Media, Arte, Cultura

Così seminano i volontari del Kossovo.

Decine di lettori sono partiti a luglio alla volta di Pec per realizzare il progetto lanciato da "Vita" durante la guerra.

di Gabriella Meroni

Il Kosovo brucia ancora: 2 morti e 40 feriti al mercato serbo di Paje, il 28 settembre, ne sono solo l’ultima eloquente testimonianza. Una terra ancora devastata che ha visto l’arrivo, la scorsa estate, di 40 membri del corpo civile di pace nato dall’esperienza di “Io vado a Pristina”, che aveva raccolto migliaia di adesioni. Quaranta lettori che hanno scelto, a conflitto finito ma a ferite ancora aperte, di trascorrere le loro vacanze in un modo tutto speciale, interrando pazientemente i semi di un dialogo che forse sboccerà anche grazie al loro impegno. Sono partiti a luglio e sono rimasti fino agli sgoccioli d’agosto tra Peja (la serba Pec) e Istok, proprio realizzando l’idea sorta dalle pagine del nostro giornale durante la guerra. Ad organizzare e supportare il viaggio le associazioni che hanno costituito ufficialmente il progetto dei Corpi civili: Beati i costruttori di pace, Associazione Papa Giovanni XXIII, Campagna per una soluzione nonviolenta in Kosovo e Associazione Berretti Bianchi. Un’opera di laboriosa ricerca del dialogo e di una convivenza possibile che però attende ancora il riconoscimento ufficiale dal nostro governo come corpo di pace. Che shock davanti a quelle fosse… Hermann Barbieri, 49 anni, di Bressanone, e sua moglie Clara sono stati tra i primi e più convinti sostenitori di “Io vado a Pristina”. Erano diventati anche referenti regionali per l’Alto Adige. Sono partiti insieme per il Kosovo il 15 luglio dopo aver seguito un breve corso di formazione della durata di un weekend a cura dei Beati i costruttori. Non erano alla prima esperienza umanitaria: entrambi infatti sono impegnati da anni nell’associazionismo e nella cooperazione. Ma le loro cinque settimane da volontari di pace li hanno segnati a tal punto che hanno già deciso che torneranno in Kosovo durante le vacanze di Natale. «Appena siamo arrivati ci è toccato un compito davvero difficile», racconta Hermann. «Abbiamo aiutato il Consiglio per i diritti umani di Pristina (un’organizzazione albanese kosovara nata nel 1989 con compiti di monitoraggio dei diritti umani, ndr) a dare una degna sepoltura a coloro che erano stati buttati nelle fosse comuni. È stato uno shock, ma l’abbiamo superato pensando che se per noi quei corpi erano estranei, per chi avevamo intorno erano tutto quello che restava di persone amatissime. La nostra presenza a poco a poco è diventata tanto familiare che i parenti delle vittime ci chiedevano di partecipare alle cerimonie religiose che accompagnavano le sepolture. Per loro era importante che fossimo lì: eravamo un segno del mondo ai loro occhi, quel mondo che per troppo tempo era rimasto indifferente alle loro sofferenze». Il lavoro del corpo civile di pace si è poi spostato in altri villaggi delle municipalità di Peja e Istok (in tutto 45, di cui però 3 totalmente disabitati), dove i volontari facevano animazione con i bambini. «A luglio un piccolo gruppo di noi era andato a parlare con i capi villaggio perché non eravamo certi che un progetto di animazione, e quindi di festa, sarebbe stato accettato in luoghi dove i lutti erano ancora così presenti nel cuore delle persone», spiega Lisa Clark, una dei responsabili dei Beati i Costruttori di pace nonché vera animatrice di “Io vado a Pristina”, anche lei presente in Kosovo questa estate. «Inaspettatamente abbiamo ricevuto ovunque un grande incoraggiamento. “Venite, restituite il sorriso ai nostri bambini”, ci hanno detto». Nei villaggi, c’è chi vuol farsi giustizia da sè I volontari hanno scelto di condividere in tutto la condizione della gente che incontravano. Per questo hanno vissuto sotto le tende e si riunivano in una delle tante case semidistrutte dalla guerra. «Vivevamo esattamente come loro, e questo ha contribuito non poco a farci accettare, a far capire loro che facevamo sul serio», continua Lisa Clark. Il Corpo civile di pace nato da “Io vado a Pristina” ha anche ricevuto un importante incarico da parte dell’Acnur (l’agenzia Onu per i rifugiati): fare un censimento nei villaggi intorno a Peja e Istok per monitorare le presenze delle varie etnie e le migrazioni determinate dalla guerra (di cui pubblichiamo un sunto in queste pagine). «Giravamo di paese in paese interrogando i capi-villaggio, per la quasi totalità albanesi», racconta ancora Hermann Barbieri. «Quando parlavano dei loro ex vicini serbi era chiaro che in molti di loro l’odio non si era ancora spento. Ma ho incontrato anche persone, soprattutto donne, che sanno non c’è altra via che ricostruire, dove è possibile, la convivenza. Certo hano paura di dirlo ai loro connazionali, perfino ai loro familiari, e lo dicevano solo a noi. Ma una piccola consapevolezza comincia a nascere». Certo il lavoro di ricostruzione – soprattutto interiore – sarà lungo, ma non per questo impossibile. I volontari di “Io vado a Pristina” sono già pronti. «In Kosovo gli albanesi considerano chiusa l’esperienza di convivenza con il popolo serbo» conferma il professor Alberto L’Abate, docente all’università di Firenze ed estensore del progetto dei Corpi civili di pace. «E le vittime dei soprusi non si accontentano di questa giustizia: per loro è troppo lenta, si concentra solo su alcuni casi, dà condanne inadeguate nei confronti dei crimini commessi. Molti di loro ci hanno espresso il desiderio di farsi giustizia da soli. Contro questo rischio e per ristabilire la fiducia nella popolazione il ruolo dei Corpi civili di pace è fondamentale. L’aveva profetizzato Alex Langer, e il Parlamento Europeo l’ha raccomandato con un decreto dello scorso febbraio». Le prossime direttrici di azione sono già tracciate: innanzitutto, l’apertura di tre ”Centri per l’amicizia tra i popoli”, uno a Pristina, uno a Peja ed uno a Mitrovica che si occupino di monitoraggio del rispetto dei diritti umani e dei comportamenti di pace, di informazione alla popolazione sugli accordi di pace, creazione di spazi di dialogo, accompagnamento alle ong locali che poi dovranno tra qualche tempo essere in grado di portare avanti gli stessi progetti con le loro forze. Inutile dire che la strada sarà lunga. Ma lo spazio per fare c’è, da subito. Per partecipare basta telefonare a questo numero: 049.8070522 (Beati i costruttori di pace).


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