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In Italia 260mila minori al lavoro

Presentata alla vigilia della Giornata Mondiale contro il Lavoro minorile "Game Over - Indagine sul lavoro minorile in Italia". A realizzarla con Save the Children l'associazione Bruno Trentin. Sono 30mila i 14-15enni a rischio sfruttamento

di Redazione

Sono 260mila i minori, sotto i 16 anni che anche in Italia lavorano, tra loro i 14-15enni a rischio sfruttamento con conseguenze per la salute, la sicurezza e la loro integrità morale sono 30mila. Sono tra i primi dati, scaturiti dall’indagine (in allegato la versione integrale del Dossier Game Over – Indagine sul lavoro minorile in Italia) realizzata dall’Associazione Bruno Trentin e Save the Children, diffusi oggi a Roma, presente il ministro del Lavoro e delle Politiche sociali Enrico Giovannini, il sottosegretario all’Istruzione Marco Rossi Doria, il segretario generale della Cgil Susanna Camusso

Dall’indagine campionaria sul lavoro minorile in Italia (condotta su 2.005 interviste a minori iscritti al biennio delle superiori in 15 province italiane e in 75 scuole campione) emerge che sono più di 1 su 20 nel nostro Paese i minori sotto i 16 anni (il 5,2% del totale nella fascia di età 7-15 anni) coinvolti nel lavoro minorile. Tra i 260.000 pre-adolescenti “costretti” a lavorare già giovanissimi a causa delle condizioni familiari, di un rapporto con la scuola che non funziona o per far fronte da soli ai loro bisogni, sono 30mila i 14-15enni a rischio di sfruttamento che fanno un lavoro pericoloso per la loro salute, sicurezza o integrità morale, lavorando di notte o in modo continuativo, con il rischio reale di compromettere gli studi, non avere neanche un piccolo spazio per il divertimento o mancare del riposo necessario.

In una nota di Save the Children si sottolinea come si inizi «anche molto presto, prima degli 11 anni (0,3%), ma è col crescere dell’età che aumenta l’incidenza del fenomeno (3% dei minori 11-13enni), per raggiungere il picco di quasi 2 su 10 (18,4%) tra i 14 e 15 anni, età di passaggio dalla scuola media a quella superiore, nella quale si materializza in Italia uno dei tassi di abbandono scolastico più elevati d’Europa (18,2% contro una media Eu27 del 15%)».
Il lavoro minorile non fa differenze di genere (il 46% dei minori 14-15enni che lavorano sono femmine). Se per lo più si tratta di esperienza di lavoro occasionali – per i minori tra i 14 e 15 anni (40%), per 1 su 4 il lavoro occupa periodi fino ad un anno e c’è chi supera le 5 ore di lavoro quotidiano (24%). La cerchia familiare è l’ambito nel quale si svolgono la maggior parte delle attività. Per il 41% dei minori si tratta infatti  di un lavoro nelle mini o micro imprese di famiglia, 1 su 3 si dedica ai lavori domestici continuativi (escluse dall’indagine le attività riconducibili ai “piccoli aiuti in casa”)  per più ore al giorno, anche in conflitto con l’orario scolastico, più di 1 su 10 lavora nelle attività condotte da parenti o amici, ma esiste un 14% di minori che presta la propria opera a persone estranee all’ambito familiare.

A voler fare una classifica, tra i principali lavori svolti dai minori fuori dalle mura domestiche prevalgono quelli nel settore della ristorazione (18,7%), come il barista o il cameriere, l’aiuto in cucina, in pasticceria o nei panifici, seguito dalla vendita stanziale o ambulante (14,7%), dove si fa il commesso o toccano le pulizie, insieme al lavoro agricolo o di allevamento e maneggio degli animali (13,6%), ma non manca il lavoro in cantiere (1,5%), o quello di babysitter (4%).
Ciò che emerge dalla ricerca partecipata qualitativa che ha coinvolto 163 minori a Napoli e Palermo, è lo scarso valore delle attività svolte da ragazze e ragazzi anche giovanissimi, che di fatto non insegnano nulla e non possono quindi essere messe a capitale per una futura professione.
Meno della metà dei minori che lavorano tra i 14 e 15 anni dichiara di ricevere un compenso (45%), di questi solo 1 su 4 lavora all’esterno della cerchia familiare.

«Al di là dei numeri che descrivono un fenomeno non marginale e in continuità da un punto di vista quantitativo con gli ultimi dati che risalgono ormai al 2002, l’indagine mette in evidenza come la crisi economica in atto rende ancora meno negoziabili le condizioni di lavoro dei minori, esponendoli ad ulteriori rischi», ha dichiarato Raffaela Milano, Direttore Programmi Italia-Europa di Save the Children. «Dalle voci dei ragazzi raccolte con la ricerca partecipata, emerge il forte legame tra lavoro minorile, disaffezione scolastica e reti familiari e sociali, che si trasforma in una  vera trappola  quando l’opportunità di soldi facili arriva a coinvolgere i minori in attività criminali».

«Nonostante orari in alcuni casi pesantissimi, paghe risibili e rischi per la salute, come nel caso di chi lavora dalle 4 e mezzo di mattina alle 3 di pomeriggio con le mani nel ghiaccio per un pescivendolo ricavandone a mala pena 60 euro a settimana», continua Raffaela Milano, «la maggioranza dei minori raggiunti con la ricerca partecipata non ha la consapevolezza di essere sfruttata, e non sa nemmeno che cos’è un contratto di lavoro».
Raffaele Minelli, Responsabile Divisione Ricerca dell’Associazione Bruno Trentin , parla della mappatura delle aree a maggior rischio di lavoro minorile ricostruira attraverso l’indagine e se «il rischio più elevato è concentrato nel Mezzogiorno, non sono escluse zone del Centro-nord. Il lavoro minorile» precisa «è una misura del crescente disagio sociale che le politiche restrittive del welfare hanno prodotto, in concomitanza con l’ampliamento dell’area della povertà, delle attività irregolari e in nero e della scomparsa di migliaia di piccole aziende».

Da parte sua Lorenzo Guarcello, Senior Statistical Analyst dell’Ilo (International Labour Organisation), a nome del Comitato Scientifico che ha supervisionato l’attività di ricerca sottolinea la soddisfazione nell’accogliere «l’iniziativa di questa indagine che ha raccolto intorno ad un tavolo, insieme all’Ilo, diversi attori istituzionali e non, e ci auguriamo che rappresenti l'inizio di un dialogo sociale sul tema specifico del contrasto allo sfruttamento del lavoro minorile in Italia. Incoraggiamo governo e parti sociali, a utilizzare e a perfezionare questa buona pratica metodologica in vista di un monitoraggio statistico del lavoro minorile regolare e continuativo a livello nazionale, anche per facilitare l’adozione di un piano per monitorare e combattere il fenomeno, come previsto dalla Convenzione n. 182, che l’Italia ha sottoscritto impegnandosi ad adottare un piano d'azione con procedure d’urgenza».

Anche in relazione ai possibili effetti negativi della crisi, per Save the Children è necessaria l’adozione di un Piano Nazionale sul Lavoro Minorile che preveda da un lato la creazione di un sistema di monitoraggio regolare del fenomeno e dall’altro le azioni per intervenire efficacemente sulla prevenzione e sul contrasto del lavoro illegale.
«Quasi 1 bambino su 3 sotto i 6 anni vive ai limiti della povertà e il 23,7% è in uno stato di deprivazione materiale» ricorda Valerio Neri, direttore generale di Save the Children Italia, «per questo riteniamo che tra le misure preventive del Piano si debba includere l’estensione a tutte le famiglie di questi minori dei benefici della Carta Acquisti appena varata in via sperimentale, facendo sì che i percorsi di inclusione sociale abbinati alla Carta prevedano la frequenza scolastica e la prevenzione del lavoro minorile. Chiediamo anche che venga favorito il raccordo scuola-lavoro e si promuovano le esperienze più professionalizzanti. Per i ragazzi che vivono in aree ad alta densità criminale proponiamo di promuovere “aree ad alta densità educativa”, basate sull’offerta attiva di opportunità e spazi qualificati per i più giovani, a scuola e sul territorio.”

Susanna Camusso ha definito l’istruzione come «la prima straordinaria riforma di cui ha bisogno il nostro Paese. In questi anni abbiamo avuto tagli e i risultati sono dinnanzi a tutti, per esempio l’aumento della dispersione scolastica. Fino a generare in tanti giovanissimi l’idea che studiare è inutile, lasciando che entrino così in un circuito di marginalità. Come indicato nel Piano del lavoro della Cgil, sviluppo della scuola dell’infanzia, obbligo a 18 anni e diritto allo studio sono l’asse portante di una riforma che ha per fondamento l’istruzione come risorsa collettiva e dei singoli, tanta formazione, formazione permanente e di qualità, con trasparenza dell’accesso al lavoro e lotta all’evasione e al sommerso, cui appartiene il lavoro minorile» ha concluso Camusso. «La legalità non è solo riscatto etico del Paese, mobilitazione sociale e civile, è una grande risorsa economica».