofondatore – insieme a Luca Di Francesco – dell’osservatorio, che aggiunge: «I maggiori mutamenti sono in campo digitale, per via dell’esplosione dello smart working, ma anche nella crescente consapevolezza che gli enti del Terzo settore hanno della qualità del lavoro che portano avanti. E di conseguenza di come formare talenti».

Che effetto ha avuto la digitalizzazione sul non profit?

Dallo studio emerge in maniera evidente che il mercato del lavoro nel Terzo Settore si è ripreso nel 2021 dopo una battuta d’arresto dovuta alla prima ondata della pandemia nel periodo febbraio-giugno 2020. «Il Terzo Settore ha reagito alla pandemia – continua Ierna -, anche attraverso una riorganizzazione delle proprie risorse e ripartendo anche della rivoluzione digitale. La pandemia infatti ha ridefinito la gestione del rapporto tra le persone – il canale di comunicazione privilegiato nelle realtà del Terzo settore -, nello svolgere i progetti, ma anche nei rapporti con il personale nei luoghi di lavoro. E, come prevedibile, anche il non profit si è adattato alla nuova normalità digitale imposta dal Covid 19. «Un cambiamento che ha toccato prevalentemente l’organizzazione e la logistica delle realtà, ma che dai risultati della ricerca ha portato dei benefici in termini di qualità della vita dei dipendenti e alla quale i manager delle risorse umane non vogliono rinunciare. La maggior parte delle organizzazioni ha dichiarato che manterrà la pratica dello smart working, indicato come principale strategia», sintetizza Diego Maria Ierna, cofondatore dell’osservatorio Job4good.

Il non profit prende e traduce alcuni “schemi” del mondo profit: e funziona

Formazione e crescita professionale sono dunque una chiave per coinvolgere e trattenere i talenti migliori. Ma anche il bilanciamento tra lavoro e vita privata è una priorità per il 2022, anche grazie alla digitalizzazione del lavoro. Solo il 14% degli intervistati ha risposto che implementerà un sistema di total reward – ovvero l’insieme dei sistemi di retribuzione adottati dall’ impresa-profit, con il fine di attrarre e trattenere le persone motivandole e orientando i comportamenti verso i risultati attesi – per migliorare welfare e retribuzioni. «Di conseguenza, una delle “unità di misura” per considerare l’affiatamento tra un professionista e l’ente per cui lavora è la possibilità di crescere e fare carriera. Anche per questo in questo periodo e con la rilevanza che il Terzo settore ha avuto nel prendere in carico molte delle problematiche accentuate o causate dalla pandemia», spiega Ierna. Anche per questo il non profit cerca sempre più – (+79%) rispetto il 2020 – persone che si occupino della raccolta fondi, i fundraiser. Crescono anche project manager, esperti digital, campaigner, educatori, addetti al marketing e alla comunicazione.

Come il lavoro sta uscendo dalla pandemia

Guardando i dati 2021 si nota una diminuzione rispetto il 2020 della ricerca nel Terzo settore di personale sanitario (che riflette proprio l’andamento emergenziale della pandemia), e ruoli di segreteria.

Diego Maria Ierna aggiunge: «Se la pandemia ha di fatto accelerato un processo di digitalizzazione che era già in atto, in generale prendiamo atto che il mercato del lavoro del non profit è uscito, o comunque sta uscendo, dalla pandemia molto più competitivo rispetto a 5-10 anni fa, più specializzato, e per questo gli Enti del Terzo Settore dovranno curare con attenzione la propria comunicazione per poter attrarre i migliori talenti», continua Ierna.

Dove il lavoro nel Terzo settore sta ripartendo

Infine è utile capire quali siano le località dove domanda e offerta di lavoro nel Terzo settore siano più significative: «Coincidono con le grosse metropoli, veri e propri poli di aggregazione professionale per chi opera nel Terzo Settore. Analizzando per città gli utenti di Job4good vediamo che vi è una grossa concentrazione a Milano (27%) e Roma (24%). Seguono Torino (4,5%) Bologna (3%), Napoli (2%) e Firenze (1,7%). In termini regionali, la Lombardia (32%) e il Lazio (21%) sono le regioni più rappresentate, seguite dall’Emilia Romagna (6,8%), il Piemonte (6,5%), il Veneto (5%), la Campania (4,5%) e la Toscana (4,2%). Si rileva anche un 5% di utenti che cercano dall’estero un impego nel Terzo Settore Italiano. Utenti che potrebbero essere stranieri ma anche Italiani all’estero con desiderio di tornare in patria», conclude Diego Maria Ierna, cofondatore dell’osservatorio.


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